Hayek e l’equilibrio economico (parte II)

 

> Hayek e l’equilibrio economico (parte I)

Concorrenza reale vs. concorrenza perfetta

Friedrich von Hayek-9704426f945e137162075144eeb4a5c80b483194-s6-c30Hayek decide d’abbandonare il costrutto dell’equilibrio economico, perché — come abbiamo visto — arriva a ritenerlo non utile al fine d’interpretare la realtà empirica. Prendiamo uno dei cardini dell’equilibrio economico: la concorrenza. I vari modelli postulano che gli agenti operino in regime di concorrenza perfetta. Inutile dire che ben pochi sono i casi in cui, nella realtà, vediamo all’opera qualcosa che s’avvicini alla concorrenza perfetta. Ma Hayek va oltre: l’idea di concorrenza perfetta non solo è distante dalla realtà, ma è forviante, poiché, se mai dovesse esistere lo stato di cose presupposto dalla teoria della concorrenza perfetta, questo non solo toglierebbe ogni reale prospettiva a tutte le attività generalmente descritte dal termine concorrenza, ma le renderebbe praticamente impossibili.

La concorrenza va, infatti, intesa come un meccanismo di scoperta e diffusione delle informazioni, senza il quale queste non verrebbero conosciute o utilizzate. Hayek insiste molto su questo punto, dedicandovi vari articoli e conferenze: la concorrenza è un meccanismo per la scoperta del nuovo. La teoria economica — o, meglio, quel tipo di teoria che s’incentra sull’equilibrio e sull’ipotesi di concorrenza perfetta — dipinge una realtà in cui non v’è spazio per alcun tipo reale di concorrenza. Infatti, partendo dall’assunto che tutti i dati siano noti, cioè che non vi sia nulla da scoprire ad esempio circa i desiderî dei consumatori o circa eventuali modi piú economici di produrre un certo bene, è evidente che la concorrenza non serve.

Riflettendo sul problema dell’equilibrio, e trovandosi a metà degli anni Trenta coinvolto nel dibattito sulla pianificazione, Hayek si trova ad affrontare il tema della conoscenza: «Il problema di quale sia il modo migliore d’utilizzare le conoscenze inizialmente disperse tra le varie persone è uno dei problemi piú importanti che riguardano la politica economica o la progettazione d’un sistema economico efficiente».8

Pensare la conoscenza come data, pensare il problema della scoperta e dell’utilizzazione delle informazioni come risolto, conduce a pensare che queste possano essere raccolte e utilizzate da una singola mente, o da un singolo organo centrale, e utilizzate a piacere. Partendo da quest’ipotesi, il modo migliore d’utilizzare queste conoscenze non può essere quello concorrenziale, di libero mercato: il risultato finale sarebbe certamente migliore se ci fosse la possibilità di raccogliere tutte queste informazioni e farle allocare da un computer seguendo il sistema d’equazioni del modello economico generale d’equilibrio.

Il punto è che non è possibile raggruppare queste conoscenze in un singolo luogo, per sofisticato che sia. Le conoscenze su cui si fonda l’ordine di mercato sono (al di là delle conoscenze tecnologiche e scientifiche) conoscenze di circostanze particolari di tempo e luogo; conoscenze che dipendono dalla posizione particolare che ciascun individuo occupa in quel momento. Tali conoscenze sono disperse tra migliaia se non milioni di persone, e appare improbabile riuscire a raccoglierle tutte.

Rispetto a tale tipo di conoscenze, ogn’individuo si trova in vantaggio rispetto a tutti gli altri, giacché egli possiede informazioni uniche, che possono esser utilizzate con profitto, ma solo se le decisioni che dipendono da queste vengono lasciate a lui o sono prese con la sua attiva collaborazione.9

Lo spedizioniere marittimo che si guadagna da vivere usando viaggi vuoti o mezzi vuoti di carrette a vapore, l’agente immobiliare la cui conoscenza si limita quasi esclusivamente a quella d’occasioni temporanee, l’arbitraggista che trae i propri guadagni dalle differenze locali dei prezzi delle merci — tutti svolgono funzioni utili basate sulla particolare conoscenza di circostanze particolari, ignote agli altri (e, in virtú di questo, riescono a trarne un profitto).

Ma c’è un’altra ragione, ancor piú importante. Tali conoscenze, che l’ordine di mercato fa sí che vengano scoperte e utilizzate, sono spesso conoscenze tacite, che gl’individui non sono pienamente consci di possedere, e ch’emergono solo quando le circostanze costringono ciascuno di essi a scoprirle: «Esistono conoscenze tacite, immagazzinate all’interno di regole di condotta e delle quali i singoli individui diventano consapevoli allorché qualche circostanza li costringe a scoprirle».10

Ciò che fa emergere tali conoscenze tacite è il meccanismo della concorrenza. Se invece s’adotta la nozione d’equilibrio stazionario, l’analisi del processo concorrenziale si riduce a un esame delle variazioni dei prezzi e delle risposte degli agenti in un contesto di dati invarianti — mentre l’essenza del processo consiste proprio nel favorire l’adattamento del sistema a una configurazione continuamente mutevole di dati. Nell’ipotesi stazionaria, s’è costretti a pensare il processo concorrenziale come un processo puramente virtuale d’aggiustamento — mentre uno dei tratti caratteristici della concorrenza reale è quello d’operare attraverso la continua generazione di situazioni di disequilibrio.

Un certo grado di disequilibrio è indispensabile per il funzionamento del meccanismo concorrenziale nel mondo reale. Disequilibrio vuol dire in primis che le aspettative di certi agenti sono andate disattese: «La corrispondenza tra aspettative, che permette a tutti di raggiungere ciò per cui lottano, è in effetti il risultato d’un processo d’apprendimento che comporta tentativi ed errori, e implica la delusione costante d’alcune di esse».11

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