L’insostenibile leggerezza del dibattito sull’Islam

 

716434368-demi-lune-symbole-mascate-sanctuaire-minaretL’equilibrismo, soprattutto in politica, viene considerato come qualcosa di disdicevole, come sinonimo d’ignavia, o un atteggiamento ondivago verso un argomento, magari dettato da interessi di varia natura. In particolare nel dibattito politico del terzo millennio è evidente come si preferiscano posizioni nette, se non manichee, granitiche, in grado di bucare lo schermo. Il dubbio, il ragionamento critico e intellettualmente onesto, quasi sempre, non sono di casa, essendo devianti rispetto a un confronto muscolare cui ci siamo dovuti abituare. Eppure esistono temi, grandi temi, ma anche questioni minori, sui quali bisognerebbe destreggiarsi come l’acrobata che tenta di mantenere un equilibrio su una cima per evitare di schiantarsi qualche decina di metri più in basso. E alcune delle vicende sulle quali non bisognerebbe sbilanciarsi, e per le quali il bianco e il nero non esistono, sono quelle legate alle grandi questioni politiche del terzo millennio, tra cui le più importanti sul piano internazionale: il rapporto dell’Occidente con l’Islam, coi Paesi del Medio Oriente, del Nord Africa e via discorrendo. Le nozioni, le notizie, i dati e i fatti che si affastellano di giorno in giorno dovrebbero indurre a cautela, tuttavia le discussioni pubbliche sull’argomento sembra proprio che non riescano a trovare un equilibrio tra il fallacismo da tastiera e il boldrinismo da telegiornale. Ma cercando di mettere po’ d’ordine in questa lotta tra curve da stadio è possibile trovare elementi che siano in grado di rendere onore alla complessità delle questioni in ballo.

Scontri di civiltà, complessità e alcune precisazioni

Partiamo da un dato di fondo: è evidente che è in corso un confronto/scontro tra Occidente e Islam, secondo linee di frattura che alcuni pensatori hanno efficacemente teorizzato. Arnold J. Toynbee, ad esempio, categorizzò le reazioni di una cultura agli influssi di una civiltà più “radioattiva”, con il modello degli “zeloti” e degli “erodiani” . Samuel P. Huntington, tanto per fare un altro esempio, nel 1996 descrisse con molta abilità gli scenari che si sarebbero creati a livello geopolitico dopo la fine del sistema bipolare della guerra fredda, preconizzando un sistema internazionale basato su fratture etniche, religiose, culturali – in poche parole, le civiltà. E, andando sul caso concreto, il rapporto tra civiltà occidentale e civiltà islamica rientra appieno in queste linee interpretative, essendo due contenitori profondamente differenti. Una differenza che deriva da eventi e processi storici spesso imprevedibili e involontari, che hanno portato l’Occidente a conoscere fenomeni come – sempre per fare un esempio – la secolarizzazione culturale, politica, sociale; fenomeno sconosciuto per molti secoli, e molto debole ancora tutt’oggi, nella stragrande maggioranza delle comunità islamiche, se non in rari casi e secondo percorsi solitamente controversi. Questa divergenza, come altre differenze, ha quindi creato frizioni, incomprensioni, che non necessariamente hanno avuto o hanno o potrebbero avere come conseguenza logica lo scontro militare, ma che di certo possiedono il potenziale per esacerbare ulteriormente conflitti sempre più globali o interregionali.

Ciò detto, limitare le discussioni su Islam e argomenti correlati solamente a queste linee interpretative – brutalmente sintetizzate in quest’articolo – sarebbe un errore. Non perché errate, ma perché modelli da arricchire con altre nozioni e conoscenze in grado di avvalorare o smussare o problematizzare queste interpretazioni. Soprattutto perché esse hanno come oggetto una civiltà – quella “islamica” – molto frammentata, contraddittoria e complicata. Un aspetto che, per motivi di vario genere, non viene mai adeguatamente sottolineato nel dibattito pubblico e politico. Si tende, infatti, a ragionare come se la cultura islamica e le società impregnate di questa cultura fossero dei monoliti. Ma tutto questo non è solo sbagliato, ma anche fuorviante. La storia culturale, politica, sociale dell’Umma islamica è una storia fatta di dibattiti culturali, religiosi, politici, ma anche di scontri tra leader, paesi, etnie, poteri religiosi e/o politici.

