Libero mercato e istituzioni inclusive per battere la povertà

 

tumblr_lsqibv9Miu1qj8w66o1_1280La grande fuga. Questo è il titolo dell’ultimo libro del premio Nobel per l’economia Angus Deaton. «La grande fuga» è la fuga di milioni d’individui dalla povertà estrema, un fatto fondamentale, più importante di qualsiasi discussione politica italiana, ma che non ha trovato molto spazio nei nostri media. Gli ultimi dati della Banca Mondiale dimostrano come la povertà si sia ridotta notevolmente negli ultimi vent’anni, e per la prima volta nella storia il numero di persone sotto la soglia di povertà assoluta (individui che vivono con meno di 1,9 $ al giorno) sarà inferiore al 10%.

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Questo straordinario risultato nasce soprattutto dall’enorme calo della povertà che s’è realizzato nei Paesi asiatici, Cina e India su tutti, che hanno adottato politiche adatte alla crescita. Rimane ancora molto grave la condizione dell’Africa sub-sahariana, dove, nonostante un calo dal 42,6% al 35,2%, la povertà mondiale rimane concentrata. Quali sono state le politiche che hanno permesso uno sviluppo tale da determinare una così accentuata riduzione della povertà globale? Le politiche che più d’altre hanno permesso d’ottenere questi straordinari risultati sono state varie, ma tutte hanno avuto una caratteristica comune: il mercato libero. Cina e India hanno potuto prosperare grazie alla globalizzazione e alle nuove tecnologie che hanno permesso di raggiungere più facilmente le informazioni sensibili per lo sviluppo. I Paesi asiatici hanno inoltre sfruttato le tecnologie già esistenti per aumentare la capacità delle proprie economie. Questo processo, noto come catch-up, è stato l’ingrediente fondamentale di una ricetta di successo.

Nonostante i grandiosi risultati in termini di riduzione della povertà, la Cina s’è veramente sviluppata? Considerando i diritti dei lavoratori, l’inquinamento, le libertà negate, non si può affermare che la Cina abbia avuto un vero sviluppo, quanto una mera, seppure straordinaria, crescita di un fasullo indicatore come il PIL. Che cosa determina quindi lo sviluppo di un Paese? L’innovazione tecnologica, l’apertura agli scambi internazionali e un sistema d’istituzioni che sia in grado di favorire la creatività individuale. Solo delle istituzioni «inclusive», così come definite da Acemoğlu e Robinson nel loro libro, sono in grado di garantire una crescita sostenibile. Le istituzioni inclusive sono istituzioni che riconoscono l’importanza della singola persona umana e dei suoi diritti e, a differenza delle istituzioni «estrattive», non cercano di scambiare i diritti con la mera crescita economica. Come ha sostenuto l’economista dello sviluppo William Easterly nel libro La tirannia degli esperti, solo le soluzioni spontanee sono in grado di generare crescita e “inclusività”. Sono quindi da rigettare molte delle politiche che istituzioni come la Banca Mondiale hanno adottato negli ultimi anni. Politiche basate su aiuti finanziari senz’aiuti allo sviluppo e una pianificazione oppressiva non hanno portato agli sviluppi sperati. Se la povertà è diminuita, non è certo merito della pianificazione di tecnici, ma è merito di singoli individui che sono riusciti a proporre le soluzioni adeguate ai problemi specifici che la società proponeva. Le istituzioni svolgono un’opera fondamentale, poiché determinano la cornice giuridica ed economica entro la quale le singole persone sono in grado di generare le loro soluzioni per risolvere i problemi della collettività.

Non è sicuramente un caso che l’Africa, che da anni riceve ingenti aiuti finanziari, non sia stata in grado di svilupparsi come gli altri Paesi. Gli aiuti che i Paesi ricchi offrono ai Paesi africani non solo non portano allo sviluppo, ma sono dannosi, poiché spesso finiscono nelle mani dei dittatori, che li usano per reprimere il dissenso di chi vorrebbe poter esprimere liberamente le proprie idee. È La carità che uccide, come ha ben espresso l’economista americana Dambisa Moyo. In Africa, gli stessi dittatori che ricevono gli aiuti allo sviluppo stringono accordi con multinazionali che spesso calpestano i diritti dei lavoratori non protetti come in Occidente. Perché la povertà si riduca maggiormente è quindi necessario che si esportino i diritti che in Occidente abbiamo conquistato, evitando che esista una libertà per i ricchi e una per i poveri. Libertà d’espressione, libertà religiosa (spesso calpestata nei Paesi poveri), diritto alla proprietà sono solo alcuni dei diritti fondamentali che sono necessari perché un Paese possa prosperare. Le soluzioni spontanee sono sempre migliori di quelle pianificate; sarebbe quindi necessario evitare d’imporre a tutti i Paesi il medesimo modello di sviluppo. Esistono però delle soluzioni già sperimentate che qualsiasi Paese deve riconoscere se vuol raggiungere un certo grado di sviluppo.

L’Occidente ha avuto successo quando ha imparato che ogni persona ha un valore ed è portatrice di un valore che vuol esprimere. Ciò che differenzia una società sana e ricca da una in decadenza e povera risiede quindi nella capacità che hanno le istituzioni di promuovere l’iniziativa individuale. Mercato, Stato, associazioni e comunità hanno il dovere di non inglobare la persona come se fosse un mero ingranaggio di un complesso meccanismo, di riconoscerne l’unicità e d’aiutarla a sviluppare le proprie capacità. Per ottenere uno sviluppo integrale, che non si limiti alla crescita del PIL, si deve dare priorità assoluta a un sistema di valori e istituzioni al cui centro sia posta la persona come depositaria d’originalità e unicità. Per ora questa sembra, nonostante molti buoni risultati, la lacuna più grave di molti sistemi economici, e l’umanità non si può permettere di non colmarla.

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