L’equivoco della “natura” come principio morale

 

imageEsiste una legge di natura cui l’uomo ha il dovere morale di conformarsi? È questo l’interrogativo che bisogna porsi quando vengono sollevate certe obiezioni su temi etici che riguardano il mondo contemporaneo. Al di là dei singoli temi e delle varie prese di posizione, infatti, si deve anzitutto capire se è possibile rinvenire, in ciò che comunemente definiamo «natura», degli imperativi che riguardano il nostro modo d’agire, individuale e sociale. Per fare ciò, è necessario specificare a che cosa ci riferiamo quando facciamo cenno alla natura e all’etica. Il termine «natura» può avere una molteplicità di significati che rendono semanticamente duttile lo stesso concetto generale; nell’accezione più ampia, può essere inteso come l’insieme delle leggi fisiche che regolano il mondo fenomenico. La legge di gravità ne è un esempio. Ma in che senso i principî che regolano il mondo fisico sono leggi? Nel senso che l’uomo ne ha dato osservando la natura stessa, e cioè norme che gli enti fisici rispettano non perché obbligati moralmente, ma in quanto parte della stessa natura. Altrettanta confusione si fa quando si parla d’etica, il cui termine, dal greco èthos, può indicare tanto un comportamento quanto una consuetudine. Intendiamo la stessa nel senso d’«insieme d’azioni che appartengono alla deontologia, al “dover essere”». Etica e morale in tal senso sono sinonimi.

Le leggi di natura sono, fatta eccezione per il principio di falsificabilità, valide almeno fin da quando il mondo è stato scientificamente osservato. Le leggi etiche variano, invece, in base al tempo e allo spazio. Comportamenti eticamente ineccepibili mille anni fa oggi sarebbero deprecabili. E ciò che è etico in un luogo non lo è in un altro. Un esempio cristallino è contenuto in Erodoto, Storie III, 38, 3–4. Vale la pena di citarlo:

Dario durante il suo regno, chiamati i Greci che erano presso di lui, chiese loro a quale prezzo avrebbero acconsentito di cibarsi dei propri padri morti: e quelli gli dichiararono che a nessun prezzo avrebbero fatto tale azione. Dario allora, chiamati quegli Indiani detti «Callati» i quali divorano i genitori, chiese, mentre i Greci erano presenti e seguivano i discorsi per mezzo di un interprete, a quale prezzo avrebbero accettato di bruciare nel fuoco i loro genitori defunti: e quelli con alte grida lo invitarono a non dire simili empietà. Tale è in questi casi la forza della tradizione, e a me sembra che Pindaro abbia fatto affermazioni giuste nei suoi poemi, dicendo che la consuetudine è la regina di tutte le cose.

Appurata questa prima, essenziale differenza, non si può ignorare che, in filosofia, diversi sono stati coloro che hanno provato a rinvenire nella natura leggi che l’uomo sarebbe tenuto a rispettare. Già nel periodo classico e nella filosofia antica diversi avevano cercato di farlo, giungendo a posizioni discordanti, dai sofisti ad Aristotele. Nel mondo moderno i pensatori che si sono cimentati nella stessa impresa sono definiti «giusnaturalisti». Il giusnaturalismo (secondo la definizione data da Mario Caravale in Storia del diritto nell’Europa moderna e contemporanea, Laterza, Bari, 2012) è «quella corrente di pensiero che afferma l’esistenza di un ordine giuridico innato nella natura, lo distingue da quello prodotto dall’uomo, considera il primo superiore al secondo e invoca la conformità del secondo al primo». Tale scuola di pensiero nasce nel Seicento per porre dei limiti al potere regio in espansione. Esistevano dei confini che nessun re poteva oltrepassare nell’esercizio della sua autorità? Per i giusnaturalisti sì, ed essi avevano origine nella natura dell’uomo. Egli nasce libero e sovrano, e nello stato di natura gode d’alcuni diritti (quali quello alla vita e alla proprietà privata) che perde parzialmente quando, per tutelarli nel migliore dei modi, decide d’unirsi in società attraverso un patto o diversi patti (pactum societatis, unionis e subiectionis). Sebbene i filosofi giusnaturalisti non fossero concordi sul quantum di libertà perso nella sottoscrizione di tale patto, tutti erano del parere che il diritto positivo, quello originato dalla volontà dell’uomo, non potesse intaccare del tutto i diritti di natura. Fatta eccezione per Hobbes, Locke e Pufendorf, tra i maggiori esponenti del giusnaturalismo, erano di quest’opinione. Per i giusnaturalisti il diritto positivo, più che conformarsi ai diritti di natura, non doveva menomarli. Nel caso in cui ciò fosse avvenuto, sarebbe stato lecito ribellarsi all’autorità rea d’oltrepassare il limite stabilito. Per la prima volta, alla natura (e non una qualche divinità) veniva riconosciuto un senso giuridico. Ma il giusnaturalismo non arrivò mai a teorizzare la necessità che le leggi positive fossero desunte dalle leggi di natura, pur riconoscendo nella natura delle norme. Anzi: i liberali classici, eredi della filosofia giusnaturalista, avevano un concetto di libertà negativo in senso giuridico. La libertà non doveva essere argomento di leggi. L’ordinamento doveva rispettarla tout court, senza intervenire a favore o a sfavore di essa: laissez faire, laissez passer.

Nemmeno l’illuminismo arrivò a ipotizzare l’esigenza di fare della natura un principio morale, anzi: le leggi dovevano essere conformi ai principi della Ragione, e la razionalità era una facoltà umana. Il legislatore aveva il diritto-dovere d’essere illuminato, d’intervenire con la legge per dar vita a un assetto che seguisse la ragione. La natura si limitava a stabilire che tutti gli uomini fossero uguali, e l’intera giurisprudenza doveva uniformarsi a questo principio e solo a questo. Non a caso Kant analizzò in separata sede il mondo dei fenomeni (Critica della ragion pura) da quello dei costumi (Critica della ragion pratica). Il suo celebre «Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me» non significa altro che la legge morale «manifesta una vita indipendente dall’animalità e anche dall’intero mondo sensibile» (Critica della ragion pratica, p. 198, Laterza, Bari, 1974).

Il concetto di natura come ente morale è, ancora, fortemente criticato da Nietzsche. Già nelle prime pagine d’Al di là del bene e del male, Nietzsche specifica che vivere è voler essere diversi da quel che è la natura, scagliandosi contro gli stoici, che pretenderebbero di vivere secondo natura ascrivendo però alla natura stessa la loro morale. Al contrario, la natura non ha morale; in natura non vigono principî. La natura è indifferenza, mentre vivere significa creare differenza. Anzi, se proprio c’è un imperativo morale naturale, questo è l’obbedienza «a chicchessia», e ciò in Nietzsche stava a significare l’assoggettamento che il debole volere doveva alla volontà di potenza forte. Tale è, in sostanza, seppure con molte differenze, l’opinione dei darwinisti sociali, come H. Spencer, secondo cui bisognava applicare la naturale legge dell’evoluzione al sistema sociale, lasciando che il forte prevalesse sul più debole.

Detto questo, si giunge a dover ammettere che o non esiste, in natura, alcun principio morale che bisogna rispettare, essendo la morale qualcosa che nasce in un dato sistema sociale e agisce nell’Io (o Super-Io, per citare Freud) dell’individuo, o che esistono principî morali rintracciabili nella natura stessa, senza però avere la possibilità di specificare quali siano questi principî, poiché «legge di natura», come visto, vuol dire tutto, cioè nulla. Che sia un espediente usato per dare una verniciata di finta oggettività alle proprie posizioni morali?

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