Lo tassavano Jeeg Robot

Mai una battuta da Social Medium fu più azzeccata per descrivere l’ultima «follia tassatoria» proposta da uno dei padri della rivoluzione digitale al mondo, Bill Gates. Poco tempo fa, su queste pagine, avevamo parlato dei timori neoluddisti che alcuni dei protagonisti dell’evoluzione dell’IT avevano mostrato in relazione alla continua evoluzione dell’automazione all’interno delle attività produttive, e sull’impatto che avrebbe sull’occupazione l’avvento dell’intelligenza artificiale, spiegando, pure, come una nuova rivoluzione industriale 4.0, chiamiamola così, avrebbe solo segnato un punto di discontinuità obbligando, ancora una volta, l’uomo a progredire professionalmente per poter sfruttare al meglio le opportunità che la tecnologia offre o offrirà nel futuro prossimo.

I modelli elementari di economia, poi, basterebbero a mostrare l’assurdità delle paure che questi innovatori stanno diffondendo a proposito di una supposta «era delle macchine» che non è credibile possa evolvere nella distopia immaginata dai fratelli Wachowski in Matrix o dalla mitologia pre Jihad Butleriana del Dune di Frank Herbert. Ciononostante ecco che, non del tutto inaspettatamente, arriva la proposta fiscale per frenare l’evoluzione dei robot ma, sorprendentemente, non frutto di una personalità politica come Francesco Boccia, che da tempo si batte per la creazione di un impianto fiscale per e-commerce e società operanti del settore digitale, bensì da Bill Gates, colui che con Microsoft ha influenzato più di tutti il settore dell’IT.

Come è prevedibile, però, le professioni a rischio estinzione, per l’avvento dei sistemi intelligenti robotizzati, sarebbero quelle a basso valore aggiunto; quelle, in pratica, che richiedono un’applicazione ripetitiva e manuale da parte degli addetti e che, quindi, risultano anche caratterizzate da basse remunerazioni. Ovvio che, come avvenne con la prima rivoluzione industriale, i lavoratori meno qualificati saranno spinti a evolversi, ad acquisire nuove competenze valorizzando ulteriormente quel concetto di formazione continua che, da anni, viene ribadito da ogni industriale e ogni datore di lavoro, salvo poi, spesso, soprassedere per non «perdere ore» e pretendere che gli eventuali corsi si svolgano al di fuori dell’orario lavorativo e, a volte, anche a spese del dipendente.

Pur comprendendo questo, e ipotizzando che le nuove macchine possano liberare un numero maggiore di persone per altri tipi di lavoro che solo gli esseri umani possono svolgere come l’insegnamento, la cura degli anziani e delle persone disabili, l’ex presidente di Microsoft dichiara: «Al momento se un lavoratore umano guadagna 50.000 dollari lavorando in una fabbrica, il suo reddito è tassato. Se un robot svolge lo stesso lavoro dovrebbe essere tassato allo stesso livello». E, poi, «Non ritengo che le aziende che producono robot si arrabbierebbero se fosse imposta una tassa». In quest’ultima affermazione si nasconde, infatti, una profonda verità ma mostra anche l’ingenuità di fondo di Gates che, pur da grande imprenditore, fatica a comprendere le vere dinamiche dei processi economici e fiscali. La prima domanda che verrebbe in mente a una persona qualunque, a fronte di queste dichiarazioni, è: «ma se il ricorso ai robot mi costasse esattamente come il ricorso agli esseri umani perché dovrebbe convenirmi?»

La risposta, in effetti, è abbastanza complessa poiché mentre i costi relativi alla risorsa umana, per un’azienda, si aprono e si chiudono in tre voci (salario, cuneo fiscale, formazione) quelli per un robot potrebbero essere ben più numerose, dovendo contare R&D, se sviluppato in economia, o acquisto, installazione, adattamento, manutenzione, dismissione a fine utilizzo e, se andasse a regime una c.d. robot tax, imposizione fiscale ad hoc. Potenzialmente i costi potrebbero essere anche maggiori, mancando ai sistemi cibernetici anche la flessibilità tipica di un essere umano che è capace di modificare anche radicalmente il suo operato a seconda delle esigenze, ma questi potrebbero essere compensati da una maggiore produttività e dalla mancanza delle pause necessarie al riposo per ogni persona impiegata precedentemente nelle stesse mansioni.