Eppure, nonostante siano questioni piuttosto note, talvolta se ne parla alla meno peggio, se non sparando vere e proprie castronerie. Non è raro, tanto per dire, sentire accomunare popolazioni arabe e popolazioni della zona iranica in un tutt’uno etichettato come “arabi”. Come non è raro sentir relegare il sunnismo alla sola versione saudita-wahhabita. Come non è raro che gli alawiti vengano descritti come dei “semplici” sciiti. E si potrebbe andare avanti, ma l’elenco delle idiozie è veramente troppo esteso. La realtà è che tutto questo mondo (Islamico e/o arabo e/o persiano e/o nordafricano…) è – ed è sempre stato – un coacervo di attriti, guerre, aspirazioni politiche e militari. Un universo che molto spesso ha prodotto delle dispute teologiche a partire da – e non “a seguito di” – dispute puramente politiche/militari/economiche. Sempre per fare un esempio concreto, si può affermare con un certo grado di certezza che lo scontro tra sciiti e sunniti non sia fondato, se non marginalmente, su divergenze religiose/teologiche. Queste sono state politicizzate a causa di un antico confronto tra popolazioni arabe e popolazioni persiane, e relativi governi/governanti, per il predominio sul Medio Oriente. Un confronto-scontro che va avanti ancora oggi, e nato nella sua forma moderna dal confronto puramente politico-strategico tra Arabia Saudita e Iran, in particolare a partire dagli anni Settanta del Novecento.

Il ruolo dell’Occidente: tra “imperialismo” e responsabilità relative

In tutto questo è chiaro che l’Occidente ha avuto un ruolo importante, ma anche in questo caso bisogna articolare un discorso frequentemente semplicistico. Da un punto di vista prettamente culturale, l’Occidente è sempre stato, in un certo senso, “imperialista”. La cultura occidentale, in tutta la sua miriade di sfaccettature, è sempre stata connotata da un’enorme capacità di fascinazione nei confronti di altre culture e da una altrettanta spiccata capacità di ibridazione con altre realtà culturali. Fenomeni come la già citata secolarizzazione, lo sviluppo del Mercato e del libero commercio, il progressivo affermarsi di sistemi politici liberali, l’affermazione dei principi che li sorreggono, la progressiva conquista da parte della società e degli individui di una propria autonomia dal potere politico, sono stati – e sono tuttora – potenti motori e veicoli con cui l’Occidente ha volontariamente, ma soprattutto involontariamente, “invaso” altre culture. E certamente, accanto a questo, va menzionato sicuramente il processo di colonizzazione con cui le potenze occidentali hanno tenuto in pugno larga parte del pianeta per molto tempo, compiendo un’opera, in più di qualche caso, di vera e propria colonizzazione culturale.

Ma si può imputare a questi fenomeni il caos mediorientale, con particolare riferimento a quello contemporaneo? Sì e no. Di certo l’influsso quasi “radioattivo” – per usare un termine utilizzato da Toynbee – della nostra cultura ha creato sconquassi nell’universo delle società islamiche. Non è un caso che molti dibattiti politici-culturali che ancora oggi esistono all’interno del mondo islamico siano nati dopo il 1792, cioè la data della campagna d’Egitto di Napoleone, uno shock per il Dār al-Islām che sentì sulla propria pelle il gap tecnologico, militare, politico che si era oramai creato con il mondo occidentale. E certamente i governi occidentali, prima colonizzando o comunque applicando forme diversificate di influenza e controllo sulle zone mediorientali, in particolare dopo la fine della Prima Guerra mondiale, non hanno migliorato gli equilibri all’interno del territorio dell’ex Impero Ottomano e non solo.

Tuttavia ritenere che quanto scritto poche righe sopra, come sostengono alcuni, sia la causa dell’attuale caos nel MENA (Middle East and North Africa), o l’origine di tutti i mali di questa regione, è assolutamente fazioso e parziale. Per varie ragioni. Ma soprattutto perché i governanti, i leader politici e/o religiosi e i gruppi di potere indigeni, in particolare nell’area mediorientale, hanno goduto, anche nel breve periodo di influenza e/o controllo occidentale di quelle aree, di amplissimi margini di azione se non vere e proprie forme di autonomia. Detta in altri termini: gran parte delle lotte di potere, religiose, economiche del XIX, XX e anche XXI secolo sono stati voluti e determinati dagli stessi governi e governanti mediorientali. Gli stessi Stati nati, e in alcuni casi spariti, in Medio Oriente, sono stati certamente istituiti sulla base delle di decisioni della comunità internazionale e del mondo Occidentale, ma in molti casi rispondevano agli interessi, alle mire, se non a veri e propri capricci di potentati locali e regionali.

