Ave Imperator Trump?

«Il vecchio ordine mondiale del ХХ secolo è finito definitivamente con l’elezione di Donald Trump» Questa è la dichiarazione del ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier.
In questo articolo evidenzierò come a mio avviso si stiano concludendo due cicli che partono da molto più lontano, specificatamente:

– dal punto di vista delle dinamiche del sistema di potere si stia chiudendo un ciclo che è iniziato con la rivoluzione francese (1789),

– dal punto di vista geopolitico si stia chiudendo un ciclo che ha inizio con la pace di Westphalia (1648).

Cercherò di evidenziare le similitudini del presente con pattern storici passati, anche se va tenuto presente sia l’aspetto di novità assoluta della storia che stiamo vivendo, sia la difficoltà legata all’utilizzo del linguaggio che, ovviamente, può possedere solo concetti frutto essi stessi della storia. Non è un tentativo di dipingere nei dettagli la tela del futuro, sarebbe velleitario, bensì di dare un bozzetto in grado di descrivere la traiettoria generale ed evidenziare i molti elementi che non ho visto nelle molteplici analisi circolate per spiegare la vittoria di Trump. E, nel limite del cosciente, proverò inoltre di astrarmi dalle mie convinzioni personali su democrazia e libertà per fare un lavoro di tipo sociologico e storiografico.

La maggior parte delle analisi mainstream della vittoria di Trump evidenziano il suo carattere populista e di destra. A mio avviso questa schematizzazione ideologica è fallace e banalizza una realtà molto più complessa. La storia personale di Trump ci racconta un uomo pragmatico, non un fanatico. Non aderisce a un’ideologia, anzi ha marginalizzato le ideologie prima nel GOP (dove non si è allineato con i Tea Party) e successivamente in campagna elettorale. Con Trump abbiamo l’esercizio del potere nel puro senso machiavellico del termine, e da qui deriva la sua somiglianza con Putin che usa l’euroasianismo in funzione di consolidamento del suo potere ma da questo non si fa vincolare. Dipinti entrambi come nazionalisti dai detrattori o patrioti dai sostenitori, andrebbero correttamente incasellati come «imperiali», cioè fattualmente sostenitori di un sistema di potere che considera idee, culture, nazioni e religioni solo in funzione del potere.

Trump attinge a contenuti sia di destra sia di sinistra a seconda della pura convenienza del momento. D’altra parte destra e sinistra tradizionali sono uno dicotomia di una spiegazione di un mondo che non esiste più. Nella percezione comune la destra ha fallito nel conservare il buono del passato e la sinistra ha fallito nel dare un cambiamento che sia migliorativo rispetto al passato. Questa fallimentare alternanza tra le due facce della stessa medaglia sta portando alla disintegrazione del ceto medio che nei sistemi liberali è il garante della continuità di una classe dirigente. Oggi entrambe non hanno più soluzioni ai problemi della modernità. E stanno venendo cancellati da un fenomeno che nasce nella modernità, la usa e la consuma contro le stesse classi dirigenti che l’hanno cavalcata per decenni.

In particolare in passato i progressisti erano fautori di un cambiamento in meglio mentre oggi sono inchiodati sulla difesa dell’esistente. La Clinton è questo in essenza, conservazione abbellita di fronzoli per coloro che credono in narrazioni idealistiche ma in piena continuità con i fallimenti di quel passato. Trump invece è potere senza fronzoli, la cui narrazione è funzione solo di una strategia di potere. I liberal non si sono confrontati con il nemico di destra che pensavano di avere ma con un singolo uomo proiettato alla conquista del potere.

Quello a cui stiamo assistendo è un fenomeno simile ma inverso a quello avvenuto con la rivoluzione francese. Tale evento vede l’inizio delle ideologie di massa, con la borghesia che, per scardinare l’ordine preesistente basato sulla apicalità di un singolo individuo, attiva le masse proponendo una nuova visione ideologica «egualitaristica» del mondo. Le ideologie di massa sono quindi connaturate all’idea di democrazia in senso occidentale.

Oggi, invece, una classe dirigente che cerca di mantenere il consenso usando il bagaglio ideologico è stata sconfitta da un individuo che usa i moderni strumenti di comunicazione per stabilire un contatto empatico con le masse, e che usa l’etichetta ideologica che gli avversari gli attribuiscono al solo fine di apparire in opposizione a loro. Dopo quasi 30 anni dalla caduta dei muri, la maggioranza delle persone oggi è davvero post-ideologica e pronta per sintonizzarsi su questa diversa modalità della politica.

