Perché è alla Germania che conviene uscire dall’euro

 

479571459SG00019_German_ItaNelle ultime settimane Renzi sembra aver alzato significativamente i toni nei confronti delle politiche di Bruxelles, accogliendo, almeno in parte, le argomentazioni di quelle forze che sull’opposizione alla cosiddetta austerity hanno costruito parte importante del loro consenso elettorale. Tale riposizionamento, mirato in primo luogo ad evitare di lasciare al Movimento 5 Stelle spazi a sinistra, appare comunque in linea con l’evoluzione della “sinistra vincente” del Sud Europa. Il precursore di quest’onda politica è stato naturalmente Alexis Tsipras che sul no all’austerity “imposta dall’Europa” è riuscito a portare per la prima volta alla guida di un paese occidentale un partito della sinistra radicale. Ma non ci sono solo Renzi e Tsipras. In Portogallo è appena andata al potere una coalizione tra il Partito Socialista e due partiti d’estrema sinistra, in aperta contrapposizione con le politiche di riforme e di risanamento dei conti portate avanti, negli ultimi anni, dal vecchio premier Pedro Passos Coelho. In Spagna poi, potrebbero andare a buon fine le trattative per un’alleanza di sinistra tra il Partito Socialista e Podemos o comunque l’ipotesi di tale alleanza potrebbe tornare nuovamente sul tavolo a valle di un eventuale nuovo giro di urne tra qualche mese. Insomma i quattro paesi del Sud Europa, Italia, Grecia, Spagna e Portogallo votano a sinistra e mostrano i muscoli contro la politica dell’Unione.

Ci si può chiedere, allora, se c’è qualche possibilità che uno di questi paesi porti questa polemica fino al punto di un’effettiva rottura e quindi di un’uscita dalla moneta unica o dall’UE. La risposta la conosciamo già ed è negativa. La vicenda di Tsipras in Grecia mostra chiaramente come la strategia dei paesi mediterranei sia quella di accrescere il più possibile il livello della contrapposizione conto Bruxelles e contro la Germania, per strappare quante più concessioni possibile, ma al tempo stesso guardandosi bene dall’arrivare a una rottura che li lascerebbe in brache di tela. Per quanto i governanti dell’Europa meridionale traggano forza dall’alimentare e poi dal cavalcare il sentimento popolare anti-tedesco, sanno bene che la stabilità immediata dei loro paesi deve troppo all’assistenza offerta dall’UE e dalla BCE – sia in termini di sovvenzioni dirette, come nel caso della Grecia, che in termini di calmieramento degli interessi sui bond, come nel caso del nostro paese. E’ chiaro, quindi, che al di là della retorica e della demagogia, è alquanto improbabile che una frattura dell’Unione Europea o della zona Euro parta da Sud. Per come si stanno evolvendo le dinamiche politiche continentali è assai più probabile che un disfacimento del “progetto europeo” si avvii proprio dal Nord Europa.

Se ci si pensa, per qualche tempo abbiamo assistito, nel nostro paese, ad un dibattito sul fatto se non fosse meglio per noi sospendere Schengen. Ebbene l’esito è stato che sono proprio gli altri a sospenderlo nei nostri confronti. Dall’illusione di essere quelli nella posizione di decidere, sul futuro di Schengen ci troveremo con tutta la probabilità a subire gli esiti delle scelte altrui, finendo per essere, de facto, espulsi noi dall’area di libera circolazione. Lo stesso potrebbe accadere con l’Euro e con l’Unione Europea, solo con conseguenze molto più importanti ed estese. Mentre l’Italia, la Grecia, il Portogallo e presto la Spagna faranno la voce grossa, saranno gli altri a passare ai fatti ed a staccare la spina all’unione politica e monetaria. Alcuni snodi fondamentali, da questo punto di vista, saranno rappresentati dal referendum di quest’anno per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea e dalle elezioni olandesi del 2017, nelle quali si prefigura il successo della destra anti-europeista di Geert Wilders.

Per quanto una fuoriuscita britannica o olandese rappresenterebbe evidentemente un vulnus alla prospettiva europeista, ci sono pochi dubbi che l’unico Paese che è davvero nelle condizioni di chiudere la pagina dell’UE è la Germania. Evidentemente la “zona Euro” resta quello che oggi rappresenta finché ci sono dentro i tedeschi. Se la Germania decidesse di andarsene, l’Europa mediterranea residuale resterebbe una “bad Europe” schiacciata dalla propria disoccupazione e dal proprio debito pubblico. Ed allora qui viene il punto. Ai tedeschi conviene uscire dall’Euro?

