Italia: quanti voti sono comprati con la spesa pubblica?

 

Businessman give money for corruption somethingDelle armi nelle mani dei partiti s’è scritto e detto molto. S’è parlato della propaganda, fatta d’immagini, slogan ripetuti, demonizzazione degli avversari, inni. S’è parlato dei leader, del loro eloquio ch’esprime tutto e niente, della loro personalità piú o meno carismatica, della gestualità, dell’importanza d’un buon sorriso. S’è parlato della compravendita dei voti, della corruzione, delle lobby, della collusione con la malavita organizzata o con qualsivoglia organizzazione che possa influenzare gli elettori. Tutte queste armi dànno costantemente prova della propria efficacia, ma nessun partito potrebbe davvero mantenere il potere acquisito sulla società, se questa non fosse vincolata allo Stato da un interesse economico, spesso essenziale alla sopravvivenza di milioni d’individui. Il vincolo è la spesa pubblica.

Come il fallimento d’una grande impresa potrebbe lasciare senza reddito migliaia di dipendenti, cosí l’improvvisa scomparsa dello Stato — e dunque della spesa pubblica — potrebbe privare milioni di cittadini d’una fonte di guadagno, e dunque comprometterne l’esistenza. Il fenomeno può essere piú o meno esteso, a seconda della portata del welfare, degl’«investimenti» e dell’apparato burocratico dello Stato preso in esame. Laddove il fenomeno sia particolarmente esteso, si può parlare d’una vera e propria lobby dei «dipendenti dallo Stato», cioè d’un gruppo di cittadini il cui voto è condizionato dalle politiche sociali ed economiche espansive. Infatti, coloro che devono allo Stato la propria fonte di guadagno non voteranno mai per un partito che propone una riduzione della spesa pubblica, poiché ciò significherebbe chiudersi da soli i rubinetti. Dal canto loro, i partiti sono consapevoli della forte leva di cui dispongono, e non oserebbero mai ridurre la spesa pubblica, perdendo cosí l’affetto di migliaia o milioni d’elettori cacciati via dalle grazie dello Stato.

Spesa pubblica: perché non si riesce a diminuire?

Attenzione: non si sta dicendo che una riduzione della spesa pubblica creerebbe un esercito di disoccupati permanente; tuttavia, l’elettore chiamato a scegliere tra il mantenere il privilegio d’essere nutrito dallo Stato e l’essere lanciato di nuovo sul mercato del lavoro sceglierà chiaramente la prima opzione o, comunque, vi sarà fortemente propenso. Per avere le proporzioni della «lobby dei dipendenti dallo Stato», è necessario dunque fare alcuni calcoli — col beneficio del dubbio, vista l’approssimazione cui s’è costretti. Il numero d’elettori per la Camera dei Deputati è di 46.905.154, aggiornato alle elezioni politiche del 2013. Su tale base è possibile calcolare quanti elettori siano condizionati dalla spesa pubblica.

La prima categoria condizionata dalla spesa pubblica è costituita dai dipendenti pubblici di qualunque tipo, in tutto circa 4 milioni. Nessuno di questi dipendenti è un’isola: ognuno avrà parenti, amici, familiari, consorti, ch’egli riuscirà a trascinar con sé nella scelta di voto, e che comunque avrebbero un interesse in quella fonte di reddito. Qualche dipendente potrà condizionare piú voti, qualcun altro nessuno, ma in media almeno un voto a testa potrebbero riuscire a portarlo. Dunque si raggiunge il numero d’8 milioni d’elettori condizionati, soltanto tra dipendenti pubblici e familiari. È già il 17% dell’elettorato.

La seconda categoria da esaminare è composta da pensionati, invalidi e disoccupati, che non ricevono denaro direttamente dallo Stato, ma sono comunque beneficiari della spesa pubblica. I pensionati e gl’invalidi (veri o presunti) sono circa 16,5 milioni in tutto. Circa 7,7 milioni di pensionati sono iscritti a un sindacato, e costituiscono il 16,4% dell’elettorato. Supponendo che, dei restanti 8,8 milioni, almeno la metà voti partiti di tradizione socialista (in Italia molto radicata), la percentuale di voti diretta verso partiti che propongono maggiore spesa pubblica è del 25,8%. (Stavolta, siccome si parla di pensioni, si può evitare di considerare il voto aggiuntivo portato dal pensionato di turno.) Per i disoccupati, il calcolo è piú difficile; supponendo anche stavolta che almeno la metà di loro voti partiti di retaggio socialista, abbiamo altri 3,6 milioni di potenziali elettori legati alla spesa pubblica: circa il 7,7% dell’elettorato. Il totale di questa categoria — invalidi, pensionati e disoccupati — è del 33,5%.

Il sistema pensionistico italiano è insostenibile

Infine, non è possibile sapere quante siano le imprese che hanno un contratto con lo Stato o un debito in sospeso, né quante siano quelle in attesa d’un finanziamento, né quante siano le imprese che potenzialmente potrebbero fare un contratto con lo Stato. Ad esempio, se su 10 imprese di costruzioni ve ne sono 3 che hanno un contratto con lo Stato, non è detto che le altre 7 non possano averne in futuro, magari con un’espansione delle politiche economiche. Dunque, tutt’e 10 le imprese sono, direttamente o indirettamente, legate alla spesa pubblica.

Meno sussidi, meno tasse, piú impresa

I calcoli sono molto approssimativi, ma la cifra che viene fuori è impressionante: almeno il 50,5% dell’elettorato è condizionato dalla spesa pubblica. Inoltre, un certo numero d’astensionisti è da ricercare in quelle fasce d’elettori che non hanno interesse nella politica e probabilmente sono dunque indipendenti dalla spesa pubblica; cosicché il peso dei dipendenti dalla spesa pubblica si fa ancor maggiore nel momento delle elezioni.

Il quadro, come si può evincere, è disastroso. Un eventuale partito liberale o libertario non troverebbe mai sufficienti consensi, neanche se riuscisse a rubare tutti i voti ai partiti pseudo-liberali che finora hanno dominato lo scenario politico italiano. In tal senso, i partiti attuali sono dei veri esperti nell’arte del bipensiero orwelliano: essi gridano la necessità di ridurre la spesa pubblica, ma agiscono in modo nettamente opposto, senza che gli elettori abituali si rendano conto della contraddizione. Il gioco è perverso.

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