Marxismo e totalitarismo, un nesso ineludibile

 

«Grandezza e attualità dell’opera di Stalin a 60 anni dalla sua morte. A distanza di piú di mezzo secolo dalla sua scomparsa, nonostante tutte le falsità a lui attribuite, a partire dal tradimento dei revisionisti kruscioviani dando cosí un aiuto alla borghesia, proseguito poi pescando in pseudo-archivi segreti (piú fogne che altro) messi a disposizione dall’oligarchia mafioso-capitalista al potere in Russia, negando e disconoscendo testimonianze d’allora […] la continua opera di criminalizzazione della figura di Stalin e dell’opera grandiosa di costruzione del socialismo nell’Unione Sovietica ha come obiettivo principale distogliere i lavoratori dalla grave crisi che investe tutto il capitalismo […] nonostante tutti dichiarino che il comunismo è morto, piú passa il tempo e piú la figura di Stalin è sempre piú rievocata in contrapposizione al potere borghese.»

(Volantino distribuito di fronte a Palazzo Nuovo, sede della facoltà di Lettere e Filosofia di Torino, pochi mesi fa)

!cid_EA60B8D0-C79B-479D-BD29-FFA87A43CC60Esistono i comunisti che hanno nostalgia di Stalin. I volantini periodicamente distribuiti nelle università da chi è nato dopo la caduta del Muro sono una delle tante dimostrazioni. I tweet dei capi dei partitini comunisti italiani ne sono un’altra. Tali vaneggiamenti non sono molto pericolosi. La realtà e il buonsenso sono resilienti alla loro follia, e la società isola quasi automaticamente queste persone in un angolino buio. Il marxismo ha perso, ha rumorosamente e prevedibilmente perso, e il mondo se n’è accorto. Esiste, tuttavia, una categoria di comunisti piú pericolosa, piú credibile, piú subdola: quella degl’«idealisti». Una corrente che ha come unico obiettivo quello d’erigere un muro divisorio tra il comunismo «ideale» e il socialismo reale. Uno degli esponenti piú conosciuti è il creatore di www.filosofico.net, Diego Fusaro; ma la letteratura incentrata sull’argomento è sterminata. Anche i ragazzi che vendono Lotta Comunista negli atrî delle università italiane ne fanno parte. In effetti, è ragionevole: creare una divisione netta tra ideale e reale, quando il reale si mostra in tutto il suo orrore, rende piú presentabile l’ideale. Ed è anche verosimile: quante volte si visualizza un progetto ma, al momento di metterlo in pratica, ci s’accorge che alcune variabili ne compromettono irrimediabilmente la riuscita?

!cid_747EEFBB-87EA-4E8E-AE96-FC16DFF30F0AVenerdí 21 marzo, a Torino, presso il Centro Einaudi, gli studenti della «Scuola di Liberalismo» hanno potuto beneficiare della presenza di Giampietro Berti, professore di Storia Contemporanea dell’Università di Padova. Il tentativo (riuscito) della lezione era scardinare «il truffaldino paradigma dello scarto tra l’intenzione ideale e la storia reale». L’idea non era di dimostrare un’identità tra le due (per quanto le differenze siano molte meno di quanto si possa immaginare), bensí di rendere palese il nesso causale che le lega. Per fare ciò, il professor Berti non ha avuto bisogno di render conto di tutta l’immane bibliografia marxista, composta di migliaia di volumi spesso in contraddizione tra loro — perché, come dice il vecchio adagio, «il difetto sta nel manico». È necessario tornare a Marx, per trovare i germi del totalitarismo che ha contraddistinto ogni Paese dove il comunismo è diventato l’ideologia dominante.

