Il finto federalismo ha fallito

 

federalismo“Negli ultimi venti anni gli enti locali hanno aumentato le imposte del 500%”. Hanno titolato così, negli scorsi giorni, i principali quotidiani, riprendendo un accurato rapporto di Confcommercio: nel 1992 le imposte riscosse da regioni, province e comuni toccavano i 18 miliardi, mentre nel 2012 sono risultate di 118 miliardi. Tuttavia, quello che non è stato sottolineato a sufficienza, e che è necessario rendere più accurata e completa l’analisi, è un altro, importante dato. Infatti, nello stesso periodo di tempo, anche l’amministrazione centrale ha profondamente inasprito la pressione fiscale, quasi raddoppiandola: precisamente, essa è aumentata del 95%. Bastano questi numeri per comprendere il fallimento dell’assetto istituzionale italiano e in particolare del nuovo assetto federale introdotto fra il 1999 e il 2011 e oramai in vigore da una dozzina d’anni.

E’ utile fornire un quadro generale della la riforma del Titolo V della nostra Costituzione, attuata dal centrosinistra, con la quale si intendeva superare il modello centralistico fin lì dominante, e ritenuto, giustamente, inadeguato; fu invertita l’indicazione delle competenze, nel senso che si puntualizzarono le competenze esclusive statali e quelle concorrenti fra Stato e regioni – mentre prima avveniva il contrario, venivano cioè indicate solo le  competenze, peraltro ridotte, regionali – finendo per assegnare maggiori poteri alle Regioni. Venne concessa maggiore autonomia, soprattutto amministrativa e regolamentare, a comuni e province. Lo scopo, rendere l’Italia un paese federale, era chiaro, ma oggi si può facilmente affermare che tali modifiche hanno contribuito a peggiorare la situazione, anche dal punto di vista della tenuta dei conti pubblici. Le conseguenze sono sotto gli occhi tutti: gli ultimi dieci anni ci portano in dote più spesa (nell’ultimo decennio quella nazionale è aumentata di quasi il 50%, quella regionale del 40%), più tasse, e più confusione normativa; i contenziosi fra Stato e Regioni si sono triplicati, dal 2001 ad oggi. Colpa del federalismo? Per alcuni pare di sì, e a questi critici non par vero poter invocare il ritorno del predominio dello Stato centrale.

In realtà, non occorre un’analisi particolarmente accurata per poter affermare che il nostro assetto non ha nulla di genuinamente federalista. Non basta assegnare più competenze ai livelli di governo inferiori allo Stato per diventare la Svizzera e gli Stati Uniti, se manca la parola chiave: responsabilità. Responsabilità come regola d’oro, che deve valere per tutti: per i politici, che si vedono costretti a finanziare le spese solamente con tasse prelevate nei territori da loro governati; e simmetricamente per i cittadini, che non possono pretendere di godere di benefici tramite imposte pagate in altre aree geografiche. La riforma del Titolo V, al contrario, ha favorito al deresponsabilizzazione: aumentare i compiti assegnati alle regioni e agli enti locali, senza gravarli, se non in parte, dell’onere di imporre propri tributi significa incentivare gli amministratori locali ad aumentare le spese, facendole poi ricadere sulla fiscalità generale.

In uno Stato davvero federale, dove i costi vengono pagati da chi ne beneficia, i vari stati federati si fanno concorrenza cercando di tenere basse le spese e le imposte; in caso contrario, gli abitanti sono in grado più facilmente di comparare quali territori siano meglio amministrati, ed eventualmente possono “votare con i piedi“, trasferendosi da altre parti. Qui in Italia, le regioni fanno a gara ad accaparrarsi la benevolenza e i fondi nazionali da parte del Governo di turno innescando un circolo perverso per cui aumentano le spese a tutti i livelli, senza che si riesca chiaramente a capire chi è il responsabile. Decine di comuni italiani, negli ultimi anni, hanno dovuto dichiarare dissesto; eppure, invece di lasciarli fallire, lo Stato è intervenuto salvandoli con i soldi di tutti i contribuenti, e gli amministratori responsabili non hanno subito sanzioni rilevanti per la loro cattiva gestione. La corruzione, le clientele, gli scandali quasi quotidiani che coinvolgono anche e soprattutto gli enti locali, e in primis le Regioni, hanno radici in questo sclerotico e folle sistema, non nella moralità del politico di turno. Franco Fiorito, da poco condannato per peculato, non era l’uomo nero in un mondo di santi, ma un consigliere regionale con 30.000 preferenze alle spalle, che per anni ha sfruttato le maglie larghe della legge in materia di fondi ai gruppi consiliari, votata dallo stesso Consiglio; ed è riuscito a beneficiare numerosi elettori riservando loro risorse pubbliche che è stato in grado di scovare fra le voci del bilancio regionale.

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