Quell’euroscetticismo farlocco che chiede solo piú Stato

 

10357347_659960677386501_1039831557_oDopo decenni d’unanime euro-entusiasmo, in queste elezioni per la prima volta è entrata nel vocabolario politico italiano una nuova parola: euroscetticismo. Per la prima volta, a quanto pare, ci sarebbero in giro partiti politici «euroscettici»: il Movimento 5 Stelle, la Lega Nord, Fratelli d’Italia, con sfumature diverse perfino Forza Italia. Forze politiche che, se sommate aritmeticamente, potrebbero ottenere la maggioranza il prossimo 25 maggio.

Ora, la parola euroscetticismo, in linea di principio, piace ai liberali. Ogni liberale, infatti, è scettico verso il potere e ancor piú verso un potere monopolistico e centralizzato quale quello che sarebbe rappresentato da un superstato europeo. La tradizione politica liberale e libertaria ha ben evidenziato i pericoli della concentrazione dell’autorità politica, oltreché di processi di costruzione istituzionale top-down slegati dall’effettivo consenso dei governati — e, al contempo, l’efficienza della concorrenza istituzionale come strumento per difendere e allargare gli spazi di libertà, non solo in àmbito economico.

Contrastare l’idea che a un’unica istituzione politica sia conferito un potere di supremazia su mezzo miliardo di persone è, dunque, doveroso per chiunque sia affezionato ai concetti di libertà individuale e di libero mercato. Eppure, le proposte politiche che in queste elezioni si sono aggiudicate la connotazione euroscettica, di liberale, hanno ben poco. Di piú: hanno ben poco anche d’euroscettico nel senso proprio del termine.

Nei fatti, Grillo, Salvini, la Meloni (e Berlusconi) non sono realmente contro il principio d’un’Europa federale. Sono contro l’Unione Europea solo nella misura in cui essa non garantisce abbastanza «statalismo». In fondo, in questa campagna elettorale, abbiamo sentito qualsiasi possibile proposta europeista venire disinvoltamente dai cosiddetti partiti euroscettici: dal varo degli Eurobond a una BCE che diventi garante ultima del debito pubblico di tutti gli Stati, dal rafforzamento del Parlamento europeo alla creazione d’un esercito continentale, dall’armonizzazione delle politiche fiscali dei vari Paesi fino al reddito di cittadinanza a livello UE. Tutte proposte che farebbero impallidire euroscettici veri alla Thatcher, alla Klaus o alla Farage.

Alla fine della fiera, questi «euroscettici de noantri» non chiedono meno Europa: chiedono solamente piú Stato e piú intermediazione politica. Se l’UE s’attrezza per garantire il sostegno alle politiche di spesa dissolute con cui ai nostri politici piace comprare il consenso, allora si può tornare euro-convinti, come tutti lo erano quando la vulgata su cui lucrare elettoralmente era quella dell’europeismo. Altrimenti, se i Paesi piú «morigerati» si mettono di traverso, allora c’è l’opzione di «riprendersi la sovranità» per secedere da qualsiasi criterio di responsabilità di bilancio e sostenere una spesa pubblica nominalmente illimitata attraverso la stampa di moneta a gogò.

Peraltro, non è nemmeno chiaro se il «piano B», quello della fuoruscita almeno parziale dall’attuale infrastruttura europea, sia un’opzione davvero perseguita dai nostri «euroscettici». La sensazione è che tale opzione sia in primo luogo agitata come «strumento negoziale». Si minaccia di far saltare il banco al fine d’ottenere concessioni, che di solito si traducono in un maggior interventismo europeo. Si va a «battere i pugni sul tavolo» in una mera ottica di sindacalismo territoriale, al tempo stesso continuando a usare la Merkel e gli altri «Paesi del rigore» come capri espiatori del fallimento delle nostre politiche economiche interne.

Insomma, a fronte della progressiva perdita di fascino delle categorie ideologiche tradizionali, l’attuale ondata d’euroscetticismo in salsa italiana sembra un nome nuovo dato alle politiche stataliste di debito, spesa e ridistribuzione che questo Paese ha sempre conosciuto — e non, invece, una contestazione «sistemica» del processo d’integrazione politica, come quella portata in altri Paesi da forze che hanno dedicato alle questioni istituzionali e costituzionali continentali anni d’elaborazione.

Quel che appare è che la prospettiva d’un’«ever closer union» sia definitivamente archiviata; ma ragionevolmente, a decretare la fine dell’illusione europea, non sarà il successo dell’«euroscetticismo pezzente» alla Grillo o alla Berlusconi, portatore di demagogia spicciola piú che d’una diversa e concreta visione degli equilibri istituzionali all’interno del nostro continente. Alla fine, contrariamente a quanto molti pensano, il progetto d’un’«Europa federale» finirà a Nord, il giorno in cui la Germania si stancherà — e con qualche ragione — del continuo chiagni e fotti dell’Europa mediterranea.

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