La droga peggiore è l’interventismo statale

Quasi come sulla scia della notizia della morte di Marco Pannella (19 maggio 2016), il 7 ottobre 2016, nel programma radiofonico La Zanzara, il Sindaco di Messina Renato Accorinti è intervenuto nella discussione concernente un’annosa questione tutta italiana: la droga. La voce del Sindaco della città metropolitana dello Stretto è stata una delle tante che si sono sollevate dalle fila degli amministratori locali di svariati comuni dello Stivale in difesa di un uso di stupefacenti non sanzionato penalmente, contrariamente a quanto avviene tuttora. Le sue considerazioni a favore della commercializzazione della droga hanno spaccato a metà l’opinione pubblica, come avviene ogni qualvolta venga espressa una visione che si discosti dalla mentalità proibizionista e falsamente moralista imperante. Il Sindaco di Messina si è fatto promotore di una legalizzazione delle droghe leggere e ha espresso la sua opinione sulla necessità utilitaristica di permettere la compravendita di droghe pesanti con il mero scopo di sottrarre campo d’azione alla malavita organizzata. Nel caso delle droghe pesanti, tuttavia, il Primo Cittadino messinese ha voluto precisare e sostenere l’importanza di adoperare mezzi di informazione ed educazione per affrontarne la dipendenza, tema particolarmente delicato che, nonostante qualsiasi proposta di legalizzazione, dovrebbe essere risolto. In questo caso, la sollecitazione a evitare l’uso di droghe pesanti non passerebbe attraverso un proibizionismo tout court, quanto invece attraverso una campagna mirata di sensibilizzazione e presa di coscienza e responsabilità da parte dei giovani.

Nonostante la lungimiranza manifestata dal Sindaco dello Stretto, le problematiche che sorgono nell’argomentazione di questi temi sono evidenziate dall’uso di specifici termini. Nel corso dell’intervista si è parlato di «cocaina di Stato», «legalizzazione» che, come detto sopra, rappresenterebbero fattori da usare per sottrarre ingenti fette di mercato alla criminalità organizzata. Le espressioni appena menzionate devono essere però distinte dalla pratica di liberalizzazione del mercato degli stupefacenti dato che, proprio per quanto concerne gli effetti che ci si aspetta di raggiungere nel contesto della lotta alla criminalità e nello sgravare lo Stato da oneri di controllo capillare sulle abitudini della popolazione, le due pratiche – legalizzazione e liberalizzazione – potrebbero sortire effetti nettamente diversi.

La legalizzazione rappresenterebbe solo l’ennesimo consistente intervento statale nella commercializzazione delle sostanze stupefacenti, elemento che si risolverebbe in un’apertura a un nuovo settore economico che però, di fatto, costituirebbe un fronte di lotta alla mafia solo a livello nominale, senza sortire effetti rilevanti. La legalizzazione creerebbe un monopolio di Stato. Negli studi economici è universalmente riconosciuto il problema congenito a questo tipo di mercato. Ogni monopolista (sia egli privato o sia esso lo Stato) ha la possibilità di applicare a un bene il prezzo da lui desiderato, anche arbitrariamente. Per ottimizzare il proprio guadagno e trarre profitto nel modo più agevole, il monopolista, unico attore allocatore di un determinato bene sul mercato, potrebbe anche decidere di ridurre la quantità di bene offerto, rendendo la sua merce più rara e dunque ottenendo la possibilità di alzarne il prezzo. Appare chiaro che, nei casi di un bene secondario, l’azione del monopolista avrebbe un’incidenza minore sulla vita e sulle finanze dei consumatori, in quanto questi ultimi potrebbero anche privarsi del bene secondario in questione, senza incorrere in una mancanza determinante per la qualità della loro vita. Tuttavia la situazione muterebbe radicalmente qualora il bene fosse primario, infungibile, assolutamente necessario. Il monopolista avrebbe l’opportunità di vendere in ogni caso la quantità ridotta dei beni allocati sul mercato, cagionando sia il malcontento dei consumatori che rimarrebbero sprovvisti del bene particolarmente prezioso sia l’insoddisfazione dei consumatori che sarebbero costretti a sacrificare ingenti risorse per ottenere quello stesso bene.

