Home restaurant: continua l’avanzata dello Stato nella sharing economy

Nuntio vobis gaudium magnum: abbiamo una nuova legge. Con 326 sì, la Camera dei Deputati ha dato il primo via libera alla legge sulla regolamentazione del fenomeno denominato «home restaurant», condannando a morte per l’ennesima volta un settore della Sharing Economy. Di che si tratta? I padroni di casa, attraverso siti e app (come l’italiana Gnammo), invitano gli altri iscritti a cenare a casa loro, spesso proponendo menù esotici e variegati. Naturalmente, a fronte dei costi della spesa e dell’ospitalità, i padroni di casa fissano un prezzo. E se i ricavi superano i costi, si genera profitto.

Profitto che lo Stato italiano, come nella sua migliore tradizione illiberale, non vuole farsi scappare. Ecco, allora, che il M5S porta il tema in Commissione Attività Produttive, e trova subito l’appoggio delle forze di maggioranza, che permette alla legge di superare il primo ostacolo (solo Conservatori e Riformisti e Lega hanno votato contro).

Naturalmente chi si occupa di diritto esulta: «Ora l’home food ha regole chiare, è stato riconosciuto». Già, perché nella più profonda tradizione positivista, in Italia c’è la convinzione che se qualcosa non è strettamente regolato e sancito dalla legge, non può esistere. Dietro al disegno di legge, oltre alle manìe positiviste dei parlamentari, c’è anche la lobby dei ristoratori che, convinti di avere il monopolio dei pasti a pagamento, da tempo chiedevano a gran voce una legge sul settore.

La legge sull’home restaurant prevede un massimo di 500 coperti (poco più di uno al giorno!) e un guadagno non superiore a 5000 euro l’anno, imponendo quindi per legge una tariffa media di 10 euro a coperto, con buona pace di chi per una cena a base di pesce ne chiede il doppio. La legge proibisce poi il pagamento in loco: questo può essere effettuato solo attraverso sistemi elettronici, per essere tracciabile. Tra le altre cose specifica di dare la priorità a prodotti a km0, penalizzando di chi vuole, ad esempio, organizzare una cena messicana.

La norma impedisce di accoppiare l’attività di home restaurant con quella di piattaforme come AirBnB, cosicché se un consumatore volesse passare la notte nella stessa casa in cui ha cenato, avendo magari alzato un po’ troppo il gomito, non può farlo. Deve mettersi in viaggio e rischiare di causare incidenti o farsi ritirare macchina e patente dalle forze dell’ordine. Pur essendo chiaramente un’occupazione saltuaria, gli chef social sono tenuti, secondo la legge a comunicare al comune competente la segnalazione certificata di inizio attività (SCIA), pena una multa da 1.000 a 10.000 euro e la cessazione dell’attività. A questo proposito la legge non specifica, rimandando al Ministero dell’Economia e delle Finanze e al Ministero dello Sviluppo Economico, chi sarebbero i soggetti che dovrebbero svolgere le operazioni di controllo.

La questione relativa alle operazioni di controllo nei confronti delle attività di home restaurant, fa sorgere una domanda spontanea: i partecipanti alla cena, e soprattutto i padroni di casa, devono aspettarsi l’arrivo a sorpresa delle forze dell’ordine ad interrompere il pasto per garantire che sia tutto nella norma? Oltre a sembrare ridicolo, questo conferma la scarsa importanza data dalla politica italiana alla proprietà privata, che sarebbe violata ogni qual volta fa comodo agli ispettori.

Naturalmente, l’approvazione alla Camera di questa legge ha scatenato la rabbia dei ristoratori casalinghi. Imponendo limitazioni, divieti, vincoli e restrizioni rispetto a un modo con il quale alcuni italiani cercano di migliorare la propria condizione, contribuendo a muovere un’economia asfittica come la nostra, la legge impedirà moltissime opportunità. Lo si capisce guardando i dati elaborati da Confesercenti per il 2014: fatturato complessivo annuale di 7,2 milioni di euro, 7mila cuochi social, oltre 37mila pasti, circa 300mila persone coinvolte, e incasso medio per pasto pari a 194€.

Forse, però, c’è un modo per evitare di sottostare alle imposizioni sancite da questa legge. Infatti, l’art. 4, comma 1, recita «Le disposizioni della presente legge non si applicano alle attività non rivolte al pubblico o comunque svolte da persone unite da vincoli di parentela o di amicizia, che costituiscono attività libere e non soggette a procedura amministrativa». Basterebbe quindi la partecipazione di un conoscente del proprietario di casa, per eludere l’effetto della legge.

Escamotage a parte, questo ennesimo tentativo di codificazione degli scambi tra individui porta a riflettere su una questione di carattere più generale: la legittimità dell’interferenza politica negli atti di cooperazione volontaria. L’atteggiamento interventista è tipico di tutti i governi di tutte le epoche, ma è specialmente nel secondo dopoguerra che è cresciuto in modo spropositato, in termini di tassazione, spesa pubblica e regolamentazione. I governi democratici (o meglio social-democratici) occidentali si sono autolegittimati proclamando la necessità di uno Stato forte, interventista, sociale per ovviare a sempre più problemi (spesso creati dall’interventismo stesso).

Alla legittimazione autoreferenziale si è aggiunta quella popolare, che con il voto e l’obbedienza a norme sempre più stringenti e illiberali, ha sancito il trionfo del positivismo giuridico e del legalismo. Sono troppi coloro che pensano che se qualcosa è legale, allora è anche giusto e legittimo, e viceversa. Sono troppi coloro che chiedono una legge per risolvere problemi personali, lavorativi ed economici.

Dal punto di vista libertario, la società, le persone, le proprietà preesistono alle leggi. La missione del diritto dovrebbe essere quella di far rispettare la proprietà, ma questo ennesimo tentativo di codificare con regole scritte, intrise di limiti e proibizioni, gli scambi tra individui, dimostra come il diritto abbia perso la missione originaria (potremmo dire naturale), per soddisfare solo più interessi di parte, a spese della società. Alla luce di questa incertezza del diritto, sempre meno persone vorranno e potranno intraprendere una nuova attività economica.

Il principio, illiberale, alla base di questa iper-regolamentazione è sempre lo stesso: prendere legislativamente agli uni per dare agli altri (in questo caso, togliere opportunità alle persone comuni, per dare più sicurezza ai ristoratori). Ecco perché, nella società odierna, la dottrina libertaria suscita diffidenza: a causa della sua estrema semplicità si limita, nella sua versione moderata (miniarchismo), a domandare alla legge la sicurezza (e null’altro) per tutti. Si fa fatica a credere che lo Stato possa essere ridotto a tali dimensioni.

Il positivismo, è bene ricordarlo, agisce sempre tramite l’autorità e la coercizione. Allo stesso modo dei tributi e della spesa pubblica, le regolamentazioni (non interne al mercato, ma decise arbitrariamente da agenti esterni) provocano una perdita a livello economico: impediscono transazioni vantaggiose tra individui, frenando così la crescita del benessere collettivo.
In tanti accetteranno anche questa legge (se dovesse essere approvata), senza opporre resistenza. Arriverà un giorno, forse neanche troppo lontano, in cui per invitare gli amici alla propria festa di compleanno si dovrà dare comunicazione alla questura.

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