La lezione liberale di don Luigi Sturzo

di Giuseppe Portonera

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timthumb.phpIl 18 gennaio 1919, dall’Albergo Santa Chiara di Roma, don Luigi Sturzo pubblicava e diffondeva il suo celebre «Appello ai Liberi e Forti», il manifesto programmatico del neonato Partito Popolare Italiano e il punto di riferimento ideale e valoriale per tutta quella generazione di cattolici che – dopo la rimozione del non expedit e la diffusione della «Rerum Novarum» di Leone XIII – si apprestava al proprio debutto sulla scena politica italiana. Rileggere l’Appello è impressionante, perché si resta ammutoliti di fronte alla modernità e attualità del testo e perché emerge immediatamente l’abisso che separa Sturzo dall’idealtipo del “cattolico impegnato in politica” cui siamo abituati. Sturzo è uno dei pochi autentici maestri liberali della storia italiana. E la lettura dell’Appello ai Liberi e Forti lo conferma: Sturzo era in politica per conseguire l’affermazione piena ed effettiva delle libertà politiche, civili ed economiche, ed era ben consapevole che, senza le ultime, le prime due sarebbero state impossibili o vane. Egli scrive, infatti, nell’Appello: «Ad uno Stato accentratore tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali – la famiglia, le classi, i Comuni – che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private». È il 1919, il governo è ancora in mano a una classe politica che si definisce “liberale”, ma Sturzo ha già chiaro il pericolo che il Paese sta correndo: sulla falsariga dello Stato tedesco di Bismarck, infatti, si sta costruendo anche in Italia uno «Stato accentratore», già pronto ad avvinghiare la società libera in una stretta mortale. All’opposto, il prete calatino vuole che lo Stato «riconosca i limiti della sua attività», «rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private», disegnando quindi i confini di uno «Stato minimo», che solo vigili sul rispetto di regole chiare e stabili per tutti.

Se si pensa che nella nostra storia più recente sono stati proprio i cattolici a subire il fascino dello «Stato bàlia» – degli slogan quali «Lo Stato siamo noi» – la cultura liberale di Sturzo sembra ancora più inspiegabile. Eppure essa non era affatto un’anomalia; non per il suo tempo, almeno. Per comprendere appieno il significato dell’esperienza politica sturziana bisogna, infatti, averne chiare le radici. Sturzo comincia a far politica schierandosi tra le fila dei “cattolici intransigenti”, quel gruppo di cattolici che – spinto dal rifiuto di riconoscere la legittimità dello Stato italiano unitario – finì per elaborare una piattaforma d’azione politica fieramente avversa allo statalismo e al corporativismo (di cui la laicizzazione forzata era uno degli aspetti) dei “liberali” (mancati) eredi di Cavour. In uno dei suoi articoli più noti e importanti («Lungo monologo sullo statalismo», La Via, 1 dicembre 1952) Sturzo racconta: «Ai tempi della mia prima giovinezza gli unici a parlare e scrivere contro lo statalismo del periodo liberale erano i cattolici; […] i più, aderendo al sistema costituzionale e allo spirito nazionale, combattevano l’ingerenza statale che dal campo ecclesiastico giurisdizionalista si era esteso a quello della scuola, della beneficenza e delle amministrazioni locali. A questo gruppo sentivo d’appartenere, con l’aggiunta che più che protestare volevo agire; scelsi pertanto il terreno della pubblica amministrazione e della scuola, come campi di battaglia non negati ai cattolici». E continua: «Quando Crispi, con la legge del 17 luglio 1890, concentrò le opere pie di beneficenza e le pose sotto la diretta sorveglianza dello stato, i cattolici italiani si levarono in piedi come un sol uomo, e chi scrive, diciannovenne, fece la sua prima battaglia antistatalista. […] Perfino la scuola materna è insidiata, e si vuole farla passare sotto l’ingerenza diretta dello stato. […] Lo statalismo economico è venuto per ultimo, ma non è meno pericoloso». Sturzo aveva conosciuto l’impegno politico battendosi contro lo «statalismo», che egli vedeva come «l’eccesso e la degenerazione dell’attività statale, da non confondersi coi compiti, i doveri e i diritti dello stato», ricordando che «non sono un binomio “statalismo e libertà”, sono un’antitesi; dove arriva lo statalismo cessa la libertà».