Considerando la particolare natura dei fruitori del mercato degli stupefacenti, potremmo dedurre che la dipendenza e l’astinenza a cui sono sottoposti i consumatori potrebbe far assumere al bene rappresentato dalla droga un valore notevole, avvicinandosi pericolosamente alle caratteristiche di un bene primario. Ovviamente, la realtà risulta essere più complessa rispetto a quanto delineato finora, dato che esistono casi in cui questa forma di mercato risulta essere necessaria per perseguire l’obiettivo dell’ottimale funzionamento del mercato. Tuttavia, le regole generali del funzionamento di un monopolio applicati al contesto degli stupefacenti, rientrano in quella regola generale che non depone a favore di un successo nella lotta alla mafia.

Seguendo la logica del monopolio, per cui i prezzi non tenderanno mai a un abbassamento volontario – a meno che non si intervenga tramite un calmiere dei prezzi imposto per legge -, tutti i consumatori di stupefacenti si ritroverebbero a poter acquistare, senza incorrere in problemi legali, un prodotto a un prezzo dall’alto costo. Se a questa visione si aggiunge l’impossibilità dello Stato di conoscere i prezzi previsti e imposti dalle organizzazioni criminali ai loro prodotti (asimmetria informativa dello Stato), potrebbe anche verificarsi la particolare condizione per cui i prezzi della mafia resterebbero comunque molto più competitivi di quelli dello Stato, spingendo ancora una volta parte dei consumatori a decidere di correre il rischio di incappare in provvedimenti legali a fronte di costi inferiori nel reperimento di stupefacenti. Il caso dei tabacchi, in questo caso, è particolarmente emblematico. L’aumento dei prezzi sulle sigarette preconfezionate, che si traduce in una giustificazione dell’azione volta a far desistere i consumatori dal loro acquisto per tutelarne la salute, negli ultimi tempi ha prodotto un revival di traffici illeciti di sigarette a basso costo prodotte in Oriente o nell’Europa dell’Est, ma che non rispettano gli standard di qualità europei, testimoniato da notizie apparse su più quotidiani. Ancora una volta, la convenienza offerta dai prezzi altamente competitivi del mercato nero, che non deve sottostare a regole pressanti degli enti statali, avrebbe gioco facile contro un mercato legalizzato ma incapace di sostenere la concorrenza dell’illegalità.

La liberalizzazione, di contro, potrebbe garantire un migliore aggiustamento dei livelli dei prezzi, permettendo di risolvere immediatamente due problemi: primo, evitare lo sperpero di finanze, indebitamento e lastrico di intere famiglie in cui si conta la presenza di uno o più membri che abbiano problemi di dipendenza; secondo, avere un controllo capillare dei consumatori di droghe pesanti, gestito direttamente dai privati e supervisionato dalle forze dell’ordine locali, in modo tale da poter intervenire con programmi di rieducazione destinati ai casi più gravi di dipendenza.

I due punti ipotizzati fanno risaltare la funzione economica e sociale di una liberalizzazione del mercato degli stupefacenti. In primo luogo si creerebbero opportunità di lavoro, si assisterebbe a un proliferare di piccole e medie aziende di venditori di sostanze stupefacenti, legalmente esercenti e sottoposti a controlli periodici sulla qualità dei prodotti venduti. Le conseguenze ipotizzabili potrebbero essere un lieve abbassamento delle percentuali di disoccupazione e una migliore tutela della salute dei consumatori. In secondo luogo, lasciando al mercato liberalizzato la possibilità di autodeterminazione, per mezzo della concorrenza tra imprese, fattore che opererebbe un decremento dei prezzi, si costringerebbe il mercato nero gestito dalla criminalità a faticare molto di più nell’attrazione di consumatori. Il contenimento dei prezzi permetterebbe ai consumatori di acquistare a prezzi abbordabili i beni desiderati, senza per questo sottoporsi a un prelievo esoso e pericoloso da parte degli spacciatori malavitosi. Una lotta senza quartiere prenderebbe vita tra il mercato liberalizzato – accettato dalla legge – e il settore gestito dalla mafia, manifestando un’efficacia maggiore rispetto al monopolio statale o alla mancanza di concorrenza del mercato legalizzato, risultato dell’imposizione di un prelievo eccessivo dei profitti imprenditoriali.

