La casta della burocrazia

 

Casta BurocraziaQuando ci troviamo a pensare al potere o, per usare un termine da qualche tempo di moda, alla “casta”, istintivamente la nostra attenzione si rivolge alla politica ed ai politici. Anni di polemiche, di scandali, di corruzione, il cui risultato è un manifesto e larghissimo disgusto nei confronti della politica, ci hanno portato a pensare che, se in Italia le cose vanno male, i principali responsabili siano proprio i politici. Ora: lungi da me sostenere tesi stravaganti, o tentare di convincervi che i nostri politici sarebbero campioni di arguzia moralità e competenza. Quello che invece vi propongo è un cambiamento di prospettiva; se indiscutibile rimane il fatto che le decisioni pubbliche prese nell’arco degli ultimi anni siano state in larga parte sbagliate, e foriere di conseguenze nefaste, quello che non è a mio avviso vero, o perlomeno non del tutto vero, è che tali decisioni sarebbero integralmente addebitabili alla nostra classe politica.

Volendo pensare lo stato come un iceberg, la politica ne costituisce solo la punta, la parte immediatamente visibile, e quindi facilmente criticabile; la parte nascosta, ma decisamente più grande, è invece costituita dagli apparati burocratico-amministrativi. Proseguendo con le metafore, se invece immaginassimo lo stato come un essere umano, potremmo dire che l’apparato burocratico ne costituisce lo scheletro, i muscoli e il resto degli organi interni; mentre la politica ne costituisce l’epidermide, la parte più esterna. Siamo vittime in pratica d’una illusione ottica; tempestati giorno e notte dalle chiacchiere sull’attività politica, siamo indotti a sovrastimarne l’importanza, a pensare che qui si concentri il nucleo del potere decisionale; ovvio allora pensare che, se le cose vanno generalmente per il peggio, la politica ne sia la principale responsabile. E, a maggior ragione, siamo portati a pensare che, volendo incidere su tali risultati non desiderati, sia necessario operare su tale strato esterno, cioè cambiare i politici. Non sarebbe forse questo il senso della democrazia? Nel dare agli elettori la possibilità di cambiare i decisori nel momento in cui ne valutassero negativamente l’operato?

La realtà non è questa. Chi abbia un po’ di dimestichezza con le alte dirigenze statali, quali quelle dei ministeri, sa benissimo che, volendo provare ad incidere sui processi decisionali, l’ultima cosa da fare è rivolgersi alle autorità politiche, cioè ai ministri. Non solo la stragrande parte di quello che viene approvato è delegato nelle formulazioni effettive alle alte dirigenze, ai capi di gabinetto, di segreteria e rispettivi staff; ma, nella maggior parte dei casi, non solo i ministri non sono a conoscenza di quel che firmano (dato che formalmente ogni atto ha bisogno dell’autorizzazione politica), ma avrebbero difficoltà ad intenderne il contenuto. Come ben scrive Sabino Cassese, giudice della corte costituzionale e professore di diritto amministrativo, nel suo saggio “Lo Stato introvabile”:

Ma chi è il legislatore? Formalmente il Parlamento, nei fatti le burocrazie operanti sotto il comando del governo. Per lunghi periodi della storia italiana, attribuzione di pieni poteri al governo, controllo dei governi sul Parlamento, deleghe del Parlamento all’esecutivo hanno consentito alle burocrazie e ai governi di legiferare. Quasi nessuna delle grandi leggi della storia italiana è prodotto del solo Parlamento. Dopo la Costituzione del 1948 la situazione e cambiata, ma di poco. In primo luogo, la stragrande maggioranza delle leggi approvate dal Parlamento è elaborata negli uffici ministeriali e presentata al Parlamento dal governo.”

La maggior parte di quel che viene approvato, e che noi reputiamo di origine politica, ha invece una matrice certamente pubblica, ma non elettiva, non politica. In pratica la mistica della democrazia risulta qui demolita da alcuni semplici dati di fatto: sono i burocrati (in senso lato) ad avere il reale potere decisionale, non i politici. La burocrazia è, infatti, il vero fulcro del potere di stato; ogni stato, per poter governare realmente un territorio ha bisogno della burocrazia. Ci troviamo di fronte ad un monolite, teoricamente incaricato di perseguire gli interessi generali, ma a conti fatti interessato al sostentamento ed all’ampliamento delle proprie prerogative, detentore d’un potere che non esito a definire mostruoso. Gli stessi teorici della Public Choice sostengono che i burocrati, come qualsiasi altra categoria, si fanno portatori di interessi loro propri; e vanno quindi alla ricerca di budget quanto più elevati possibili, in quanto a maggiori risorse gestite si associa da un lato maggior prestigio, dall’altro maggiori opportunità di carriera.

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