USA: l’alba rossa del GOP e la “Trump Doctrine”

Nella vita di un Paese occidentale – o, meglio, il più occidentale di tutti – quale gli USA, i partiti hanno sempre una storia affascinante che spesso sfocia nella leggenda. Nato nel 1854 per contrastare la temuta espansione nell’Ovest del sistema schiavistico degli Stati del Sud, il GOP (Grand Old Party) o Partito Repubblicano è da sempre pilastro della democrazia a stelle e strisce assieme a quello Democratico.

Il partito di Lincoln si è reso protagonista di numerose battaglie politiche, vincendone molte e perdendone alcune, e più d’una volta, come accade nelle democrazie occidentali, in seguito a una sconfitta, ha dovuto giocoforza rivedere la propria piattaforma politica cercando di comprendere che cosa fosse successo e quali fossero state le cause.

Il GOP ha avuto un lungo dominio politico (1860-1932) suddiviso dai politologi in due ere, la prima nota come Third Party System (1854-1895) e la seconda nota come Fourth Party System o Età Progressista (1896-1932). Nei 72 anni di dominio del GOP si videro due presidenti democratici governare per soli 16 anni (due mandati a testa) con un Senato controllato dal GOP per 60 anni su 72 e una Camera dei Rappresentanti a maggioranza repubblicana per 48 anni: la definizione di “one party” o di “egemonia politica” è pressoché perfetta.

La disfatta del 1932 in seguito al crollo di Wall Street porta il GOP in minoranza rispetto al democratico Roosevelt e alle sue teorie che sfoceranno nel New Deal. Roosevelt dà inizio al dominio dei Democratici, l’era del Fifth Party System (1932-1968). Truman, Kennedy e Johnson saranno i protagonisti per i Democratici, il solo Eisenhower (1952-1960) per i Repubblicani. Nonostante la netta supremazia Dem alla Casa Bianca, il GOP insieme ai Democratici degli Stati del Sud controlla di fatto il Congresso attraverso la creazione della Conservative Coalition, alleanza che durerà e dominerà dal 1937 al 1963.
La storia del GOP – forte nel Congresso, debole a livello statale, quasi inesistente alla Casa Bianca – cambia radicalmente nel 1968. Richard Nixon fa sua la dottrina di Barry Goldwater, diventa Presidente e avvia una vera e propria rivoluzione nel partito e nel Paese. Nascono e si moltiplicano i primi think tank, centri di studio e fondazioni; il pensiero conservatore sposa le nuove istanze economiche di stampo liberista, figlie del pensiero di F. A. Hayek e M. Friedman; si assiste alla rinascita della destra statunitense, una rinascita che trova il suo fondamento nella Southern Strategy di Nixon. Il Sud del Paese, feudo democratico per più di cent’anni, si tinge di rosso, profondo rosso in molti casi.

Nixon inizia, Reagan completa, Bush finisce: il periodo 1968-1992 è, per i Democratici, un incubo. Eccezion fatta per Jimmy Carter, beneficiario dello scandalo Watergate e dei suoi effetti, la Casa Bianca e gli USA conoscono la terza era del dominio repubblicano, cuore pulsante di quello che i politologi denominano Sixth Party System (1968-2016). In questo periodo s’inseriscono la figura di Bush Jr col suo conservatorismo “compassionevole” e i due presidenti democratici Clinton e Obama.
La storia in pillole è necessaria perché si possa parlare di più fasi nella destra statunitense: Old Right (1860-1955) e New Right (dal 1955 a oggi). Quest’ultima si divide in First Right (1955-1964), Second Right (1964-2016)… e poi c’è Trump.

Nata come una boutade, un modo per fare spettacolo, la candidatura di Trump è stata liquidata fin da subito come una pagliacciata dai vari competitori. Oltre ad aver vinto nella stragrande maggioranza degli Stati durante le primarie, Trump si è imposto nella “testa della gente”. Quando un outsider politicamente scorretto riesce a entrare in sintonia col sentire comune e coi problemi quotidiani dell’elettorato, è pressoché imbattibile. Il GOP l’ha capito solo la notte delle elezioni, quando Trump ha stravolto tutte le previsioni dei vertici del partito.

