Monte dei Paschi, è solo l’inizio

 

La Banca Monte dei Paschi di SienaIn questi giorni tiene banco nell’attualità e nell’opinione pubblica lo scandalo della banca Monte dei Paschi di Siena, che rischia il fallimento. Al di là degli investimenti sbagliati – dei quali ci occuperemo nei prossimi articoli – viene spontaneo chiedersi: l’ex presidente di Monte dei Paschi, Giuseppe Mussari, ha agito da solo? E i controlli della Banca d’Italia sono avvenuti? Iniziamo quindi a considerare chi sia l’azionista di riferimento della banca senese. Gli azionisti sono diversi, ma il principale è la Fondazione Monte Paschi Siena, una fondazione a cui è stato conferita, come possiamo leggere nel sito “l’attività Bancaria da parte dell’ex Istituto di Credito di Diritto Pubblico nella Banca Monte dei Paschi di Siena SpA, le cui origini risalgono al 1622 quando per conto della Magistratura e del popolo senese fu costituito “affinché avesse fecondo sviluppo, ordinamento e regola, con privato e pubblico vantaggio per la Città e lo Stato di Siena”. Con l’approvazione del nuovo Statuto, l’8 maggio 2001, la Fondazione ha assunto personalità giuridica privata senza fine di lucro con piena autonomia statutaria e gestionale.” Il consiglio della Fondazione, 16 membri, è nominato da Comune (8), Provincia (5), Regione (1), Università di Siena (1) e Arcidiocesi (1). Dalla sua istituzione nel 1995, il mandato politico è chiaro: mantenere il controllo in mani senesi.

Tra banca e Fondazione esiste una rigida spartizione politica delle poltrone. Quelle della Fondazione, di nomina politica, erano spartite secondo criteri di “rappresentanza”. La maggioranza, PDS poi DS, lasciava una quota alle forze di minoranza, compresa Forza Italia, tenendo per sé la presidenza, mentre la presidenza della banca era tradizionale appannaggio delle forze cattoliche. Giuseppe Mussari, arriva alla presidenza della Fondazione nel 2001 proprio in virtù di questa regola. Con il passaggio di Mussari al vertice della banca, nel 2006, alla Fondazione arriva il cattolico Gabriello Mancini. E’ in questo intreccio di politica e finanza che nasce l’acquisizione di Antonveneta che lascia le casse della banca praticamente vuote. Ma la situazione precipita nel 2011, quando ricorre ai Tremonti-bond per rafforzare il suo capitale, 1,9 miliardi. Nella prima metà dell’anno lancia un aumento di capitale da 2,4 miliardi.

Il portafoglio della banca è colmo di titoli di stato, titoli tossici, che pesano sui conti della banca. La Fondazione decide di partecipare ad un nuovo aumento di capitale, e, fatto senza precedenti in Italia e nel mondo, si indebita. Il 12 aprile 2012 la Fondazione dichiara che è pronta a ripagare il debito di 650 Milioni di euro e di ristrutturare a medio termine il restante debito (circa 350 milioni). Contemporaneamente, i vertici della banca vengono cambiati: al posto di Mussari si insedia l’ex ad di Unicredit Profumo, che porterà alla luce le operazioni Alexandria, Santorini e Nota Italia. In questo quadro si è giunti alla richiesta di emanazione dei cosidetti “Monti-bond”, di circa 3,9 miliardi, che dovrebbero essere sufficienti per ricoprire le eventuali perdite. E l’organo di vigilanza – cioè la Banca d’Italia – dove guardava mentre i vertici senesi decidevano di realizzare queste operazioni che potremmo definire “allegre”?

Stando alle parole dell’attuale Governatore Visco: “Bankitalia è stata ingannata dai vertici della banca”. I verbali della stessa istituzione, però, dicono altro; infatti già tra l’11 maggio e il 6 agosto 2010 gli organi di vigilanza della banca centrale ispezionavano i conti della banca senese e riportavano: “l’accertamento, mirato a valutare rischi finanziari e di liquidità, ha fatto emergere risultanza parzialmente sfavorevoli”. Bankitalia, dunque, sapeva? Lasciamo che sia la magistratura ad accertarsi delle responsabilità, ma sicuramente possiamo dire che sui bollettini di vigilanza non vi è traccia di nessuna sanzione alla banca toscana. Sorgono non poche perplessità sull’efficienza del sistema bancario Italiano e del sistema di vigilanza. La storia era già nota da maggio quando una una puntata di Report titolava “Il Monte dei Fiaschi”. Eppure, neppure dopo questa denuncia, l’organo di vigilanza intervenne. Occorre, dunque, porsi due domande. La prima, è se sia ancora possibile fidarsi dell’organo di vigilanza delle banche. La seconda se sia ancora ammissibile questo fitto intreccio tra finanza e politica.

Le storie di banche “uccise” dalla politica e di mancati controlli da parte della banca d’Italia è lunga. Non c’è bisogno di ricordare gli scandali BNL – Banco di Lodi , che portarono alle dimissioni dell’allora governatore della banca d’Italia Antonio Fazio e e all’estinzione della Banca popolare di Lodi. Oppure, ancora, la banca Leghista EuroCreditNord, che fu salvata sempre da Antonio Fazio e che non servì solo a coprire le spericolate operazioni immobiliari in Croazia dei vertici della Lega, ma anche e soprattutto a non lasciare traccia delle “intermediazioni fittizie con le cooperative di allevatori create per nascondere la truffa delle quote latte non pagate”. Corsi e ricorsi che ci portano ad una sola conclusione: la politica deve stare lontana dalle banche.

Hayek scriveva, in un saggio intitolato The Denationalization of Money : An Analysis of the Theory and Practice of Concurrent Currencies:”La proposta concreta per il futuro prossimo e l’occasione per l’esame di uno schema da attuare in un futuro piu’ remoto è che i Paesi del mercato comune europeo, preferibilmente insieme ai Paesi neutrali d’Europa (e successivamente se possibile , insieme ai Paesi del Nord America) si vincolino reciprocamente con un trattato formale a non porre alcun ostacolo al libero commercio, nei loro territori, di qualsiasi tipo di valuta( incluse le monete d’oro) o al libero esercizio delle attività bancarie da parte di qualsiasi istituto legalmente costituito in qualunque parte del loro territorio”. Al contrario, osservando ciò che accade in Italia, si è fatto in modo che si sviluppasse una burocrazia parassitaria fondata su fondazioni bancarie e banche popolari che non emettono credito, o ne emettono un gran poco, ma invece fanno gli interessi dei politici, rischiando in modo spregiudicato i soldi dei risparmiatori, e venendo meno alle loro funzioni primarie.

Ma esistono alternative a questo sistema? Indubbiamente si, parafrasando L. White: “esistono sempre soluzioni alternative che potrebbero fare meglio di quanto ha fatto l’attuale sistema. Ciò non vuol dire che una qualunque alternativa darebbe risultati migliori a quelli attuali, ma questo è il momento più opportuno per cercare quella migliore.”

 

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