L’eredità di Bush e gli errori di Obama

 

Obama_FailNelle analisi di politica estera, è diventato ormai un luogo comune imputare ogni responsabilità delle crisi in Medio Oriente agli 8 anni di presidenza Bush. Stavolta è il turno dell’offensiva degl’islamisti dell’ISIS, il gruppo d’estremisti che vorrebbe creare un grande califfato islamico, unendo Iraq e Siria. Tuttavia, dalla fine dell’amministrazione dell’ex presidente texano ci dividono quasi due interi mandati di Barack Obama — 6 anni di scelte diverse, spesso in netta e dichiarata discontinuità col passato — nonché una serie d’avvenimenti che hanno sconvolto il mondo musulmano, come la primavera araba, tradottasi in un inverno di rigurgiti autoritari. Pertanto, quanto il lascito della presidenza di George W. Bush può esser usato per limitare le responsabilità d’Obama? L’unico modo per rispondere è analizzare l’eredità di Bush e l’eventuale gap negativo accresciutosi durante i 6 anni d’Obama in termini strategici rispetto al novembre 2008.

Bush ha guidato la Casa Bianca in uno dei periodi piú complessi della storia degli Stati Uniti. Ha dovuto affrontare la sfida jihadista, rispondere all’attacco dell’11 settembre, e proteggere il suolo americano da ulteriori attentati, cercando di conservare il ruolo di superpotenza degli USA. L’apparato di potenza di Washington e la volontà di proseguire nel cammino di leadership globale sono stati ampiamente confermati e potenziati durante la presidenza Bush. Gli USA si contrapposero con durezza a tutte le minacce nei confronti degl’interessi occidentali, compresi i primi rigurgiti «imperiali» di Vladimir Putin nella crisi georgiana del 2008 e nel sostegno a tutte le rivoluzioni colorate negli ex Stati satelliti dell’Unione Sovietica.

Anche l’offensiva all’islamismo radicale è stata forte, e s’è concretata col rafforzamento d’attività d’intelligence e controterrorismo in tutto il pianeta. I risultati sono stati contrastanti: si sono evitati nuovi attentati sul fronte interno, ma non s’è sconfitta la minaccia jihadista globale, che s’è intensificata con attentati in tutto il mondo, compresa l’Europa con gli attacchi di Londra e Madrid. Nel rispondere agli attentati dell’11 settembre, non solo si sono colpiti gli sponsor d’al-Qaida in Afganistan, distruggendo il regime dei talebani, ma s’è concepita un’autentica scommessa: tentare d’impiantare germogli di Stato di diritto e d’istituzioni civili laddove non erano mai attecchiti.

È proprio la guerra d’Iraq che concentra tutte le analisi negative sull’eredità di Bush. Un conflitto che, cancellando il regime di Saddam Hussein, ha scongelato le rivalità etnico-religiose, che hanno trascinato il Paese in un conflitto civile non convenzionale. Soltanto verso la fine del secondo mandato di Bush s’iniziava a rilevare una diminuzione delle violenze. Nel 2008–2009, infatti, Obama prese in carico una situazione in fase di netto miglioramento: dopo l’annus horribilis del 2007, il livello della violenza era diminuito dell’85%; si svolgevano periodicamente regolari elezioni a livello locale e nazionale; il settore petrolifero era in ripresa, e si registrava un boom d’investimenti; alcuni leader della rivolta s’erano convertiti alla politica, delegando a partiti e urne il futuro del Paese; i marine americani si stavano lentamente ritirando, in un graduale passaggio di consegne alle forze di sicurezza irachene (Limes, gennaio–febbraio 2010).

La politica estera d’Obama non è stata però all’altezza del (difficile) compito di proseguire in questo miglioramento. Se la responsabilità di Bush fu una strategia d’esagerato avventurismo, la mancanza stessa d’una specifica strategia nei vari teatri geopolitici è la responsabilità piú grave imputabile a Obama. Una debolezza tutta politica, giacché la leadership USA — costruita s’una rete d’alleanze invidiabile, s’un modello di crescita economica vincente e s’un apparato militare ineguagliabile — restava sostanzialmente inalterata.

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In poche parole, come specificato in una precedente analisi, Obama è stato vittima di sé stesso, arrendendosi al meccanismo psicologico che assimilava la teoria del declino come fenomeno inarrestabile. In 6 anni di presidenza, non è riuscito a dare un’impronta in politica estera che andasse oltre la retorica della mano tesa, dando l’impressione d’una potenza senza strategia e votata al disimpegno. Bush aveva «sovresposto» l’America; Obama ha smantellato l’impalcatura di Bush troppo repentinamente, trasmettendo il messaggio d’un progressivo disfacimento dell’egemonia americana.

Uno degli esempi piú clamorosi è stato il fallimento della politica nei confronti della Russia di Putin, dove il «pulsante di reset» consegnato da Hillary Clinton al ministro degli Esteri Sergej Lavrov s’è trasformato in un sostanziale assegno in bianco verso l’espansionismo.

Naturalmente, i deficit della politica di disimpegno d’Obama si ripercuotono anche sul dossier iracheno, dove il ritiro prematuro delle forze americane ha reso piú semplice l’avanzata dell’ISIS. Ciò, tuttavia, non deve portare ad analisi che sopravvalutino il peso dell’Occidente nelle dinamiche mediorientali. Dietro allo scontro tra sunniti e sciiti ci sono secoli di faide e sanguinosi conflitti — un’eterna polveriera in perenne stato di detonazione.

Ciò nonostante, è possibile influenzare gli eventi, ed è altrettanto ampiamente riconosciuto che il crollo dell’Iraq sarebbe un disastro per gl’interessi occidentali e la sicurezza in Medio Oriente e in tutto il mondo. Pertanto, la domanda non può essere un timido «se intervenire»; viceversa, dev’essere «Come e quando intervenire?».

Di certo, sarebbe sconsiderato nel lungo termine legare un nuovo intervento americano a un’alleanza ad hoc coll’Iran. Un eventuale tandem Obama–ayatollah sarebbe disastroso per la credibilità di Washington nel mondo sunnita, e infiammerebbe maggiormente lo scontro tra fazioni religiose rivali.

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L’unica alternativa, come ben suggerito da William Kristol e Frederick W. Kagan su The Weekly Standard, è agire con coraggio e decisione per aiutare a fermare l’avanzata delle forze dell’ISIS — senza «sdoganare» l’Iran. Ciò significherebbe «perseguire una strategia in Iraq (e in Siria) che lavori per potenziare i moderati sunniti e sciiti senza calarsi in posizioni settarie. […] Ciò richiederebbe la volontà di rinviare le forze americane in Iraq. Significherebbe non solo condurre attacchi aerei USA, ma anche accompagnare tali attacchi con operatori speciali, e forse regolari unità militari USA, sul terreno».

Ancor una volta, cosí, gli Stati Uniti si giocano la propria credibilità. Ancor una volta, in ballo c’è la volontà di Washington di proseguire nel proprio cammino di leadership globale — una partita la cui importanza va ben al di là dei confini dell’Iraq.

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