Basta tasse sugli immobili

 

IMU-TASI-tasseLa vita del contribuente italiano è scandita dalle scadenze fiscali. S’avvicina il momento di versare l’obolo della TASI, e dalle prime indagini emerge una sorprendente — ma scontata — realtà: la TASI, in molti Comuni, risulterà piú salata della vecchia IMU. A futura memoria, è dunque opportuno tenere a mente alcuni concetti basilari.

In primo luogo, una regola elementare ma troppo spesso scordata: quando lo Stato introduce una tassa, non la abolirà mai, nonostante ci siano fantomatiche sentinelle a vigilare. Ciò si verifica per un motivo altrettanto semplice: lo Stato non intende sottoporsi ad alcuna cura dimagrante, essendo perennemente impegnato a trovare nuovi modi per introdurre balzelli e saziare la propria inestinguibile fame. Le cosiddette situazioni emergenziali hanno il mero scopo di far cassa in modo ancor piú rapido, come avvenuto col governo Monti, letteralmente andato all’assalto dei portafogli degl’italiani. Messo al sicuro il bottino, i governi successivi hanno finto di voler rimodulare le imposte, o di volerle abolire, come successo coll’IMU. Si potrebbe fare un altro esempio pensando alle accise, tra le quali figura ancora l’irrinunciabile gettone per sostenere la guerra d’Etiopia. D’altronde, Addis Abeba val bene un’accisa. Dunque le tasse, una volta introdotte, non vengono eliminate, bensí semplicemente accumulate, tuttalpiú rinominate.

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In secondo luogo, l’aspetto nominale delle cose è profondamente dissimile dal loro valore sostanziale. Era stato ripetuto, ossessivamente, che l’IMU sarebbe stata abolita. Ebbene, la diatriba s’è risolta nei noti giochi di prestigio di fine 2013, quando l’aumento d’IRPEF e IRAP — quindi, un ulteriore inasprimento fiscale a carico delle imprese — ha finanziato la cancellazione dell’IMU. Ma s’è trattato davvero d’una cancellazione? Nominalmente, sí; sostanzialmente, no, poiché è stata operata solo una furba sostituzione: l’IMU è stata sostituita dalla TASI, e lo Stato ha ora presentato il solito salatissimo conto. I dati della CGIA di Mestre dimostrano che, in un capoluogo su due, la TASI sarà piú salata dell’IMU. Emblematiche le parole di Giuseppe Bortolussi: «Se teniamo conto che nel 2013 la quasi totalità degl’italiani non ha pagato l’IMU sulla prima casa, gl’importi previsti dal nuovo tributo sui servizi indivisibili per l’anno in corso rischiano comunque di mettere in seria difficoltà economica non poche famiglie, soprattutto quelle meno abbienti».

In terzo luogo, è pertanto necessario esprimere senz’esitazione un’irremovibile contrarietà nei confronti di qualsiasi altra ipotesi d’inasprimento fiscale diretto o indiretto, in particolare verso tutte quelle diverse forme di tassazione patrimoniale — come, appunto, IMU e TASI, ma anche tassa di successione — che altro non sono che prevaricazione dello Stato sulla proprietà privata. Allo stesso modo, è da rigettare l’idea che la diminuzione della pressione fiscale — ad esempio, sulle imprese — possa esser finanziata dall’introduzione o dall’inasprimento d’altri balzelli, spacciati magari per provvedimenti etici o aventi come obiettivo una fumosa giustizia sociale. Quando sentiamo argomenti a favore di tasse che dovrebbero in teoria avere carattere di progressività tale da colpire maggiormente i «ricchi», la pratica dimostra poi che questi argomenti demagogici servono solo a distrarre i contribuenti mentre lo Stato mette loro le mani nei portafogli.

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Infine, in un Paese come l’Italia, dove la vessazione fiscale ha raggiunto da tempo livelli insostenibili, non esistono tasse «buone». Chi s’ostina a sostenere tali argomentazioni e stila classifiche di preferenza sulle presunte virtú di balzelli vecchi e nuovi dovrebbe fare un sano bagno d’umiltà e di realismo, provando a giocare di meno allo scienziato fiscale e di piú al cittadino comune, il quale non sa piú da dove iniziare per pagar le tasse. Il tempo dei sofismi accademici è finito. Tre assunti dovrebbero guidare l’azione d’un governo che volesse davvero rilanciare il Paese: tutela del risparmio, difesa della proprietà privata dalla voracità fiscale, taglio netto delle imposte sulle imprese. Che siano lasciate ai professori le diatribe sulla bellezza delle imposte.

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