Il falso allarmismo dell’OMS mette a rischio migliaia di posti di lavoro

 

 

WHO Head-Quater in Geneva, Switzerland.Copyright : WHO/Pierre Virot(Foto WHO/Pierre Virot) Un eccezionale clamore mediatico accompagna la settima sessione di quella che rappresenta la più importante convention mondiale anti-tabacco. La causa è l’intenzione delle Nazioni Unite – circolata da un documento reso noto dall’Huffington Post UK che in breve tempo ha fatto il giro del mondo – di voler impedire, per la prima volta, la partecipazione di centinaia di rappresentanti, cioè tutti i soggetti pubblici che legiferano in materia di tabacco e i funzionari d’industrie di tabacco a controllo interamente o parzialmente statale. Non solo i produttori di tabacco, dunque, ma anche le associazioni di consumatori e i sindacati dei lavoratori assenti a Nuova Delhi vedranno lesi i diritti di rappresentanza e parola nel processo decisionale. Tra gli esclusi ci sarebbero grandi nazioni produttrici mondiali di tabacco come la Cina, Cuba, l’Egitto, l’Italia (il primo produttore in Europa, il 14° a livello internazionale), la Bulgaria, la Thailandia e persino l’India, il Paese che ospita la conferenza.

cop7

Accuse di scarsa trasparenza e democraticità vanno ad aggiungersi alle già note critiche rivolte all’OMS di violazione dei diritti d’informazione. Anche il COP7 di Nuova Delhi, infatti, si terrà a porte chiuse, in linea con quanto già accaduto nell’incontro di Mosca del 2015 che aveva portato cinquanta giornalisti e editori a scrivere una «Lettera aperta alle Nazioni Unite contro il bavaglio ai media e il soffocamento della libertà di stampa».

Survey prodotta da Students For Liberty e Competere

Students For Liberty e Competere hanno effettuato un’indagine presso le principali imprese del settore agroalimentare, intervistando amministratori delegati e management al fine di raccogliere il sentimento rispetto alle attività e alle politiche dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ne è emerso un quadro preoccupato che evidenzia la sempre maggiore convinzione che molte posizioni dell’OMS si fondano su basi spesso ideologiche e sempre meno sui risultati delle principali ricerche scientifiche. Tali posizioni, amplificate dai media e dai social media, influenzano le abitudini alimentari dei consumatori i quali sono portati a compiere scelte sempre più emotive e meno razionali.

Il 72% degli intervistati si è detto preoccupato dall’escalation di regolamentazioni internazionali che rischia di danneggiare l’industria alimentare. In particolare l’OMS viene ritenuta l’istituzione maggiormente influente sulle scelte dei consumatori e in grado di condizionare pesantemente il mercato agroalimentare con il 58% delle indicazioni.    

L’86% degli addetti del settore alimentare pensa che se verranno approvate le direttive del COP7 a Nuova Delhi queste verranno estese con molta probabilità anche ad altri settori con particolari ripercussioni sulla produzione della filiera agroalimentare italiana. In particolare è forte preoccupazione circa la tassa contro gli zuccheri.

Il 60% degli intervistati ha dichiarato di non avere fiducia nella regolamentazione europea e, anzi, il dato che più risulta preoccupante è che il 56% degli intervistati si dice molto preoccupato di quanto sta avvenendo in Francia, Irlanda e Belgio e il 52% si dice pessimista per il settore delle eccellenze agroalimentari Italiane.

Secondo uno studio effettuato da Students For Liberty e Competere, basato anche sui dati forniti dal survey, i posti di lavoro a rischio nel caso venissero approvate ulteriori tasse su prodotti alimentari e alcolici insieme ad una regolamentazione stringente sulle formule dei medesimi saranno circa 50.000. A questi andrebbero aggiunte le perdite derivanti dalle stringenti direttive COP7 che riguardano in particolare il settore del tabacco: 45.000 posti di lavoro in Italia.

Se l’OMS continuasse a fare inutile allarmismo e il governo italiano proseguisse la deriva salutista già adottata da altri stati europei, il rischio consisterebbe nella perdita approssimativa di quasi 100.000 posti di lavoro nei prossimi 5-10 anni e una riduzione del fatturato di circa 15 miliardi danneggiando imprese che ora valgono quasi il 10% del PIL italiano, con conseguente calo dello stesso PIL di circa lo 0,7%.

Tabacco

Alcune restrizioni imposte dalle istituzioni, come appunto l’OMS, porteranno a veri e propri paradossi nel mondo produttivo: è il caso del tabacco. Se l’OMS approvasse il documento finale al COP7 che prevede modifiche sensibili nella produzione del tabacco come i limiti minimi di nicotina nella foglia del tabacco, con l’obiettivo dichiarato di ridurre la dipendenza dal prodotto da un punto di vista agronomico tecnicamente irrealizzabile se non tramite l’utilizzo di tabacco OGM, circa i 3/4 delle aziende dovrebbero chiudere per potersi riqualificare. Al di là dei controlli più o meno diffusi sulle tecniche di coltivazione di prodotti OGM, il problema diventa ancora più controverso se si pensa che in molti stati gli OGM sono vietati per legge.

