Brexit, Londra e i destini del cuore finanziario dell’UE

 

BrexitIl 23 giugno, e con esso il referendum che deciderà delle sorti europeiste dei sudditi di sua maestà, incombe. Si votasse oggi (16 giugno), prevarrebbero i “Brexiteers”, ovverosia i sostenitori dell’idea secondo la quale le venture politiche del Regno Unito sarebbero più prospere se i destini di Londra fossero scissi da quelli di Bruxelles. Leave 44%, remain 42%, don’t know 10%, secondo il poll-tracker dell’Economist. Qualora le previsioni fossero confermate, il che è tutto da dimostrare, il terremoto politico-economico-finanziario avrebbe, quale epicentro designato, la città di Londra. Cuore pulsante della finanza europea, crocevia internazionale di capitali e forza lavoro, centro bancario e assicurativo nevralgico, la city è l’entità geo-economica che più avrebbe da perdere qualora il referendum sentenziasse l’uscita del Regno Unito dai ranghi dell’Unione europea. In questa analisi cerchiamo di spiegarne il perché.

La caratura globale della City. Unica “Città Globale” europea, nei contenuti e nella forme dipinte dalla sociologa Saskia Sassen, Londra è emblema dei cambiamenti strutturali dell’economia internazionale intercorsi negli ultimi decenni. È, per certi versi, epicentro europeo della globalizzazione economica e finanziaria. Allo stesso modo, incarna ed esemplifica la scissione avvenuta nelle strutture del capitalismo britannico non solo in termini di polarizzazione delle ricchezze tra centro e periferie nazionali, ma anche per quanto riguarda la distribuzione politica delle risorse. Partiamo dal primo aspetto, ovverosia la natura globale di Londra. A tal riguardo, per poter apprezzare la centralità della city e l’importanza economico-finanziaria di quest’ultima per l’UE, è utile riflettere su alcuni dati estrapolati da un recente report prodotto dalla lobby finanziaria londinese TheCityUK.

I numeri della Londra finanziaria. Londra ospita più di 250 banche di caratura globale ed è sede di oltre 200 compagnie legali internazionali coinvolte in transazioni e business di natura finanziaria. Delle 155 banche internazionali autorizzate ad utilizzare i depositi delle banche inglesi, 75 di queste sono europee. Il 20% degli asset bancari ospitati nel Regno Unito appartiene a banche europee, per un ammontare che supera il trilione di dollari. Il turnover giornaliero del tasso di interesse sulle transazioni di titoli derivati denominati in euro nel 2013 sfiorava i 1000 miliardi di dollari (928 milioni di $), rappresentando il 70% sul totale a livello mondiale per questo tipo di transazioni. All’incirca il 40% dei depositi e dei prestiti sottoscritti nel Regno Unito in valuta estera sono espressi in euro. Il 90% delle attività di prime brokerage europee avviene a Londra. L’elenco dei gradi finanziari guadagnati dalla City nel corso degli ultimi decenni, esemplificativo ma di certo non esaustivo, potrebbe tranquillamente continuare. In caso di Brexit, è realistico pensare che Londra possa perdere il proprio ruolo egemonico, in patria e in Europa?

Secondo i Brexiteers, no. Gerard Lyons, autore di The Consolation of Economics e sino a poco tempo fa consigliere economico dell’ex sindaco di Londra Boris Johnson, ne riassume le posizioni. Londra, argomenta Lyons, fu centro finanziario importante ben prima dell’adesione britannica all’Unione europea. Non solo, continua l’analista finanziario, Londra non necessita dell’Unione in quanto la City gode di un potere strutturale simile solo a quello di New York e, in misura minore, Singapore o Hong Kong. Parigi e Francoforte, al cospetto di Londra, continua Lyons, non hanno le capacità di replicare tale potere. Quando incalzati riguardo alle prospettive di un’ipotetica e depotenziata Londra post-Brexit, Lyons & Co. controbattono che tali previsioni di declino sono mal riposte. Dopotutto, si congetturò il declino finanziario della City quando la Sterlina abbandonò l’Exchange Rate Mechanism nel 1992, quando il Regno Unito non adottò la moneta unica e ancora in seguito alla crisi finanziaria del 2008. Tali profezie di declino furono sconfessate dalla storia. I Brexiteers, comunque, tralasciano aspetti fondamentali.

