DDL Cirinnà e regolamentazione forzosa delle convivenze

 

Contratto-di-convivenzaIl disegno di legge Cirinnà è in questi giorni al centro dell’attenzione politica o mediatica per le innovazioni che si propone d’introdurre sul tema delle unioni omosessuali. Le implicazioni del riconoscimento legale delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e ancor più quelle del capitolo della stepchild adoption sono state ampiamente affrontate in un dibattito che sta vedendo una forte mobilitazione da parte di quelle sezioni del Paese che, nei due fronti, sono più sensibili alla questione. Sarebbe utile che la legge Cirinnà si occupasse solo del tema delle unioni gay, tanto perché tale tema è in sé ampio e importante, quanto perché è questo il tema che politicamente è stato portato nella discussione pubblica. Quello che preoccupa, invece, è che all’ombra del tema che riempie le prime pagine dei giornali, con la legge Cirinnà si cerchi di nascosto di fare altro, che non ha niente a che vedere coi diritti dei gay, ma che piuttosto ha a che vedere col tentativo statalista di ricondurre sotto la “tutela” del diritto positivo qualsiasi formazione sociale.

In particolare il DDL Cirinnà, per effetto di vari emendamenti che sono stati recepiti, prevede una regolamentazione forzosa delle convivenze di cittadini (eterosessuali e omosessuali) che hanno deciso volontariamente di non accedere né all’istituto del matrimonio, né a quello delle unioni civili. Se questa legge passa, milioni d’italiani che hanno scelto la convivenza si trovano de facto “sposati” a loro insaputa, con tutta una serie di doveri, incluso l’obbligo di mantenimento. Si realizza una sorta di “matrimonio per usucapione” per cui, se qualcuno ha vissuto per un periodo con te, allora può pretendere da te d’esser mantenuto.

Ovviamente il problema non sta nel fatto che delle persone possano accedere, se lo vogliono, a tipologie, magari differenziate, di contratto familiare, dal matrimonio fino a più leggere unioni civili. Il problema è la pretesa che dal fatto discenda il diritto, al punto che milioni di persone possano trovarsi a dover ottemperare a responsabilità non scelte. In effetti, la “disciplina della convivenza” cui il parlamento sta lavorando prevede di riconoscere legalmente la “convivenza” non sulla base di un accordo delle parti in causa, bensì sulla base del solo dato oggettivo, che è sufficiente a far scattare le varie implicazioni legali.

Insomma, non è la coppia che va in Comune e chiede di registrare la propria unione; qui è lo Stato che entra in casa tua e nella tua camera da letto e decide che hai contratto obblighi nei confronti di un’altra persona. Lo Stato si allarga e sostanzialmente ci porta via la convivenza, che così cessa d’essere un’“alternativa liberale” al matrimonio. 
Le conseguenze della statalizzazione e sindacalizzazione della convivenza possono essere rilevanti. La variabile “alimenti” entra necessariamente all’interno della dinamica di un rapporto di coppia, influendo in un senso o nell’altro sulle decisioni relative al proseguimento di una relazione. Solo la buonafede delle singole persone coinvolte può far sì che della nuova legge non si abusi, ma nel quadro di regole che si sta prefigurando è possibile che la richiesta d’alimenti sia usata come forma di pressione, se non addirittura di ricatto, per non far finire una relazione o comunque come strumento di vendetta una volta che un rapporto ha avuto termine.

Gli esiti potranno essere vari. Da un lato ci sarà sicuramente un “invelenimento” dei rapporti tra le persone, poiché s’introdurrà nelle crisi e nelle risoluzioni delle convivenze il livello di contenziosità che caratterizza oggi le pratiche di separazioni e di divorzio. Metter fine a una convivenza diventerà più lungo, più psicologicamente traumatico, e naturalmente più costoso, con un probabile significativo vantaggio per la categoria degli avvocati. Dall’altro, a mano a mano che si realizzeranno le “conseguenze” delle convivenze, si può prevedere che un buon numero di persone — quelle che nella convivenza cercavano soprattutto la libertà — saranno disincentivate rispetto alla prospettiva d’andare a vivere insieme, al punto da preferire il costo di mantenere due appartamenti separati.

