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Liberali work in progress

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July 30, 2012 | Last Update 9:56

 

Lo scorso 28 luglio è apparso su alcuni giornali – Fatto Quotidiano, Foglio, Gazzettino, Mattino, Messaggero e Sole24ore – nonché sul relativo sito, il manifesto di “Fermare il Declino” firmato tra gli altri da Michele Boldrin, Luigi Zingales, Oscar Giannino, Carlo Lottieri e da altre personalità del mondo accademico e imprenditoriale, volto a lanciare un nuovo movimento politico in vista delle elezioni del prossimo anno. Tale iniziativa – da più parti auspicata nel corso degli ultimi mesi – mira a riunire idealmente i diversi think tank dell’area liberale e libertaria, partendo dall’esperienza del sito noiseFromAmerika e raccogliendo, ad esempio, le adesioni di Italia Futura – che Montezemolo ha ormai strutturato in tutto il Paese – e di Zero+, il movimento riconducibile all’area di Libertiamo che ormai vive da separata in casa in Futuro e Libertà. Al di là dei tentativi – a mio avviso poco utili – di ricostruire una precisa geografia politica del neonato soggetto partendo esclusivamente dall’analisi dei firmatari del manifesto, ritengo che sia più proficuo analizzarne fin da subito aspetti positivi e criticità.

Innanzitutto, una considerazione di carattere generale. Fermare il Declino ha il pregio di dimostrare che il web non è un’esclusiva del Movimento 5 Stelle, e Beppe Grillo non ne rappresenta il deus ex machina incontrastato. L’ambizione di “fare Rete” ha contagiato anche l’area liberale, favorendone una riemersione dalla ghettizzazione culturale avvenuta in questi mesi e che l’aveva ridotta a sparute ed inconsistenti apparizioni nel dibattito politico. Il liberalismo non può essere semplice “testimonianza” sui social network e deve necessariamente riappropriarsi della scena, esorcizzando la fallimentare esperienza berlusconiana e mettendo da parte divisioni e incomprensioni. In un editoriale di marzo, mi chiedevo se i liberali fossero ormai condannati all’estinzione: il progetto di Fermare il declino, da questa prospettiva, può rappresentare una svolta positiva ed essere il punto di partenza per un percorso senza dubbio più ampio.

Il manifesto – composto da dieci proposte che spaziano dalle liberalizzazioni alla riforma della giustizia, dall’abolizione del valore legale del titolo di studio al conflitto d’interesse – non deve essere interpretato come definitivo e “chiuso”, e non credo debba essere etichettato come “elitario” solo perché sostenuto da professori ed economisti. L’Italia è un Paese strano, dove l’intellettuale è guardato a priori con sospetto. Al contrario ben venga, in questo momento in cui l’apice del dibattito è la farsa targata Alfano-Bersani-Casini sulla legge elettorale, l’aggregazione di idee e di proposte autorevoli. Una criticità del manifesto è forse rappresentata da alcune lacune in merito alle tematiche europee e alle riforme costituzionali, anche se il decimo punto dedicato al federalismo in parte colma quest’ultima carenza. Proprio la ricomparsa del federalismo all’interno di un’agenda politica differente da quella leghista è da segnalare positivamente, poiché la questione settentrionale non può continuare ad essere rappresentata da fantomatici riti sul Po, ma necessita di essere veicolata con rinnovata autorevolezza. Alcuni hanno osservato aspetti compromissori nella formulazione delle proposte ed una certa cautela rispetto, ad esempio, al linguaggio più bellicoso ed incisivo spesso usato da Oscar Giannino verso lo Stato Leviatano, ma personalmente credo che ad uno stadio così embrionale del progetto sia prematuro dare un giudizio definitivo sulle proposte. Andranno necessariamente completate e definite in maniera più precisa, magari in una fase di dibattito e di confronto più aperta, che coinvolga gli aderenti a tutti i livelli.

Ad un primo sguardo, dunque, Fermare il Declino è un progetto meritevole di attenzione che ha le potenzialità per divenire una variabile importante nel sistema politico nazionale. In prospettiva elettorale, il nuovo movimento potrebbe trovare consensi sia fra i delusi del centrodestra, sia nell’area liberal del Partito Democratico, attirando inoltre molti cittadini disillusi alla ricerca di nuovi punti di riferimento. La prima mission per FiD sarà comunque la coerenza, che passa dal rispetto dell’incipit del manifesto: “La classe politica emersa dalla crisi del 1992-94 – tranne poche eccezioni individuali – ha fallito: deve essere sostituita perché è parte e causa di quel declino sociale che vogliamo fermare. L’Italia può e vuole crescere nuovamente”. La sostituzione di tale classe politica deve essere un perno fondamentale dell’intera proposta. Credo che questo progetto avrà successo proprio se riuscirà ad essere indipendente dal montismo e, contemporaneamente, rigetterà fin da subito l’ambigua riproposizione di personaggi già falliti a livello locale e nazionale. Tutelare la peculiarità e l’originarietà della proposta, evitando di trasformarla in una zattera di salvataggio per mummie alla ricerca di un seggio parlamentare, è senz’altro la prima sfida che attende Giannino, Boldrin e gli altri promotori.

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