Abolizione delle Province, un grande bluff

 

Palazzo Chigi - Insediamento del Presidente del Consiglio Matteo Renzi«Si tratta d’una rivoluzione istituzionale, le Province sono state abolite nella loro classe politica, ora sono solo agenzie al servizio dei Comuni»: cosí dichiarava trionfalmente il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio qualche mese fa. Che cosa vuol dire che «le Province sono state abolite nella loro classe politica», però? Esistono ancora, nonostante l’impegno d’eliminarle come centro di costo, economico e burocratico, cosí come promesso da quasi tutte le formazioni politiche in campagna elettorale, o no?

Già qualche mese fa, su queste pagine, abbiamo analizzato la «riforma Delrio» piú volte, indicando che molte cose non tornavano. Oggi, coll’entrata a regime della nuova forma istituzionale delle Province, è possibile tirar le somme d’uno dei punti focali del piano di rilancio del Paese del presidente del Consiglio Matteo Renzi.

La cosa principale da dire è che le Province non sono state abolite; continuano a esistere, come centro di costo e come istituzione, ma sono divenute quel che in gergo si chiama «ente istituzionale di secondo livello».

Interessante la definizione della fattispecie, che si configura come «un ente pubblico che ha tra gli elementi costitutivi il territorio» ma che, a tutti gli effetti, viene privato di quell’elemento perturbante chiamato elezione a suffragio universale. Il presidente verrà votato dai sindaci e dai consiglieri dei Comuni inseriti nella Provincia e dev’essere obbligatoriamente un sindaco d’uno di questi Comuni; stesso discorso avviene per i consiglieri del «nuovo» ente.

> Province, DDL Del Rio: la vera riforma?

Inizialmente non s’escludeva la rimodulazione delle competenze, ma restano in capo alla Provincia la tutela dell’ambiente, l’istruzione pubblica, i trasporti, la pianificazione territoriale — cioè tutto quel che era già riservato al vecchio ente, senz’alcuna modifica.

Non serve proseguire per comprendere che l’unica vera modifica che s’è attuata è stata l’eliminazione del «fastidio» nel dover ricorrere alla volontà popolare per eleggere il Consiglio provinciale. (Cosa che sembra inserita perfettamente nel solco istituzionale tracciato dalla nomina di Mario Monti a presidente del Consiglio in poi: quello dell’esclusione dei cittadini-sudditi da ogni decisione istituzionale.)

Qualcuno potrebbe dire che, cosí, si «disintermedia» la governance dello Stato, eliminando un costo quale l’organizzazione delle tornate elettorali e i compensi delle cariche politiche. Ma quanto veramente si risparmierebbe? Ci sarebbe veramente un ritorno d’utilità per i cittadini, con questo nuovo assetto?

Le Province, in totale, pesavano fino al 2013 solo un 1,35% della spesa pubblica del Paese, 11 miliardi d’euro cioè, e il «costo della politica» (termine orribile entrato nel linguaggio comune coi soliloqui di Beppe Grillo) è di 111 milioni d’euro, di cui 95 per il pagamento delle indennità di ~1.770 eletti, ~53.600 euro pro capite (come un dipendente medio bancario), e ~16 milioni di rimborsi spese.

Dai dati qui riportati s’evince che la riforma epocale porta, credibilmente, a un risparmio dello 0,97% del costo complessivo degli enti che si dicono formalmente aboliti, un risparmio totale dello 0,01% del totale della spesa pubblica. Ecco la «riforma epocale» richiamata dal sottosegretario Delrio; ecco i veri numeri dell’unica riforma portata a termine dal governo Renzi finora.

> Province, dalle origini a oggi

Siamo sicuri che l’eliminazione delle Province tout court, poi, sarebbe stata una necessità per lo Stato italiano? Forse sí, se unita a una forma federalistica spinta sul modello dei Länder tedeschi e all’obbligo di fusione per tutti i Comuni sotto i 10.000 abitanti. Ma, fatto salvo quest’ultimo punto, che sarebbe veramente rivoluzionario, un altro modello probabilmente sarebbe stato piú funzionale.

La Provincia, come istituzione, ha una storia lunghissima sul territorio italiano, ben piú dello Stato nazionale, e con un radicamento molto piú importante nelle abitudini e nelle tradizioni della popolazione. Partendo da questa considerazione, sarebbe stata piú efficiente e auspicabile una riforma piú coraggiosa degli enti istituzionali, abolendo non le Province, bensí le Regioni e tutti gli altri enti di secondo livello, come le Comunità Montane e Marittime, i BIM e pure le Prefetture, per attribuire tutte le loro competenze alle nuove Province, insieme a un elevato livello d’autonomia finanziaria e decisionale, prendendo a modello la Provincia autonoma di Bolzano, per esempio.

Le Regioni, a questo punto, resterebbero come organi di coordinamento territoriale, come delle mere assemblee dei presidenti delle Province, ma private d’ogni competenza e autonomia di spesa, che invece spetterebbero alle Province.

Ovvio che un modello del genere dovrebbe esser accompagnato da una profonda riforma fiscale (che avevamo già tracciato su queste pagine qualche anno fa) dove i livelli di prelievo sarebbero StatoProvinciaComune con una flat tax molto bassa per il primo e un sistema di moltiplicatori affidato all’autonomia degli altri enti autonomi, piú o meno com’è strutturato il modello svizzero.

In definitiva, piú che la riforma mediatica ma inconsistente avvenuta per le attuali Province, sarebbe stata auspicabile una rivoluzione nell’assetto istituzionale del Paese, con Comuni piú rappresentativi (almeno 10.000 abitanti per ognuno), 110 Province/cantoni autonome e nessun altro ente intermedio o parallelo. Un maggior controllo sui centri di prelievo e di spesa anche da parte dei cittadini sarebbe cosí possibile ma, evidentemente, non desiderato dai piú.

> Il finto federalismo ha fallito

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