La guerra dei fanatici religiosi alla felicità

 

13262413_10209395057503231_1212205534_oQuando papa Francesco si espresse sui tristi eventi di Charlie Hebdo, non sfuggì a molti la sua sottile sympatheia con le ragioni degli attentatori. È importante il reale significato del termine simpatia, perciò è bene esprimerlo nella sua versione più schietta e primitiva: sympatheia, appunto, cioè patire insieme, condivisione della sofferenza. All’epoca, il papa tenne a precisare che non è bene uccidere in nome di Dio, ma non bisogna offendere le credenze altrui, perché si può provocare una reazione violenta. Più tardi, dopo l’approvazione della legge sulle unioni civili in Italia, nell’immenso vespaio di proteste, si lessero anche le opinioni d’alcuni fanatici cattolici che auspicavano l’arrivo dell’ISIS in Italia per porre fine al relativismo e alle blasfemie del mondo occidentale. Per quale motivo un cattolico fervente, un seguace del messaggio di Gesù Cristo, dovrebbe simpatizzare col fanatismo di un’altra religione, noto per gli efferati crimini che commette?

La risposta è che la tendenza a porre al primo posto le credenze religiose anche se dannose per gli altri è comune a tutte le culture, epoche e religioni. Questo tipo di comportamento si riscontra maggiormente nei fanatici, poiché un comune credente tende a uniformarsi (in toto o in parte) alla morale della maggioranza della comunità in cui vive, venendo a compromessi con l’ortodossia del suo credo e vivendo in armonia con tutti. Ciò che maggiormente infastidisce i fanatici non è tanto l’esistenza d’altre religioni o morali, quanto il sereno e quieto vivere altrui anche senza le ristrettezze che impone la dottrina religiosa. In altre parole, il fanatico religioso odia che il mancato rispetto delle (sue) regole non causi alcun rimorso negli altri, né un danno alla società. Quest’odio è comune ai fanatici d’ogni religione, perché ciò che essi temono di più non è la concorrenza, ma lo smantellamento di un sistema di pensiero che dà loro potere sui figli e quella legittimazione morale a giudicare inferiori gli altri per elevare sé stessi.

Quando i fanatici cattolici italiani si sono resi conto che gli omosessuali, i divorziati, i libertini, i non credenti, i risposati, i conviventi, i vignettisti potevano vivere nella società ed essere felici, si sono sentiti defraudati e minacciati. Quand’hanno scoperto che nessuno s’indignava se il bambino mangia del prosciutto il venerdì di quaresima, o se il sindaco non va a messa tutte le domeniche, o se un omosessuale dichiara il suo orientamento, i fanatici cattolici hanno visto sgretolarsi un intero sistema di convinzioni, ma non hanno visto sgretolarsi il mondo e la società. Queste persone che vivono fuori dalla legge di Dio hanno dimostrato che è possibile violare i dogmi religiosi e non subire alcuna conseguenza negativa. Anzi, sembra che vivano piuttosto serenamente. Questo è un grosso problema per il fanatico, perché gli rende difficile imporre le sue credenze agli altri con la minaccia della punizione divina.

Il vero nemico del fanatico non è neanche l’ateo convinto, perché l’ateo in qualche modo rifiuta in modo attivo i dogmi religiosi e s’impegna a combatterne l’avanzata. Il vero nemico del fanatico è il disinteressato. È quell’individuo che non si pone il problema d’aderire a un credo, né di combatterlo, ma vive semplicemente la propria vita senza nuocere ad alcuno. Il disinteressato prende alla leggera tutti i richiami alla fine del mondo, al tracollo della società, all’imbarbarimento dei costumi, e va avanti per la propria strada. L’ateo prende parte al dibattito; il disinteressato lo evita, ne ride, può persino dare ragione al fanatico, ma poi fa ciò che vuole.

La guerra dei fanatici non è dunque una guerra contro l’invasione di un’altra religione, ma è una guerra contro la felicità. Non si può indottrinare un figlio se questi, uscendo nel mondo esterno, scopre che migliaia, milioni di persone vivono felicemente violando ogni dogma esistente: i dogmi cattolici, islamici, induisti o di qualunque altra religione. Le nuove leve, quei figli che ci si ostina a etichettare con la religione dei genitori (non ho mai udito di un bambino di quattr’anni definito «keynesiano» solo per le idee politiche del padre), quei figli nei quali si vuole riversare il proprio fanatismo, iniziano a interfacciarsi con realtà in cui certe ristrettezze sono prese alla leggera. Incontrano un mondo fluido dove la violazione del codice della strada viene punita, la violazione delle leggi fisiche comporta delle conseguenze spesso mortali, ma la violazione delle norme religiose non comporta alcuna conseguenza.

Il fanatico sa benissimo tutto ciò, e ne ha paura, perché non saprebbe come motivare l’esistenza di certe regole se non ricorrendo alla cruda verità: una sorta d’invidia sociale, un’elevazione a legge morale di quel comportamento da comare di paesino che tende a demonizzare tutto ciò che non rientra nella «tradizione» del quartierucolo in cui si è nati. Provincialismo elevato a religione, campanilismo elevato a status symbol.

Uno dei sistemi che i fanatici hanno escogitato, nel corso dei secoli, per evitare le critiche e la satira verso la religione è quello di pubblicizzarla come un tema troppo alto per essere trattato con la logica e la ragione che si applica ad altri campi. Richard Dawkins scrive che, «per una misteriosa, generale convenzione, la fede detiene il privilegio unico d’essere al di sopra e al di là delle critiche». È difficile comprendere come sia nata questa convinzione nella storia, ma è semplice comprendere perché sia sopravvissuta tanto a lungo: gran parte della religione è indifendibile, soprattutto in quei dogmi che impongono strani comportamenti, quindi il porsi al di sopra di tutti gli altri campi ha aiutato la religione a sopravvivere in un mondo che vuole delle prove.

Per questi motivi ho parlato di sympatheia tra il papa e i fanatici islamici. Entrambi hanno a cuore un comune obiettivo, cioè quello di difendere il primato della religione sulla morale e d’evitare lo sgretolarsi del pilastro sopra il quale si è posta la religione. E per gli stessi motivi i fanatici cattolici simpatizzano con l’ISIS e con qualunque fanatismo del mondo: hanno in comune l’obiettivo di distruggere la felicità altrui con ogni mezzo, perché la felicità è l’unica cosa che può distrarre un individuo dal rispetto di norme religiose spesso insensate, obsolete, antiche e persino inesistenti nei testi sacri.

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