Il fatto che Trump da presidente non rompa con lo stile e la dinamica di scontro che lo ha portato alla presidenza è un segnale chiaro che non intende mollare la fonte del suo potere – la sua base elettorale – per essere accettato dalle élite dirigenti. È una scelta che sancisce l’effetto di disintermediazione in senso verticale operato dai social media. Le implicazioni sulla struttura tradizionale del potere occidentale sono micidiali. La presidenza americana nasce con poteri imperiali che sono solo blandamente limitati a livello costituzionale (e che si sono espansi nella pratica di due secoli) ma che finora erano limitati anche da «check and balances» informali basati sulle reti di relazioni che circondavano il presidente stesso. Questi ultimi oggi non esistono più se rapportati per intensità e qualità con i suoi predecessori.

Non solo. Anche l’idea moderna del controllo dei media è stata disintegrata dall’uso «bellico» contro Trump che ne è stato fatto dalle élite. Per assurdo, se anche oggi i media dicessero qualcosa di sensato circa un abuso di potere, gran parte di essa sarebbe completamente delegittimata di fronte a chi lo ha votato, come chi ha gridato senza motivo per troppo tempo «al lupo, al lupo». Anche l’establishment culturale è completamente spiazzato e non può capire né dare risposte al fenomeno dopo essere ricorso alla «reductio ad hitlerum». Come isole di passato in un mondo che ha preso un’altra direzione, gli intellettuali si accorgeranno a breve che la loro identità è come quella degli odierni monarchici o garibaldini, una narrazione obsoleta la cui agibilità politica tenderà a zero. Nel caso della Roma antica, la transizione imperiale fu causata probabilmente dalla inefficienza del sistema istituzionale per gestire la complessità introdotta dall’aumento dell’estensione territoriale. Oggi non c’è dubbio che il sistema democratico occidentale sia in crisi per l’incapacità di produrre decisioni di cambiamento strategico di fronte ad una crisi e ad una crescente complessità del sistema.

La logica del potere in senso machiavellico prevede o l’associazione subordinata dei centri di potere al nuovo potere o la loro distruzione. Da questo punto di vista Trump ha già cooptato sia l’apparato militare (si veda i quattro ex-generali al governo, una vera anomalia storica) sia gran parte del partito repubblicano su base individuale e non come struttura organizzata di potere (che peraltro era già fortemente parcellizzato).

L’evoluzione di una leadership che nasce con queste premesse può solo essere la trasformazione radicale dello schema di potere all’interno delle medesime istituzioni esistenti. Non aspettatevi che Trump si proclami imperatore, la forma rimarrà inalterata come rimase per molti aspetti inalterata nella transizione augustea. Ma egli agirà di fatto come un imperatore, perché ha vinto da solo contro tutti e nessun parlamentare GOP, anche ben organizzato, potrà opporre resistenza al suo mandato in bianco, pena la non rielezione. Avrà quindi un congresso subalterno dove Trump risulterà persino moderato rispetto a posizioni come quelle espresse da parte dei Repubblicani nel «H.R.193 – American Sovereignty Restoration Act of 2017» del 3 gennaio scorso che chiede di fare uscire gli USA dall’ONU. Anche la corte suprema verrà resa conforme allo schema dalla nuova nomina che Trump deve fare nei prossimi mesi.

E infine, a rafforzare lo scenario, c’è stata anche la decisione di Obama dopo le elezioni di novembre di designare il sistema elettorale statunitense come infrastruttura critica, trasferendo il controllo a livello federale e togliendolo ai singoli stati. Il controllo passa quindi in mano a una istituzione centralizzata che è molto più facile da sottoporre al controllo presidenziale rispetto alla precedente situazione decentralizzata.

Trump è quindi un uomo che ha sfruttato e sta sfruttando una opportunità offerta dalla storia. Leon C. Megginson sintetizza bene questa idea Darwiniana: «Non è l’individuo più forte o più intelligente a sopravvivere, ma quella che si adatta meglio al cambiamento». Trump non è la causa di quanto vediamo ma la conseguenza di dinamiche economiche e sociali, dinamiche che hanno una inerzia straordinariamente forte. Non è che improvvisamente le persone si svegliano e cambiano, servono decenni perché si sedimentino le condizioni per shift ideologici di così vasta portata. Chi avesse voluto evitare Trump avrebbe dovuto agire molto tempo fa sulle sue premesse: ora è del tutto inutile, anzi, l’opposizione a prescindere che vediamo rafforza la sua posizione e accelera la dinamica che sto descrivendo.

Il sistema politico americano di natura repubblicana sta subendo una mutazione comune a molte potenze all’inizio della parabola discendente, imperializzandosi. L’agibilità politica in antitesi al nuovo potere, in un sistema come questo, è possibile solo adottando un analogo approccio machiavellico. Tutta la sovrastruttura ideologica diventa un inutile fardello. Nella Roma repubblicana c’erano optimates e populares. Con l’impero questa divisione ideologica cessa di esistere come elemento della dinamica politica.

