Palestina e Putin, due facce della stessa propaganda

 

140708-gaza-air-strike-jms-1752_36a264426e5b2755264c0ed6f99f8e4cChe cosa unisce la causa palestinese a quella dei separatisti filorussi in Ucraina? Le unisce una grossolana linea rossa tracciata sulla disinformazione, sull’uso di fotomontaggi e immagini di repertorio o d’origine cinematografica spacciati per foto sul campo e finalizzati a condizionare l’opinione pubblica occidentale. In questi mesi, chiunque abbia frequentato i social network è stato costretto a visionare nella home page del proprio profilo decine di video e immagini cruenti, diffusi da centinaia d’influencer con una precisa strategia di marketing virale e funzionali a precisi interessi di politica estera.

In Ucraina, insieme alle milizie cecene, ai mercenari e agli agenti dei corpi speciali russi «infiltrati», a infoltire il fronte di Vladimir Putin è arrivato un autentico battaglione di troll ingaggiati per diffondere il messaggio del Cremlino nelle sezioni dei commenti dei principali siti mondiali e dei social network. Le prove di quest’attività arrivano da alcuni documenti trafugati da un gruppo di hacker che mostrano istruzioni fornite ai commentatori, i dettagli del carico di lavoro da distribuire, nonché la sala di regía, che sarebbe situata in un sobborgo di San Pietroburgo. Secondo queste fonti, in una giornata lavorativa media, ogni blogger ingaggiato è tenuto a mantenere 6 profili Facebook, in cui scrivere almeno 3 post al giorno e discutere le notizie nei gruppi almeno 2 volte al giorno, coll’obiettivo d’ottenere 500 iscritti e guadagnare almeno 5 messaggi su ogni elemento al giorno. Su Twitter, invece, sono tenuti a gestire 10 profili e twittare 50 volte al giorno.

L’aspetto piú beffardo di questa strategia comunicativa è l’uso di foto modificate con Photoshop o addirittura scattate in altri teatri di guerra. Cosí, nella Rete sono stati diffusi e presentati come «prova» dei crimini dei «nazisti ucraini» foto e video provenienti dalla guerra civile in Siria, dalle stragi dei cartelli in Messico, dalla guerra in Bosnia o perfino dei massacri compiuti dagli stessi russi in Cecenia. Il fenomeno di disinformazione è stato cosí massiccio che numerose testate si sono occupate del caso, e alcune, come Examiner.com, hanno perfino catalogato ogni caso, arrivando a vagliare fino a 60 falsi in circolazione.

Non ha bisogno d’una «cabina di regía» per diffondere immagini, video e informazioni falsi la causa palestinese, i cui cultori piú radicali e giornalisti free lance assoldati alla causa ormai da anni — secondo il professor Richard Landes, fin dalla guerra del Libano del 1982 — s’esercitano in tale forma d’arte, tanto da aver costretto gli osservatori a coniare il neologismo «Pallywood», un composto di «Palestina» e «Hollywood» usato per indicare casi di distorsione della realtà e autentiche truffe mediatiche ai danni d’Israele.

Uno dei primi casi documentati è stato quello del filmato, trasmesso dal canale francese France 2, del dodicenne palestinese Muhammad al-Durrah, pubblicizzato come vittima del fuoco israeliano all’inizio della Seconda intifada e, viceversa, probabilmente frutto d’un’autentica messinscena cinematografica progettata e girata da palestinesi. Un altro esempio celebre è quello di Tuvia Grossman, la cui foto che lo ritraeva insanguinato vicino a un militare israeliano armato di manganello fu spacciata per un esempio della violenza subíta dai palestinesi, mentre in realtà Grossman era uno studente ebreo vittima d’un pestaggio da parte araba.

Casi simili si sono ripetuti fino all’attuale epoca dei social media, che ha moltiplicato esponenzialmente il fenomeno. In questi giorni, durante l’«Operazione Margine Protettivo» lanciata dall’esercito israeliano come reazione al continuo lancio di razzi da Gaza, decine e decine di foto e filmati cruenti provenienti da altri scenari bellici sono state diffuse in modo virale su Facebook e Twitter come prove dei «crimini» israeliani. Il fenomeno è cosí diffuso che perfino il Fatto Quotidiano ne ha parlato in un articolo del 12 luglio che riprendeva un’inchiesta della BBC che ha dimostrato come gran parte delle immagini presenti sui social network «si riferivano a conflitti avvenuti in Siria o in Iraq e risalivano a qualche anno prima, fino al 2007». In séguito, anche il francese Libération ha dato risalto allo scoop.

Il potenziale di propagazione virale è cosí incontrollabile che perfino immagini prese da pellicole hollywoodiane sono entrate nel calderone della falsificazione mediatica. Nel caso del conflitto in Medio Oriente, sono stati diffusi su Internet alcuni scatti tratti dal film Final Destination, mentre per quanto concerne il conflitto in Ucraina orientale è stata usata la foto del backstage d’un film russo del 2008 (We Are from the Future) che ritraeva un soldato (in realtà un attore) intento a cibarsi d’un braccio carbonizzato. Un caso, quest’ultimo, che — oltre ad aver avvicinato ancor di piú il fenomeno «Pallywood» a quello dei fake filorussi, a questo punto definibili «Putinwood» — è diventato perfino piú celebre in Italia con la clamorosa gaffe della deputata Marta Grande (M5S), che l’ha addirittura portato in Parlamento.

Non sorprende, a questo punto, notare come il sostrato culturale fertile alla diffusione e condivisione sui social network dei falsi di Pallywood sia lo stesso di quelli di «Putinwood». Infatti, soprattutto negli ambienti politici d’estrema sinistra o nel pentolone complottista — in Italia rappresentato sapientemente dal Movimento 5 Stelle — càpita che chi sostiene le posizioni di Hamas nel conflitto con Israele sia anche un sostenitore della linea di Putin in politica estera. Una comunanza alquanto bizzarra, giacché probabilmente, se i russi avessero avuto a che fare coi jihadisti di Hamas, ora sia Gaza sia la Cisgiordania avrebbero fatto la fine della Cecenia, dove sono state rase al suolo intere città e sterminato un quarto della popolazione.

In conclusione, appare evidente che la disinformazione mediatica ha compiuto un passo avanti notevole, col progresso delle nuove tecnologie. Le messinscene tipiche degli anni Ottanta e Novanta hanno lasciato spazio a vere e proprie strategie governative, come quella finanziata dal Cremlino, che spende milioni di dollari in canali televisivi in lingua inglese e siti Internet d’informazione nelle principali lingue occidentali per influenzare l’opinione pubblica dei Paesi democratici e, per induzione, la politica dei loro governi. In questa guerra mediatica, l’Occidente si trova impreparato e vulnerabile. Per questo, occorre recuperare al piú presto lo spirito di «Radio Londra», proteggendo i propri cittadini dalla propaganda di gruppi estremisti e governi autoritari e, soprattutto, investendo in campagne d’informazione «pro democrazia» nei Paesi non liberi.

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