Sturzo già nell’Appello chiedeva «libertà comunale e locale secondo le gloriose tradizioni italiche» e aveva scelto come simbolo del suo PPI lo “scudo crociato” dei Liberi Comuni italici che avevano sconfitto il potente Barbarossa. In linea col suo spirito liberale, era quindi anche un convinto “federalista”. (Non lo chiamo “regionalista” o “municipalista” – come pure egli era solito definirsi – per non fargli un torto. Infatti, inorridirebbe nel vedere quale immane spreco di soldi dei contribuenti sono diventati le Regioni e i Comuni italiani.) Nel suo insistere convinto e rigoroso sull’autonomia dei centri locali rispetto allo Stato centrale, Sturzo potrebbe apparire “anglosassone”, e lo è. Ma è anche e soprattutto intrinsecamente cattolico (aveva in questo influito la straordinaria lezione d’Antonio Rosmini): il rovesciamento della piramide del potere, col Comune come ente privilegiato e lo Stato centrale solo come ente sussidiario, era per lui la soluzione migliore per preservare l’autonomia della società e dell’individuo, tenendoli al riparo da esperimenti di “ingegneria sociale”. Purtroppo, con la morte di Sturzo, preceduta di poco da quella d’Alcide De Gasperi, tramontò l’ultima generazione di cattolici che – indirettamente o direttamente – si richiamava all’esperienza del PPI e a un’idea di cattolicesimo impegnato in politica che avrebbe avuto nel tempo successivo pochi autentici interpreti.

Il passaggio dai valori e gli ideali di Sturzo a quelli di La Pira, Fanfani e Dossetti, nel secondo dopoguerra, fu rapido e totale: il liberalismo e liberismo sturziano furono soppiantati dallo «statalismo della povera gente». Tramontò, in un battito di ciglia, quella generazione di cattolici piena d’idee riformatrici ma aliena da qualsiasi visione palingenetica di rifondazione del mondo “dall’alto”, e che ancora custodiva il significato della profonda distinzione tra “società” e “Stato”. Proprio la perdita del significato di questa distinzione ha condotto i politici cattolici a consumarsi in un abbraccio mortale con lo “statalismo”. Nell’impeto di voler migliorare le cose tutte e subito, hanno fatto un uso sbagliato delle leve del potere centrale; hanno sostituto all’impegno e alla libertà della “società civile” il comando e l’autorità dello Stato, e alle “opere di carità” il grigio burocrate. Anziché preoccuparsi di far sì che esistessero tutte le condizioni perché l’individuo potesse dare il meglio di sé, scegliendo in coscienza e autonomia il meglio per sé, hanno preferito calare dall’alto piani e soluzioni preconfezionate, che neanche funzionavano sulla carta, ma che alla prova dei fatti si sono risolte in qualcosa d’ancor peggiore. Il potere dello Stato, esondato dai propri confini naturali, ha soffocato la società e l’individuo. E questo, Sturzo l’aveva previsto per tempo, quando, senatore a vita, tuonava contro il sistematico e pervicace intervento dello Stato nell’economia, nefasta eredità del ventennio mussoliniano.

Sturzo ci manca. Manca a tutti coloro che, a vario titolo, si richiamano alla tradizione liberale, e manca in special modo a chi crede – come insegnò Wilhelm Röpke – che «il liberalismo non è […] nella sua essenza un abbandono del Cristianesimo […] bensì è il suo legittimo figlio spirituale». Manca, cioè, agli uomini e alle donne dotati di grande e autentica fede in Dio e nel suo dono più grande, la Libertà, e che perciò poca fiducia ripongono nello Stato. Ai «liberi e forti» italiani manca un leader come Sturzo, che ha sempre operato con una coerenza intellettuale granitica: lui che ha sempre scritto la parola «stato» con l’esse minuscola, riservando la lettera maiuscola a «Individuo». Nell’anniversario della pubblicazione del suo straordinario Appello, vale allora la pena di ricordare il valore, immutato, della sua lezione, che aveva come obiettivo principale la protezione dello spazio che si colloca tra il singolo e lo Stato, cioè lo spazio occupato dalle famiglie, dalle comunità, dalle istituzioni civiche e religiose e dall’economia privata, favorendo al contempo la partecipazione attiva degli uomini e delle donne a quello spazio.

> Don Sturzo, antistatalismo e battaglia per la libertà

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