Shell saluta l’Italia: addio a 2 miliardi d’euro d’investimenti

 

trivelle-Shell saluta il golfo di Taranto e lo fa con una lettera indirizzata al Ministero dello Sviluppo Economico, dove con poche righe informa che l’Italia può dire addio a 2 miliardi d’investimenti, che per forza di cose se ne vanno verso mete più appetitose. Il Sole 24 Ore sostiene che potrebbero prendere la strada che porta al golfo Persico, ma questo ha poca importanza; ciò che dovrebbe farci preoccupare è che l’Italia non è un Paese gradito agli investitori. Non è il primo caso d’abbandono dei nostri giacimenti petroliferi: già agli inizi di febbraio la società Petroceltic scelse d’abbandonare il mare Adriatico meridionale. Se a un’analisi superficiale gli abbandoni sono attribuibili all’attuale situazione economica e più nello specifico all’attuale prezzo del greggio, si è fuori strada. Le colpe sono tutte da attribuire al nostro Paese.

Nella decisione d’abbandonare l’Italia hanno giocato sicuramente un ruolo rilevante le dieci regioni capitanate dalla Puglia di Michele Emiliano, che con ragionamenti puramente elettorali hanno deciso di dar voce a quella parte d’elettorato che proprio non riesce a gradire le trivellazioni. Il comitato NO TRIV spiega che al referendum abrogativo del 17 aprile occorrerà votare «sì», perché «non serve solo a difendere il paese e l’ambiente, ma a pretendere dal governo di cambiare rotta sulla strategia energetica nazionale e investire finalmente nell’economia delle rinnovabili e dell’efficienza energetica». Argomenti lodevoli ma discutibili: resta il fatto che si è detto «no» a 2 miliardi d’investimenti. Tuttavia, il referendum non è stato che la classica goccia che fa traboccare il vaso. Il problema reale, sostanziale e del tutto condiviso da chiunque intento a investire nel nostro Paese, è la totale mancanza d’affidabilità. Qualsiasi programma d’investimento è reso vano dalla mancanza di un progetto a lungo termine, dei soliti tira e molla della politica italiana, dei continui cambi di fronte.

La storia della Shell in Italia parte dal novembre 2009, anno in cui l’azienda formulò la prima richiesta per studiare il fondo del mare di Taranto. L’anno seguente il governo Berlusconi decise di bloccare tutti i progetti in acque italiane, cioè tutti quelli che rientravano nelle 12 miglia dalla linea di costa. Subito dopo, il governo presieduto da Mario Monti confermò quanto deciso dal predecessore, ma decise di salvare le procedure già avviate, tra le quali i permessi concessi a Shell. Nell’ottobre 2015, come riporta Il Sole 24 Ore, dopo 35 mesi di pratiche, il Ministro dei Beni culturali Dario Franceschini e il Ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti diedero finalmente il via libera a Shell. Nel dicembre 2015 il governo Renzi, al fine d’evitare il referendum, decise di bloccare nuovamente tutte le attività nelle acque nazionali. Una storia surreale, che ha visto continue fermate e ripartenze, di dialoghi e di leggi sempre contrastanti, una storia atta a rifiutare l’ennesimo investimento.

Tutto ciò non è che la cornice di un quadro italiano fatto d’inefficienze e incertezze che non fanno altro che allontanare gli investitori. Nel caso specifico di Shell, nonostante si avessero tutti i permessi in regola, i continui rovesciamenti normativi imposti da un politica miope, gli enormi freni imposti dalla burocrazia e i problemi di conflitto di competenza tra Stato e Regioni hanno portato all’addio, e non possiamo che attribuire la colpa a noi italiani. Quale Paese al mondo si sognerebbe mai di festeggiare per la fine di un investimento da 2 miliardi? Non è di pizza, sole e bei paesaggi che possiamo pensare di far crescere questo Paese. Manca la cultura di fare impresa, la cultura d’attrarre investimenti, investitori e, cosa ancor più grave, turisti. È da queste osservazioni che derivano grandi perplessità sulla possibilità di ripresa del nostro Paese. Fare crescita è imprescindibile dal fare impresa e dall’attrarre investimenti esteri.

Qualche domanda, quindi, vogliamo rivolgerla al nostro Presidente del Consiglio. Dove sono finite le tanto sbandierate «cultura del sì» e «politica del fare»? Ergersi paladino dello sviluppo, della rottamazione, della crescita e della semplificazione è da sempre il manifesto di Matteo Renzi, ma a due anni dal suo insediamento a Palazzo Chigi ci sentiamo d’affermare che sono stati persi solamente tempo e soldi. Il tempo d’addossare le colpe ai suoi predecessori e ai famelici «gufi» è finito, il governo è il suo e la responsabilità è sua. Dal voler rottamare la «vecchia Italia» a bloccarla ce ne passa, ed è tempo che ognuno si addossi le proprie responsabilità, compreso questo centrodestra assente e privo di programmi.

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