Il cuore finanziario dell’Europa. La Londra finanziaria si sente, in tutto e per tutto, parte integrante del mercato unico europeo. Non solo, la City ha storicamente giocato un ruolo fondamentale in quello che fu il processo di integrazione economico-finanziaria dell’Unione. L’esempio più rappresentativo, a riguardo, è la nascita del cosiddetto mercato degli eurobond negli anni cinquanta-sessanta, il cui scopo originario era quello di consentire a società statunitensi il collocamento di titoli al di fuori del mercato domestico. Momento fondamentale lungo il percorso di integrazione economico-finanziaria europea, il processo fu politicamente e attivamente sponsorizzato dalla lobby finanziaria londinese, guidata dal banchiere di origini tedesche Siegmund Warburg. Come spiegato dallo storico Niall Ferguson, oltre alla logica del profitto, Warburg & Co. intravidero nel mercato degli eurobond la possibilità di cementificare attorno al dollaro i nascenti intenti di cooperazione tra i paesi europei. Primo tangibile risultato fu la nascita, nel 1950, dell’Unione dei pagamenti europei (EPU), motore della crescita del commercio intraeuropeo.

Il ruolo di Sigmund Warburg. Attraverso la nascita del mercato degli eurobond, Londra fu capace di emergere quale capitale europea della finanza e primario punto di accesso per gli investitori stranieri. Non a caso, lo spettro di una possibile Brexit ha causato legittime inquietudini ben oltre i confini del continente europeo. Primo recipiente in Europa per quanto riguarda gli investimenti diretti esteri (FDI), Il Regno Unito rappresenta la quinta colonna finanziaria per gli investitori stranieri in UE. Per apprezzare il potere attrattivo del centro finanziario britannico, è utile riflettere su alcuni dati particolarmente significativi. Dal 2004 al 2014, il settore finanziario britannico ha attratto investimenti stranieri per un ammontare di 581 miliardi di sterline, la metà della quale extraeuropei. L’accesso al mercato unico europeo, a riguardo, rappresenta la prima fonte di attrazione. Non solo, Il Regno Unito attrae più del 50% degli investimenti diretti esteri statunitensi sul continente europeo e, di tutti i pagamenti espressi in valuta cinese al di fuori dalla Cina, il 62% del totale globale avviene a Londra. Tale potere di attrazione ha senza dubbio radici domestiche, ma il processo di integrazione economico-finanziaria europea ha permesso alla City di compiere il salto di qualità.

La finanziarizzazione dei processi politici. L’influenza del settore finanziario londinese, comunque, va ben oltre i numeri e le percentuali. La configurazione dell’architettura finanziaria europea così come è strutturata oggi poggia, per certi versi, su Londra. In termini di policy-making europeo e di regolamentazione del settore finanziario, Il Regno Unito è infatti un attore assolutamente dominante e ha il potere strutturale di influenzare la forma e i contenuti della legislazione europea in materia. Come evidenziato nel recentissimo report Shaping legislation: UK engagement in EU financial services policy-making edito dal governo della Città di Londra, il peso negoziale della City si è fatto sentire nella stesura dei contenuti di alcune direttive e regolamenti europei in materia finanziaria tra le più importanti. La Solvency II Directive, l’Alternative Investment Fund Managers Directive e la European Market Infrastructure Regulation sono solo alcuni dei prodotti legislativi “made in London”.

In vista del referendum del 23 giugno, c’è da credersi, la City sfodererà le su armi persuasive. Nel bene e nel male, tendenzialmente, raggiunge gli obiettivi che si propone. Staremo a vedere.

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