Abbiamo quindi a che fare con un fenomeno politico del tutto nuovo che richiede una definizione nuova, perché quelle passate di populismo o fascismo sono completamente inappropriate. Un fenomeno politico che trova la sua centralità nella nuova presidenza americana, ma che stava emergendo già nell’intero occidente. La caratteristica comune di questo movimento è la rimozione nell’esercizio del potere della sovrastruttura ideologica. La politica non è più scontro di visioni del mondo ma pragmatismo e gestione del potere, per cui si può dire una cosa o anche il suo contrario, a seconda della necessità elettoralistiche; da qui la questione emersa della post-verità o delle bufale. Il potere prima della rivoluzione francese era sempre stato solo questo.

È in questo senso che affermo che siamo di fronte ad una rottura storica con la tradizione occidentale: le destre tradizionali (anche quelle totalitarie) a cui si cerca di accostare questo nuovo fenomeno erano ideologiche – la continuazione sotto altra declinazione di qualcosa nato nel 1789.

L’ effetto nella relazioni internazionali di questo cambiamento nella struttura di potere dell’occidente avrà parimenti effetti micidiali. Venendo a cadere la matrice comune ideale che ha rappresentato l’occidente, vengono anche a cadere le relative reti di relazioni, a cui Trump sostituisce il concetto pragmatico dei «deal», accordi caso per caso che devono ad ogni costo massimizzare l’utilità degli Stati Uniti.

Il sistema di accordi multilaterali va in frantumi per essere rimodellato sul bilateralismo, con un occhio ben aperto sulla nascente potenza della Cina. La vicinanza con Putin non è solo nella dinamica del potere interno ma soprattutto nella volontà di rompere quello schiacciamento geopolitico della Russia con le sue risorse naturali sulla Cina con la sua industria. In questo c’è una certa intelligenza se si rimuove la premessa che il modello di «libero commercio» con la Cina, tipico delle élite occidentali precedenti, sia vincente. Va inoltre considerato che rimuovendo questa premessa, trasformando la Cina in un avversario, il debito USA in mano cinese si trasforma da debolezza in forza di ricatto. La NATO e la UE diventano solo un ostacolo a poter giocare una partita a tutto campo, anzi un contropotere politico in cui il vecchio sistema può conservare un leverage sulla sua nuova politica estera. Un contropotere da distruggere.

Trump non vuole il vecchio concetto di alleanza post guerra fredda in cui gli USA erano primus inter pares, faro ideologico della libertà occidentale, ma una ἡγεμονία (heghemonìa), come quella che la potenza commerciale ateniese aveva creato contro le altre potenze concorrenti nel mediterraneo orientale.

I richiami di Trump agli alleati che non pagano le loro spese di difesa a breve assomiglieranno alla tarda Atene che fa pagare agli alleati la loro difesa. Anche da Atene medesima, come imparò a sue spese la città di Mitilene che decise di uscire dall’egemonia. Per gli europei significa che si passa dal fare i free riders che si facevano pagare la difesa dagli americani, a pagare il pizzo per non subire l’ira della potenza egemone. Non bisogna immaginarsi che gli USA minacceranno direttamente gli europei; basterà trovare un accordo con Putin e fare il gioco delle parti per rimetterci in riga.

Non esiste una via d’uscita per i Paesi europei da questa situazione, perché la crisi economica europea impedisce qualsiasi grado d’indipendenza reale da questo tenaglia geopolitica. Che, non dimentichiamoci, si è creata anche per l’inettitudine della classe dirigente tedesca che ha seguìto acriticamente Obama nell’antagonizzare la Russia stessa. Possiamo a malapena armarci per fare i subalterni come ci imporranno gli USA, di sicuro non abbiamo le risorse economiche per armarci per affermare un’indipendenza contro gli USA. L’unico scenario plausibile, senza inutili velleità, è quello di fare le potenze intermedie incasellate in nuovi equilibri tra USA e Russia, che incidentalmente è anche la posizione di quei movimenti politici che cavalcano in Europa questo nuovo fenomeno politico.

In un contesto di rinnovata frizione geopolitica tra potenze l’assunto Trumpiano che ogni aspetto geopolitico può essere oggetto di deal porterà probabilmente alla fine dell’ordine geopolitico Westphaliano nel senso che i confini potranno essere ridefiniti con la forza e che verrà a cadere -anche nella forma- l’uguaglianza sovrana fra gli Stati.

Per concludere. La repubblica si trasforma in impero. L’alleanza in egemonia. Il sistema di valori precedente viene scalzato. Non è detto che l’impero sia peggio, Augusto è stato un miglioramento per i normali cittadini Romani rispetto al periodo precedente di guerre civili e di disordini. Napoleone lo è stato per i cittadini francesi rispetto alla rivoluzione e al terrore. Il disordine internazionale e nel sistema percepito di valori dell’«ordine liberal post guerra fredda»” viene oggi spazzato via dalla richiesta di ordine di Hobbesiana memoria. Il mondo cambia e oggi si certifica la fine dell’occidente come lo abbiamo conosciuto.

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