L’intera filiera vale in Italia oltre 18,4 miliardi di euro (di cui quasi 14 miliardi a titolo di gettito fiscale) e coinvolge in totale circa 204.000 addetti, di cui circa 60.000 occupati nella tabacchicoltura. L’OMS potrebbe far perdere il lavoro a circa 45.000 lavoratori italiani del settore della tabacchicoltura in modo provvisorio o definitivo.

Mancanza di nesso causale: uno studio dettagliato del celebre istituto di ricerca London Economics ha rivelato che non vi è stato «nessun cambiamento statisticamente significativo nella prevalenza di fumatori tra gli australiani adulti» da quando in Australia è stato introdotto il plain packaging («pacchetto generico», cioè confezione dove, su sfondo unico, oltre alle immagini scioccanti vengono riportati solo i nomi dei marchi, tutti con lo stesso font). Dati governativi mostrano che nei dodici mesi successivi i volumi legali di vendita sono aumentanti dello 0,5%, così come il consumo tra i minori di età compresa tra i 12 e i 17 anni. Non solo: tra il 2012 e il 2014 il consumo di tabacco illegale è aumentato dall’11,5% al 14,5%, comportando un danno economico al Governo australiano, in termini di mancate accise, pari a circa 1,2 miliardi di dollari.

carnirosse

Carni rosse

Secondo lo IARC, come pubblicato sulla rivista inglese Lancet Oncology nell’ottobre 2015, le carni rosse sono state inserite nel gruppo 2A, cioè nel gruppo per il quale la correlazione tra un consumo eccessivo e l’insorgenza di tumori al tratto intestinale è considerata «probabile». Le carni rosse trasformate, invece, sono state catalogate fra i cancerogeni appartenenti al gruppo 1.
Gli italiani mangiano in media 2 volte la settimana 100 grammi di carne rossa (equivalenti a circa 30 gr. al giorno) e solo 25 grammi al giorno di carne trasformata. Quantità al di sotto (circa la metà) rispetto alla ricerca dell’OMS e dello IARC che fece notizia nel 2015.

Il settore agroalimentare in Italia contribuisce a circa il 10-15% del prodotto interno lordo annuo, con un valore complessivo pari a circa 180 miliardi di euro. Di questi, circa 30 miliardi derivano dal settore delle carni e dei salumi, includendo sia la parte agricola che quella industriale. I settori considerati danno lavoro a circa 125.000 persone cui va aggiunto l’indotto.
Si stima che i falsi allarmi lanciati dall’OMS mettano a rischio 180.000 posti di lavoro in Italia, di cui 40.000 in Lombardia, danneggiando un settore che rappresenta un’eccellenza del Made in Italy quantitativamente stimabile in un valore economico di 32 miliardi di euro/anno.

Bevande zuccherate

Una tassa supplementare su un ingrediente e prodotto non è un modo efficace per combattere l’obesità, una sfida complessa e sfaccettata. Nonostante la sua introduzione in diversi Paesi in tutto il mondo, si è dimostrato che non esiste alcun nesso causale comprovato tra la tassazione delle bibite e la riduzione dell’obesità: colpirebbe solo i prodotti che rappresentano il 3% del consumo degli italiani, mentre caricherebbe sulle famiglie una maggior spesa annua di 60 euro.

L’industria delle bevande in Italia ha già compiuto passi enormi per ridurre la quantità di zucchero che si immette nella dieta nazionale, attraverso una maggiore promozione della bassa e prodotti calorici e riformulazione (cambiando le ricette) di prodotti esistenti. Tra il 2005 e il 2012 l’industria delle bevande aveva già ridotto lo zucchero nei suoi prodotti di circa il 10%, senza alcun costo per il consumatore.

Il rischio, infatti, è che il saldo complessivo non sia favorevole e che si perdano posti di lavoro, perché la tassa naturalmente causa anche una riduzione dell’attività economica e dell’indotto, come già successo in alcuni Paesi dove tale tassazione è stata introdotta:

In Messico, L’Associazione Nazionale dei produttori di bevande analcoliche e gassate, che si è opposta alla tassazione ritenendola poco utile ai fini della salute pubblica, ha annunciato di aver rilevato un calo annuale delle vendite del 2,5%, e ha dichiarato che l’impatto della tassa ha causato una perdita di 1.700 posti di lavoro. Il deprimente risultato ottenuto è che l’imposta sulle bibite in Messico ha ridotto l’apporto calorico medio di sole 4,7 calorie al giorno.
In Francia, dove Coca Cola ha deciso di sospendere un investimento di 17 milioni di euro a seguito dell’introduzione della Soda Tax (costo coca cola +35%) le vendite si sono attestate ai livelli pre-tasse.

Alcolici

I principali produttori di vino e birra dell’Ue hanno già manifestato preoccupazioni, temendo ripercussioni per il mercato dopo l’introduzione della legge sui plain packaging irlandese e la tassazione su essi. L’aumento delle tasse arriverà al 30%. I posti di lavoro a rischio in Lombardia sono un migliaio, in Italia 6.700.

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