Quale Marx, prima di tutto? Il giovane «libertario», o il maturo «autoritario» (per riprendere celebri categorizzazioni)? Secondo Berti, questa divisione non è totalmente giustificata. Già nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 si possono trovare le tracce della «natura totalitaria dell’umanesimo marxiano». Il totalitarismo comunista deriva dall’idea d’«essenza umana» proposta nei Manoscritti (e anche nella Questione ebraica): la vera natura dell’uomo è quella sociale, e l’uomo realizza la propria umanità solo realizzando la propria intrinseca socialità, che è data solo dalla sua massima espressione, ossia il comunismo. Solo la radicalità del comunismo è in grado di realizzare la natura sociale dell’umano; e in Marx natura umana e società sono la stessa cosa. «Il comunismo come positiva soppressione della proprietà privata quale autoalienazione dell’uomo […] è ritorno completo, consapevole, compiuto all’interno dello sviluppo storico, dell’uomo per sé quale uomo sociale, come uomo umano. Questo comunismo è, in quanto compiuto naturalismo, umanismo e, in quanto compiuto umanismo, naturalismo» (Manoscritti economico-filosofici).

Siamo qui di fronte al rifiuto dell’individualismo occidentale, che costituisce «l’inevitabile approdo della modernità». Ogni totalitarismo si fonda s’un anti-individualismo radicale e irriducibile, che in nome d’entità generali e di verità superiori — la comune essenza umana, la comunità di sangue, la comunità originaria, la classe, il popolo, il proletariato, la razza, la nazione — rifiuta la modernità e la società capitalistica, che ne è l’unica realizzazione pratica conosciuta. Su questo punto, il totalitarismo marxista raggiunge livelli di purezza solo sognati da nazismo e fascismo, definibili «sistemi totalitari imperfetti», in cui le idee portanti di «razza» e «nazione» convivono con entità separate: la Chiesa, la monarchia, l’economia di mercato. (Per chiarire, ciò non fa dei regimi «neri» nemici meno pericolosi dell’umanità e della libertà.) Se divisione dev’esserci tra Marx giovane e maturo, allora si può parlare di «Marx totalitario» e «autoritario».

La natura totalitaria del comunismo è anche identificabile con la volontà di pianificazione economica, portata all’estremo con la completa statalizzazione dell’economia. Sono moralmente miserabili le spiegazioni intese a dimostrare l’estraneità di Marx all’idea di statalizzazione dell’economia. È possibile trovare brani in cui Marx s’esprime a favore della pianificazione economica nel Manifesto del Partito Comunista, nel primo, nel secondo e nel terzo libro del Capitale, in Teorie sul plusvalore, nei Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, nella Critica del Programma di Gotha. Ad esempio: «La società [socialista] ripartisce, secondo un piano, i suoi mezzi di sussistenza e le sue forze produttive nel grado e nella misura in cui sono necessari al soddisfacimento dei diversi bisogni» (Teorie sul plusvalore); «Economia di tempo e ripartizione pianificata del tempo di lavoro di diversi rami della produzione rimangono la prima legge economica sulla base della produzione sociale» (Lineamenti fondamentali). Idee riprese alla lettera da Lenin in Stato e rivoluzione, La catastrofe imminente e come lottare contro di essa, Dieci tesi sul potere sovietico e altrove.

La pianificazione «statocratica» e «statocentrica», premessa dell’inevitabile totalitarismo che ne consegue, non è una degenerazione dell’ideologia marxista, bensí la logica conseguenza dell’essenzialismo umanistico di Marx (il giovane «libertario»). Dovunque il comunismo sia riuscito a entrare nelle stanze del potere e sbattere fuori chiunque altro, i risultati sono stati prima il dispotismo e poi la miseria; e ogni tanto, per variare, prima la miseria e poi il dispotismo. La catastrofe del comunismo non è dovuta all’errata attuazione pratica dei suoi princípi, bensí, al contrario, alla loro piú esatta e univoca osservanza. Nello stesso modo in cui fascismo e nazismo sono di per sé e in sé il male, anche il comunismo, quello vero, quello autentico, quello che deriva direttamente dalle «Sacre Scritture», è di per sé e in sé il male.

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