«Dall’inferno si ritorna», Christiana Ruggeri narra il genocidio del Ruanda

 

inferno-si-ritorna-ruggeri«Grazie a Bibi, perché ha creduto in me e mi ha cambiato la vita.» Con queste parole Christiana Ruggeri, giornalista esteri del TG2, chiude la presentazione del suo ultimo libro Dall’inferno si ritorna. La storia vera di Bibi, a cinque anni in fuga dal Ruanda (Giunti Editore, 2015, pp. 232), avvenuta presso la libreria Feltrinelli in piazza Colonna, a Roma, mercoledì 25 marzo. Un grande pubblico ad attendere l’arrivo della giornalista e degli illustri colleghi Franco Di Mare e Pietro Veronese, che sono intervenuti e hanno reso la presentazione ancor più stimolante con le loro riflessioni e il ricordo di quel drammatico pezzo di storia ruandese.

Dall’inferno si ritorna narra la storia di Bibi, la bambina che a soli cinque anni è riuscita a salvarsi dall’inferno che per 101 giorni ha reso il Ruanda la patria del demonio. Dal 7 aprile 1994 fino al 17 luglio dello stesso anno, in Ruanda furono uccisi, a colpi di machete e di kalašnikov, un milione di Tutsi, chiamati «inyenzi», ossia insetti da schiacciare, proprio come hanno fatto le milizie degli Hutu estremisti. Alla soglia del ventunesimo anniversario dell’ultimo grande genocidio del secolo scorso, la Ruggeri regala al pubblico dei lettori un testo straziante.

Pietro Veronese apre il dibattito ringraziando la Ruggeri per questo libro pieno di coraggio, lo stesso coraggio che ha avuto una casa editrice come la Giunti, che ha pubblicato un testo difficile, impegnativo, perché ricordare un fatto storico così spaventoso e di cui l’Occidente — come ricorda la Ruggeri — ha grande colpa è stancante, è complicato. Pochi sono i sopravvissuti a questa mattanza, di cui si sa pochissimo perché «è grande l’ignoranza dei fatti rispetto al genocidio del Ruanda nella nostra società», spiega Veronese, «e c’è una difficoltà del dire così vasta che non tutti coloro che sono riusciti a scampare al massacro hanno la forza di raccontare ciò che hanno visto, udito e vissuto».

IMG_4527Bibi, ad esempio, decide di raccontare ora la propria storia, e lo fa con la Ruggeri, cui apre il suo mondo reale, attuale, e quello dei ricordi più intimi, benché questa giovane e bellissima donna, che ora studia Medicina a Roma, abbia già un manoscritto che ha deciso di conservare, di tenere per sé e di non pubblicare. Purtroppo, continua Veronese, «c’è un disinteresse verso quella che è stata una delle massime tragedie del secolo scorso. C’è anche una stanchezza all’interno della società ruandese e della sua parte politica, perché, sebbene non si parli di dimenticare, tuttavia si avverte la necessità di trasmettere al Paese la voglia di proiettarsi in avanti, che, di contro, provoca una sorta di fastidio nel ricordare quegli attimi terrificanti».

Ciò porta, inevitabilmente, anche al senso di colpa in chi è sopravvissuto alla strage e alla follia del demonio, che — come ricorda Di Mare prendendo in prestito le parole del reporter polacco Kapuściński — nel 1994 ha lavorato alacremente in Ruanda.

Ad aggiungere carne sul fuoco contribuiscono le parole di Franco Di Mare che, da inviato di guerra, si è recato in Ruanda e ha assistito all’orrore, ancora nitidamente visibile nei giorni immediatamente successivi alla mattanza. «In Ruanda ho visto corpi umani presi con le gru, spostati di peso, perché ce n’erano così tanti che non era possibile recuperarli con le barelle. In Ruanda ho visto colline di corpi calcificati, colline bianche di corpi gonfi.»