La grandezza di Trump è stata la gestione della sua immagine (quella che tutti ritenevano essere il punto debole), soprattutto quand’è iniziata la corsa vera e propria per la presidenza. Le sue affermazioni, definizioni e proposte sono state analizzate da ogni network, scatenando feroci dibattiti nel Paese. La presenza dei musulmani negli USA, gli immigrati irregolari (specialmente i messicani), la costruzione del muro col Messico pagato dal governo di Nieto, il rapporto controverso di Trump con le donne (con registrazioni audio annesse), la gestione dei concorsi di bellezza, e ora il conflitto d’interessi. Non c’è stato un solo aspetto che non sia stato scandagliato e sviscerato dalla stampa – in particolare da quella avversaria, con in testa New York Times e Washington Post, alfieri del pensiero liberal-progressista – e dalla TV, con la CNN in prima linea, pronta a usare tutta la sua potenza di fuoco contro il candidato repubblicano e le sue azioni.

Discorso a parte sono stati i faccia a faccia con Hillary Clinton. Oggettivamente parlando, la candidata democratica si è dimostrata debole, ma abbastanza forte da rallentare l’avanzata di Trump, almeno secondo la vulgata. Sembrò a tutti che il nesso tra realtà e narrazione dei fatti, almeno per una volta, corrispondesse alla perfezione: Hillary prevale su Trump con largo margine. È più preparata, più empatica, più competente. Di competenza, spesso e volentieri, si è dibattuto proprio in relazione alla possibilità di vedere Trump alle prese coi partner internazionali, e un brivido gelido è sceso più volte sulla schiena dei maître à penser democratici. Mentre questi, con la Clinton in testa, continuavano nella sistematica opera di demonizzazione e ridicolizzazione del personaggio (e non del candidato), Trump visitava i vari Stati ascoltando i problemi d’intere aree, tra cui la Rust Belt/Grandi Laghi, nel Mid-West, una volta vanto e simbolo della forza industriale statunitense e oggi gravemente in crisi. Il messaggio di Trump è stato chiaro: «Io sono con voi, sono dalla vostra parte», «Le aziende devono tornare a produrre sul nostro territorio dando lavoro», «Chi delocalizza all’estero per poi vendere negli USA non avrà alcun vantaggio fiscale». Insomma, poche cose ma chiare e nette, volte a entrare nell’immaginario collettivo senza lasciare alcun tipo di dubbio, con l’aggravante, per gli avversari politici, di trovarsi contro persone che hanno fatto proprie quelle idee e che vedono ogni attacco alla persona del candidato come un attacco alla soluzione dei loro problemi.

Questa è parte della Trump Doctrine, cioè l’approccio di un outsider miliardario e imprenditore che, al netto dei suoi scandali o presunti tali, entra con le sue teorie nella mente degli elettori concentrando l’intero dibattito politico sulla sua persona. È esattamente ciò che accade da vent’anni in Italia con la figura di Silvio Berlusconi. Le differenze sono poche: Berlusconi è il padre del centrodestra; Trump invece è “solo” il frontman di un partito che si è riconosciuto nel suo candidato solo dopo il suo schiacciante trionfo elettorale. Con 306 voti su 538, Trump ha ottenuto la più ampia vittoria dai tempi di Bush senior nel 1988. Un risultato come pochi, cui si aggiunge la conquista dei tre Stati della Rust Belt (Wisconsin, Michigan e Pennsylvania) che non votavano GOP dal 1988 e che dal 1992 costituivano il “muro blu” dei Democratici contro l’avanzata del GOP.
In tutto ciò, il GOP, che temeva di perdere per la terza volta consecutiva, si ritrova a governare la Casa Bianca e il Congresso con 33 Stati su 50, forte anche del consenso delle minoranze afroamericane e ispaniche.

Ora c’è la sfida del governo: la composizione del team con cui governare, il giuramento del gennaio 2017, e l’insediamento, con tutto il lavoro da svolgere, a partire da tasse e lavoro, volto a favorire quei ceti che, nell’incredulità generale, hanno dato il loro consenso a un personaggio lontano anni luce dalla loro realtà, una personalità così debordante in tutti i suoi aspetti che ha portato i politologi a parlare d’inizio del Seventh Party System, il settimo sistema partitico.

 

Approfondimenti:

https://en.wikipedia.org/wiki/Third_Party_System

https://en.wikipedia.org/wiki/Fourth_Party_System

https://en.wikipedia.org/wiki/Fifth_Party_System

https://en.wikipedia.org/wiki/Sixth_Party_System

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