Ci sono poi due considerazioni, di carattere più culturale, che merita fare. Innanzitutto, se s’imbrigliano legalmente le coppie che convivono, ci si può chiedere come mai non far derivare obblighi legali anche dalla convivenza di due sorelle, o di due studenti fuori sede che condividano un appartamento. La legge è chiara, presupponendo per la convivenza la sussistenza di rapporti affettivi e l’assenza di rapporti di parentela. È un modo elegante per scrivere che la “convivenza” rileva legalmente quando c’è di mezzo il sesso. Ora, è chiaro che nessuno si sognerebbe di far scattare un obbligo d’assistenza nei confronti del compagno d’università insieme al quale hai preparato tutti gli esami, né nei confronti del tuo partner fisso di tennis o di tressette. Finché si tratta di queste attività, nessuno si sognerebbe di pensare che dal fatto d’aver passato in modo continuativo o regolare del tempo insieme discendano delle responsabilità legali reciproche. In quest’ottica, imporre obblighi reciproci a chi invece ha condiviso il letto significa ritenere che l’interazione sessuale sia qualcosa di fondamentalmente diverso da tutte le altre interazioni sociali attraverso le quali esprimiamo la nostra personalità. È probabilmente l’esito di una convergenza sessuofoba della politica sull’inaccettabilità culturale e morale del sesso come qualcosa che possa essere preso “a cuor leggero”. Non si fa sesso e poi si va via. Per destra e sinistra, il sesso, in fondo, resta “peccato” e può essere mondato solo nel momento in cui da questo scaturiscono degli obblighi che persistano nel tempo.

Poi, è ragionevole riflettere sul tipo di messaggio che questa regolamentazione delle convivenze porta con sé dal punto di vista dell’uguaglianza di genere. Nella pratica, la “cultura degli alimenti” rappresenta un disincentivo al fatto che le donne sentano il bisogno di rimanere economicamente indipendenti durante tutta la loro vita, anziché limitarsi ad assecondare determinate inerzie culturali che vedono la loro realizzazione altrove rispetto alla carriera — quelle che di norma le conducono a percorsi di studio “scorrelati” dal mondo del lavoro e poi, con la vita di coppia, all’assunzione della maggior parte degli oneri domestici e genitoriali. Affermando un diritto di famiglia che preveda gli alimenti e il collocamento (de facto) esclusivo dei figli in caso di separazione, in pratica stiamo dicendo alle donne che la partita economicamente più importante della loro vita non è quella che passa da un loro successo nel lavoro. Stiamo dicendo alle donne che per loro è più strategico presidiare il ruolo di madre, perché nel caso di una separazione il loro tenore di vita dipenderà più dalla loro capacità di vincere la partita dell’affidamento — e con essa casa e mantenimento — che non da cento o duecento euro in più in busta paga.

In definitiva, questo tipo di norme “perequative” ha, nei fatti, un esito confermativo nei confronti dei ruoli e degli stereotipi di genere tradizionali. È evidente, quindi, che la questione dell’accesso dei gay su base volontaria a un riconoscimento pubblico e legale delle loro relazioni è una cosa; la regolamentazione automatica delle convivenze è cosa ben diversa, ed è grave che il parlamento stia cercando di farla approvare surrettiziamente. La parte relativa alla disciplina delle convivenze dovrebbe essere espunta totalmente dal DDL Cirinnà. A livello di minima decenza, bisognerebbe perlomeno escludere qualsiasi forma d’applicazione alle convivenze già in atto e dare piena pubblicità, anche con campagne televisive, agli obblighi patrimoniali che potranno scaturire dalla decisione d’andare a convivere, perché la gente possa scegliere consapevolmente se fare quel tipo di passo. In ogni caso, la pretesa dello Stato di normare ogni aspetto della vita umana fa veramente paura.

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