La violenza in Ruanda, come ha detto Di Mare citando ancora Kapuściński, passava attraverso la demonizzazione del nemico, ma il nemico non era che il fratello del porta accanto, con cui si andava a scuola insieme, l’«insetto» Tutsi con cui lo Hutu aveva vissuto a fianco a fianco fino a poco tempo prima. Solitamente quando si parla di «male assoluto» — spiegano Di Mare e Veronese — si fa riferimento alla Shoah, ma certamente il genocidio di un milione di Tutsi ruandesi per mano di Hutu estremisti (gli Interahamwe, come venivano chiamati i gruppi armati di Hutu, che «lavoravano», ossia uccidevano, insieme i Tutsi) in quel maledetto 1994 è la «miglior imitazione della Shoah che sia stata messa in atto alla fine del secolo scorso». Il tentativo di sterminio di un’intera etnia è stato perpetrato in modo razionale: prima i Tutsi venivano uccisi all’istante; in un secondo momento, gli Hutu capirono che, per dare l’esempio di quanto fosse tenace il loro potere, avrebbero dovuto mutilare donne e bambini, che inevitabilmente avrebbero portato a vita i segni della violenza del diavolo in persona, dei dayimoni, come li chiama Bibi.

«I miei colleghi e amici vi hanno raccontato l’inferno; io ho ascoltato come se n’è usciti.» Con grande emozione la Ruggeri racconta al suo nutrito e plaudente pubblico la storia di Bibi: «Bibi si è fidata di me. Questa ragazza, con una femminilità, una delicatezza e una quiete fantastica, mi ha raccontato la storia della sua vita, che partiva dal rapporto con la sua mamma». Bibi, nel suo racconto, ha alternato racconti di vita, morte, orrore, tenerezza, paura e coccole, quasi fossero onde da cui la giornalista si è sentita travolta: «Mi mandava amore, e mi mandava i brividi; mi mandava paura e rabbia, e allo stesso tempo un’incontenibile voglia di vivere». Toccanti le parole finali della Ruggeri: «Ho imparato una cosa fondamentale, e spero che anche voi, leggendo il libro, possiate fare la stessa riflessione: se noi avessimo il coraggio di guardare il mondo, quello più spaventoso, con gli occhi dei bambini, ne usciremmo indenni».

La storia di Bibi è la vicenda straordinaria di una bambina forte e fragile, di una piccola tempesta d’amore che è riuscita ad attraversare il dolore, ed è la storia che segna la rinascita del Ruanda, risorto dalle sue ceneri per merito, in gran parte, delle donne ruandesi. Un grazie particolare va a loro, come ricorda la Ruggeri, alle donne che, messe prima l’una contro l’altra, sono riuscite a raccogliere le proprie energie, si sono prese sottobraccio, hanno allevato come fossero figli loro i quasi 500.000 bambini nati dalle violenze, e si sono unite per ricostruire il Paese, perché altrimenti, senza di loro, i figli rimasti non avrebbero avuto un futuro. Il Ruanda non avrebbe avuto un futuro.

Al termine della presentazione, l’autrice non si è semplicemente fermata per la firma delle copie e per qualche fotografia, ma ha rivolto i suoi più sinceri ringraziamenti a quanti hanno contributo alla pubblicazione di questo libro, un piccolo miracolo avvenuto grazie alla Giunti, alle ragazze dell’ufficio stampa simpaticamente ribattezzate «pink team» dalla giornalista («una brigata di donne che ha creduto in questo libro»), e a Patrizia Salierno, fondatrice del Progetto Rwanda Onlus.

La metà delle royalty del libro andrà a 45 bambini della scuola materna di Kicukiro, alla periferia di Kigali, per la costruzione di una mensa che permetta ai bambini di studiare con «la pancia piena», per usare le dolci e materne parole della Ruggeri.

Dall’inferno si ritorna, un libro che rafforza l’anima e scalda il cuore; un ruggito di dolore che sfocia nella gioia della rinascita. Un inno alla vita e ai bambini, che sono il sale dell’esistenza.

Designed by Daniele Bertoli. Developed by Pixelperfect