Indonesia, crescita ma poche libertà

 

Indonesia_Grunge_Flag_by_think0Quando si parla delle nazioni asiatiche, si finisce sempre per analizzare la situazione del debito giapponese, la struttura peculiare dell’economia cinese, o il perché le «tigri asiatiche» (Taiwan, Corea del Sud, Singapore, Hong Kong) siano diventate Paesi ricchi e baluardi delle libertà economiche. Ma ci si dimentica di tante altre nazioni che, comunque, hanno delle caratteristiche interessanti. Una di queste è l’Indonesia, che ha sperimentato negli scorsi anni una crescita — in termini sia politici sia economici — immensa, tramutando cosí l’acronimo «BRIC» in «BRIIC». Vediamone, dunque, gli aspetti piú interessanti, sia dal punto di vista politico sia economico.

La storia politica indonesiana è molto travagliata. La conquista della democrazia è recente: storicamente ci troviamo di fronte a una nazione costantemente colonizzata. L’Indonesia nasce come colonia dei Paesi Bassi nel Seicento, e dal 1942 al 1945 sarà occupata dal Giappone. Solo nel 1949 essa sarà in grado di conquistare l’indipendenza e divenire uno Stato a sé stante. Anche a questo punto, però, la strada verso la democrazia si rivela lunga. Dopo un breve periodo democratico, nel 1957 vengono istituiti dal presidente Sukarno la corte marziale e un regime di democrazia controllata. In séguito, dopo il fallimento d’un colpo di stato di stampo comunista, avviene lo scambio di consegne tra Sukarno e Suharto, che guiderà il Paese fino al 1999, quando per la prima volta saranno istituite vere elezioni democratiche. Saranno cosí avviate le riforme costituzionali su cui si basa oggi la Repubblica d’Indonesia, e che servono a garantire l’alternanza politica e il rispetto dell’opinione degli elettori. Ora v’è un Parlamento unicamerale che detiene il potere legislativo ed è costituito da 550 membri dalla carica quinquennale. Parallela al Parlamento, è presente la Camera dei rappresentanti regionali, che ha un ruolo consiliare, poiché propone nuove leggi allo stesso. Ruolo complementare a quello legislativo è dato all’Assemblea Consultiva del Popolo, che può modificare la Costituzione. Il potere esecutivo, invece, è detenuto dal presidente, che detiene anche il mandato di capo del governo e ha la facoltà d’eleggerne i membri. Come possiamo vedere, il sistema politico indonesiano è abbastanza complesso, e — nonostante si tratti d’una Repubblica parlamentare — il potere detenuto dal presidente è molto elevato.

Passiamo agli aspetti prettamente economici. Il successo dell’Indonesia s’evidenzia nel 2009, quand’essa riesce a essere l’unica nazione del G20, assieme a Cina e India, ad avere una crescita positiva del PIL. Per quanto riguarda la condizione attuale, il PIL corretto per il potere d’acquisto s’attesta, nel 2012, attorno ai 1.204 miliardi di dollari: il sedicesimo piú alto al mondo. La crescita del PIL s’attesta, nello stesso anno, al 6,2%: in crescita dal minimo del 2009 (+4,63%), ma stabile sui livelli del 2010. Il settore che contribuisce maggiormente al PIL indonesiano è l’industria — e non, come nella maggior parte delle nazioni avanzate, il settore terziario. La ragione è che in Indonesia il settore manifatturiero è molto forte e beneficia d’alcuni aiuti, in particolar modo fiscali, da parte del governo. Per quanto riguarda il debito pubblico, il governo ha sempre fatto dell’«austerità» una parola d’ordine: il rapporto debito/PIL s’attesta al 23,1%. E, nonostante si stiano avviando delle riforme per cercare di favorire il settore terziario e per diminuire la percentuale di poveri, sembra che il dogma riguardante i conti non debba cambiare.

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Nonostante i risultati siano di rilievo, la situazione economica non è ottimale, per due motivi. Il primo è che la ricchezza non è distribuita in modo ottimale, né da un punto di vista numerico né geografico. Il coefficiente di Gini ammonta a 36,8, posizionando l’Indonesia all’ottantesimo posto per quanto riguarda la condivisione del benessere tra la popolazione. Un dato particolarmente interessante è che i quaranta indonesiani piú ricchi generano il 10,3% del PIL: tanto quanto i 60 milioni di cittadini piú poveri. Al contempo, il problema si ripresenta a livello regionale, poiché la ricchezza è concentrata nelle regioni di Giava e Sumatra, che sono anche quelle che producono l’82% del PIL, mentre la maggior parte del Paese è caratterizzata da produzioni a basso valore aggiunto.

Il secondo problema, invece, è la libertà economica. Per il 2014, l’Index of Economic Freedom posiziona il Paese al 100º posto, quindi tra i Paesi perlopiú economicamente illiberali. Le aree maggiormente critiche, che hanno portato a una posizione cosí bassa, sono le seguenti. «Rule of Law»: l’Indonesia è ancora pesantemente affetta da una corruzione endemica che mette in serio dubbio l’imparzialità dei tribunali. Inoltre, le leggi sulla proprietà privata esistono, ma né sono abbastanza forti, né c’è un regime che ne garantisca l’applicazione. «Regulatory efficiency»: la regolamentazione è debole e inefficiente. Creare un’azienda richiede almeno un mese, e il suo costo è talmente elevato da esser vicino al reddito medio d’un anno. Anche le procedure per assumere e licenziare il personale sono lunghe e care. «Open markets»: le importazioni e le esportazioni sono affette da elevati costi di transazione, e gl’investimenti esteri in alcuni settori devono esser approvati direttamente dal governo.

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Da questi due fattori si capisce che, nonostante la situazione non sia delle peggiori, importanti passi devono essere compiuti, soprattutto per fare dell’equità e della libertà due parole d’ordine. Quanto alle prospettive future piú probabili, sembra che — almeno nei prossimi anni — l’Indonesia andrà incontro a problemi importanti, che necessiteranno di risposte da parte del governo. Tra questi, il piú pressante è l’inflazione, il cui aumento non può che ampliare il divario tra poveri e ricchi. Il notevole aumento dell’inflazione — avvenuto a causa dell’incremento del prezzo del petrolio in séguito alla sospensione delle sovvenzioni statali (+44%) — è stato finora affrontato solamente attraverso un innalzamento del tasso d’interesse. La conseguenza piú diretta di quest’azione è stata il deprezzamento della valuta nazionale del 17% rispetto al dollaro statunitense. La manovra non è vista, però, come abbastanza incisiva dagli analisti, che hanno abbassato le previsioni sulla crescita del PIL al 5,3%.

Come vediamo, quindi, l’Indonesia non versa in una condizione d’estrema difficoltà, ma al contempo deve affrontare problemi importanti sia di carattere strutturale sia dovuti alla congiuntura. Tra i primi, rileviamo la difficoltà d’effettuare investimenti esteri, l’elevata corruzione, l’eccessiva concentrazione della ricchezza. Tra i secondi, il tasso d’interesse e il deprezzamento valutario. L’Indonesia ha tutte le carte in regola per superare questi problemi, soprattutto perché sono assenti vincoli dovuti a precedenti sbilanciamenti nella gestione del debito. Vedremo, dunque, come il governo di Giacarta affronterà la situazione attuale — e se avrà il coraggio, dopo aver superato il colonialismo, d’uscire dall’«individualismo» in cui versa e d’aprirsi totalmente agl’investimenti.

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