Non c’è dubbio che la classe politica tedesca abbia effettuato sul successo dell’Unione Europea un pesante investimento dal punto di vista politico e persino storico. Tuttavia, più passa il tempo, più i tedeschi si renderanno contro di essersi infilati in una strada che non li vedrà vincitori e che anzi finirà per compromettere la loro indipendenza economica e politica. Per quanto è dato di vedere, l’illusione dei governi tedeschi di poter “governare” il processo d’unione europea, rafforzando al contempo la propria posizione geo-strategica è destinato al fallimento. E altrettanto quella di poter “moralizzare” i Paesi del Sud Europa etero-dirigendoli verso gli standard di governance propri dell’Europa centrale e settentrionale. Il limitato successo che la Germania e gli altri paesi del Nord hanno avuto fino a questo momento nel condizionare alcune scelte politiche interne dei paesi del Sud è, infatti, dovuto al fatto che l’Unione Europea ha ancora in questo momento una struttura prevalentemente orizzontale e questo rende possibile ai paesi più “virtuosi” di esercitare una qualche forma di controllo sui trasferimenti di risorse a favore dei paesi della “periferia europea”. Tuttavia, l’attuale equilibrio istituzionale europeo è molto instabile e gli esiti futuri appaiono due. O si va in una direzione centrifuga, tornando ad un assetto almeno precedente al trattato di Maastricht, oppure si andrà verso la creazione di un vero e proprio super-Stato.

Se prevarrà la posizione favorevole a una sempre maggiore integrazione, il progetto europeista è destinato a sfociare in una vera e propria “democrazia europea” governata a maggioranza. A quel punto le “ragioni” dei vari paesi cesseranno di “pesarsi” e cominceranno a “contarsi”. Le ragioni della Germania saranno inevitabilmente e inesorabilmente surclassate dalle rivendicazioni del blocco mediterraneo al quale potrebbero associarsi, in chiave di sostegno alle politiche ridistributive, anche i paesi dell’Europa dell’Est. Insomma, gli Tsipras di domani non dovranno più convincere la Merkel ad appoggiare questo o quel piano di bail-out. Semplicemente, i greci potranno direttamente votarsi i soldi dei tedeschi, allo stesso modo con cui oggi gli elettori del Sud Italia si votano i soldi dei lombardi e dei veneti. Insomma le dinamiche di una nuova democrazia continentale rischiano di ruotare pesantemente attorno all’assalto ai “forzieri” della Germania e, va da sé, alle tasche dei suoi contribuenti. La vera questione che deciderà il futuro dell’Europa è se i tedeschi si rassegneranno a diventare la Lombardia del super-Stato continentale o preferiranno mantenere l’indipendenza economica e politica.

Alla fine, un fattore decisivo per un eventuale “Germanexit” potrebbe rivelarsi la rilevanza economica sempre minore dell’Europa mediterranea. Contrariamente all’ingenua vulgata secondo cui “la Germania è comunque costretta a venirci incontro, altrimenti non compreremmo più le auto tedesche”, l’effettivo peso del mercato italiano per la Germania è relativo; è inferiore come dimensioni a quello olandese e comparabile con quello svizzero . Ancor meno significativi sono gli export verso gli altri paesi del Sud Europa. Per fare un esempio la Germania esporta più verso Hong Kong, Singapore e Lussemburgo (presi singolarmente) che verso la Grecia. Per chi crede di mettere in ginocchio Angela Merkel comprando una Fiat anziché una Opel, basta osservare che il principale mercato per le auto tedesche sta diventando la Cina che promette numeri ben superiori a quelli comunque garantibili dai consumatori italiani. Per giocarsi la grande partita dell’economia globale, l’Unione europea alle aziende tedesche serve poco e servirà sempre meno.

Peraltro, non deve nemmeno ingannare l’attuale prevalenza netta all’interno del panorama politico-partitico tedesco di forze fedeli al progetto UE. Infatti gli orientamenti cambiano, anche più in fretta di come mutino i rapporti di forza tra i partiti. Perché, a tempo, debito un’uscita della Germania dall’Euro si verifichi non è affatto necessario che Alternative für Deutschland, l’unico partito dichiaratamente euro-scettico, vinca le elezioni. La Storia insegna che, in molti casi, i grandi i cambiamenti non avvengono perché le “avanguardie” prendono il potere; più spesso avvengono quando le forze politiche mainstream recepiscono la necessità del cambiamento.

In definitiva, se ben difficilmente i politici italiani passeranno mai, nel loro rapporto con Bruxelles, dalla propaganda piagnona allo strappo, la vere decisioni sul futuro dell’Europa si prenderanno altrove. E la più importante è in mano alla Merkel o a chi le succederà.

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