Una guerra regionale

Insomma, il destino del Medio Oriente e del Nord Africa è stato segnato anche, e soprattutto, dal potere politico locale, dalle lotte regionali, dalle lotte per il controllo di zone strategiche a livello economico e militare. E infatti più di qualcuno ha fatto notare come il vero obiettivo del caos siro-iracheno non sia l’Occidente, o almeno non il principale, quanto piuttosto il controllo della regione mediorientale e, in parte, nordafricana. Non che si voglia sminuire il peso di altri fattori. Il fattore ideologico, ad esempio, svolge un ruolo importante, non c’è dubbio: il radicalismo islamico, per andare su un caso concreto, è un piccolo cosmo di ideologie condivise da una percentuale esigua del mondo musulmano, ma che conserva sulla maggioranza un effetto di fascinazione importante. E, sempre senza dubbio, il fattore degli equilibri internazionali pesa: i paesi occidentali sono degli obiettivi – di varia natura – importanti per molte parti in campo in quella regione. Ma anche qui bisogna specificare che: per prima cosa, il radicalismo islamico è appunto un piccolo mondo, non un corpo unitario, con tutte le caratteristiche dei “mondi”, cioè alleanze, guerre interne, scontri politici – vedere le lotte tra brigate qaediste e brigate affiliate ll’Isis in Siria; e, seconda precisazione, i paesi occidentali sono obiettivi più per un’opera di dissuasione dall’intervento, che non obiettivi militari o di conquista, e sono paesi con cui molti attori regionali intrattengono relazioni importanti.

In altri termini: stiamo assistendo a un guerra tra potenze regionali – Turchia, Arabia Saudita, Egitto, Iran, per citare solo i più importanti – che si stanno spartendo la zona mediorientale, cercando, in alcuni casi, di diminuire – o, in alcuni casi, di sfruttare – l’influenza occidentale sulla regione per ritagliare spazi di manovra più ampi. Il tutto in un gioco di legittimazione/delegittimazione tra le leadership mediorientali/nordafricane attraverso vari mezzi – ideologico-religiosi, militari, economici.

Un po’ di sano realismo (che non c’è)

Insomma, qualunque sia il livello di analisi scelto – culturale, religioso, ideologico, politico, economico, geopolitico – gli enormi temi a cui si è accennato erano e rimangono tuttora di una complessità grave. Per questo, se volessimo veramente onorare le radici della civiltà di cui facciamo parte, dovremmo non radicalizzare, bensì problematizzare queste vicende. E il compito dovrebbe spettare alle nostri classi dirigenti politiche, culturali, sociali, economiche. Ma, appunto, dovrebbe… Purtroppo la realtà è che dalle nostre parti, e in maniera sempre più ampia a livello geografico, fette importanti delle nostre opinioni pubbliche rispondono a retoriche, simboli e messaggi semplificati, interessati, talvolta nazionalisti, spesso populisti, che non promettono nulla di buono.

Anche perché abbiamo già visto a cosa porta agire al buio. Negli ultimi decenni l’Occidente – per mezzo delle alleanze internazionali perseguite nel MENA e le azioni internazionali compiute nella stessa regione – ha mostrato al resto del mondo, e anche a se stesso, di non aver mai capito cosa fossero il Medio Oriente e il Nord Africa. E l’aspetto più deprimente è che pare si voglia continuare, se non accelerare, su questa strada. Che probabilmente risulterà, senza via d’uscita o molto pericolosa.

Le interpretazioni che sono seguite alle travagliate vicende di questa regione sono per molto tempo rimaste legate a visioni ideologiche terzomondiste, o militariste, o “democraticiste” o legate a qualche altro “ismo”. Non di rado campate per aria. E purtroppo questa partigianeria non ha permesso, spesso, di guardare al mondo mediorientale e nordafricano in maniera realistica. Il che, sia ben chiaro, non significa presumere l’inesistenza di chiavi di lettura diverse, tutt’altro: significa semplicemente sostenere che i ragionamenti, fatta la tara alle proprie posizioni politiche, dovrebbero essere ancorati maggiormente a dati ed elementi di conoscenza solidi, magari strutturati in maniera scientifica, o quantomeno logica. Ma, come si diceva all’inizio, oramai queste impostazioni vengono presentate, o vengono percepite, nelle nostre società come equilibrismi. Società dove lo scontro politico si fa sempre più polarizzato e sempre più determinato dal machismo e dall’istantaneità. Tuttavia, tutto ciò non promette nulla di buono.

Stiamo rischiando d’imboccare una strada che, non subito ma fra non molto, ci accorgeremo essere senza uscita o estremamente pericolosa: perché è la strada della qualunque su qualsiasi argomento, per fini puramente politico-elettorali, al di là di qualsiasi aderenza ai fatti delle argomentazioni proposte. E questo sentiero, come già detto, è pericoloso, sia per le questioni affrontate qui sia per altre, d’altra natura. Anche perché, qualora dovessimo imboccarlo seriamente, ho paura che non ci sarà nessuno ad aiutarci contro noi stessi.

Designed by Daniele Bertoli. Developed by Pixelperfect