Forse, quindi, un’imposizione fiscale ad hoc potrebbe benissimo essere sopportata, non certo senza qualche mal di pancia iniziale, dalle aziende per via della maggiore efficienza che il sistema produttivo potrebbe ricavare dall’automazione, ma è nella seconda affermazione che si nasconde la vera ragione sul perché un’eventuale nuova imposta sarebbe assurda se non anche dannosa: perché Gates ritiene che le aziende non si arrabbierebbero per una nuova imposta?

Anche qui la risposta non è affatto immediata ma, semplificando, si potrebbe dire che risiede nel fatto che, a conti fatti, le aziende non pagano veramente tasse e imposte ma le «scaricano» a valle, mediante il gioco dei prezzi di prodotti e servizi, sui consumatori. Se l’imposta fosse sistemica, quindi, e applicata su tutto il globo, allora si assisterebbe, a seconda dell’entità del balzello, o a una diminuzione dei profitti marginali delle aziende per evitare l’impatto di questa nuova componente negativa di reddito si scarichi sul mercato rischiando di ridurre i fatturati, oppure, in caso di aziende produttrici di beni caratterizzati da una domanda scarsamente elastica al prezzo, a un aumento di quest’ultimo generalizzato senza toccare i profitti. Della veridicità della seconda ipotesi abbiamo già avuto prova tempo fa, con il c.d. «equo compenso» SIAE sui supporti di memoria digitale che ha comportato l’immediato innalzamento del prezzo ratail italiano degli iPhone, giustificato dalla casa produttrice proprio mostrando nei documenti di vendita come il prezzo pre-imposte fosse identico in tutta Europa mentre la differenza finale era data solo dalle pretese dello stato italiano.

Lo scenario più probabile in caso di una robot tax, però, è che questa sia applicata solo in alcuni stati, credibilmente quelli già molto reattivi nella ricerca di nuove basi imponibili, ovvero in quelli in cui una certa componente etica e sociale caratterizza le mosse di ogni schieramento di governo. Questo caso porterebbe a una situazione piuttosto incresciosa in quanto la competitività delle aziende locali rispetto a quelle estere, situate in Paesi che non tassino il lavoro automatizzato, vedrebbe un drastico calo non per questioni tecnologiche o di investimenti, ma per l’azione della «mano pubblica». Il risultato, quindi, potrebbe essere un drastico calo nella ricerca e nello sviluppo delle nuove tecnologie nei Paesi che avessero adottato questo regime fiscale vòlto a penalizzare le «attività robotiche» con conseguente perdita di indotto e creazione di un gap tecnologico verso quei Paesi che, invece, avessero deciso di lasciare al mercato e alle decisioni delle imprese se investire in processi automatizzati o meno. Nel breve periodo, quindi, si assisterebbe sì alla difesa di un sistema produttivo già consolidato e dell’occupazione che da esso è generata ma, facendo un passo avanti di pochi anni, è credibile che la maggiore produttività delle aziende tecnologiche possa scalfire le nicchie di mercato fin qui protette per via di una proposta molto più competitiva a livello di prezzo, spingendo, così, i fatturati locali verso il basso e causando sia nuove e probabili riduzioni di personale, che aggraverebbero quello stato di disoccupazione che un’imposta sui robot avrebbe voluto evitare, sia l’innesco di un circolo vizioso di riduzione dei redditi disponibili, della domanda nei consumi e degli investimenti innescando artificialmente una spirale recessiva che l’evoluzione tecnologica vorrebbe evitare.

L’unica arma a disposizione di questi Stati, quindi, sarebbe quella di imporre nuove imposte sulle importazioni di beni e servizi dalle zone più produttive e scatenando rappresaglie commerciali, magari con l’apposizione di pesanti dazi da parte delle controparti su quei prodotti d’eccellenza che mai avrebbero potuto essere oggetto di una robotizzazione della filiera produttiva e che non sarebbero mai stati toccati dalle nuove robot tax producendo, così una crisi sistemica interna.

Siamo sicuri, quindi, che la risposta ai rischio, oggi solo ventilato, di una sostituzione di lavoro umano con lavoro meccanico sia per via fiscale?

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