Anche nel caso in cui la criminalità riuscisse a fissare un prezzo inferiore rispetto al prezzo più basso offerto sul mercato liberalizzato, quest’ultimo, supportato dalla presenza di una norma che punisse le transazioni contra legem, potrebbe far pendere l’ago della scelta di molti consumatori verso la fruizione di un prezzo modico e privo di rischi (offerto dalle imprese), piuttosto che verso un prezzo altrettanto basso ma foriero di penalità giudiziarie (offerto dalla criminalità). Se l’obiettivo fosse la lotta alla criminalità organizzata, a fianco della liberalizzazione, che dovrebbe consistere nell’abbattimento dei costi d’impresa derivanti da tassazione e nell’assenza di regole che ponessero freni al mercato aumentando i costi dei prodotti, se si dovesse ammettere un intervento nel mercato da parte dello Stato, l’attività istituzionale dovrebbe limitarsi a porre in essere attività accessorie di repressione della criminalità per mezzo delle forze dell’ordine. Indagini sui clienti abituali delle aziende permetterebbero quindi una più facile ricezione di informazioni per capire quali potrebbero essere i casi bisognosi di aiuto, per perseguire l’utile sociale di avversare situazioni di rischio per l’ordine pubblico e la salute degli individui con tossicodipendenze gravi. Anche un controllo finanziario dell’attività degli impresari di tali aziende potrebbe assolvere a una funzione di utilità sociale, nell’ottica di punire quegli imprenditori che non seguissero un comportamento corretto nei confronti degli interessi sanitari dei clienti con tossicodipendenze gravi, qualora si riscontrassero casi di non collaborazione con le autorità nell’educare i cittadini ad un uso più moderato o a un abbandono delle droghe più pesanti. In sintesi, se lo Stato dovesse e volesse veramente intervenire sul mercato degli stupefacenti, dovrebbe limitarsi alle sole attività di monitoraggio e risoluzione dei casi limite di tossicodipendenza, nella persecuzione giudiziaria del mercato nero degli stupefacenti (nel caso specifico, quello gestito dalla mafia) e nella gestione di eventuali disordini pubblici causati da individui che abbiano assunto tali sostanze. Tutto questo, lascerebbe un ampio margine d’azione del libero mercato, facendolo diventare più concorrenziale e fonte di attrazione di capitali (anche e soprattutto esteri) tramite «turismi dello stupefacente» (ad esempio), che di fatto arricchirebbero la nazione di introiti, mettendo in moto anche le attività commerciali di cui un turista avrebbe bisogno durante la sua permanenza in territorio italiano (ristoranti, hotel, mezzi di trasporto, luoghi di interesse culturale ecc.).

L’applicazione della liberalizzazione degli stupefacenti trova il suo esempio più eloquente nella realtà olandese. Lo Stato del Benelux ha avviato una «politica della tolleranza» che de facto ha depenalizzato l’uso di stupefacenti e la loro vendita in quantità pari o inferiori ai 5 grammi, nonostante sia rimasto formalmente in auge l’obbligo delle forze dell’ordine di requisire qualsiasi prodotto derivato o affine alla categoria degli stupefacenti e che venga consumato fuori dagli appositi locali di vendita (coffee shop). La politica di tolleranza ha permesso all’Olanda di abbattere la spesa pubblica diretta alla risoluzione di problemi relativi alle dipendenze, riuscendo, per mezzo degli sforzi dei privati, a identificare i casi limite da sottoporre a disintossicazione. Il risparmio così ottenuto è stato reinvestito in proficue e mirate campagne di informazione sui rischi legati all’assunzione di sostanze stupefacenti, tanto che le percentuali olandesi dei consumatori di droga sono proporzionalmente più basse rispetto ad altri Paesi europei. La liberalizzazione del mercato degli stupefacenti, per quanto questo possa sembrare uno stereotipo di secondo rilievo, ha creato un vero e proprio business turistico di attrazione internazionale. L’assenza di norme apposite che tollerino o regolamentino adeguatamente l’uso di stupefacenti in molti Paesi europei, si è tradotta in una forza d’attrazione commerciale senza pari per l’Olanda che ne ha sfruttato le potenzialità.

Paradossalmente la campagna di sensibilizzazione a non assumere sostanze stupefacenti unito alla «politica di tolleranza» che ha concesso la possibilità ai consumatori di assumere droga esclusivamente all’interno dei coffee shop, ha sensibilmente ridotto il tasso di morti per overdose, ha ridotto le percentuali di fruitori di queste sostanze, ha reso i cittadini molto più informati, consapevoli e liberi di scegliere, senza incorrere in danni per la loro salute, per la salute e la sicurezza pubbliche, per le proprie finanze. La strada da percorrere in Italia sarà forse molto perigliosa e lunga, ma forse, prima ancora di giungere alla liberalizzazione per fronteggiare il problema delle mafie e delle dipendenze, il primo passo sarà quello di disintossicare il nostro Paese dalla droga rappresentata dall’interventismo simil-monopolizzatore dello Stato Leviatano in quei settori che non necessiterebbero di questa forma di mercato.

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