La Russia nello spazio post-sovietico

 

russia-vladimir-putinForse l’avevamo dimenticato, ma la caratteristica fondamentale della Russia è di sorgere sul territorio russo. Non è un gioco di parole. A forza di citare Mosca nel contesto del braccio di ferro diplomatico che contorna il conflitto siriano, abbiamo trascurato che gl’interessi geopolitici dei russi si concentrano primariamente a ridosso del Mar Nero, nel Caucaso e in Asia centrale. In quelle aree che una volta facevano parte dell’URSS e che oggi, non a caso, chiamiamo spazio post-sovietico.

Spazio ex sovietico sul quale la Russia non ha mai mancato d’esercitare un’influenza, per non dire una prelazione. Risale a un anno fa, all’indomani dell’annuncio da parte di Putin della sua candidatura alle presidenziali di marzo 2012, la prima menzione ufficiale del progetto d’Unione eurasiatica. L’idea, ispirata al modello d’integrazione dell’Unione Europea, e rivolta ai Paesi che furono parte dell’URSS (con le scontate eccezioni dei Paesi baltici, della Georgia e anche dell’Azerbaigian), affonda le radici in una serie di precedenti tentativi d’integrazione della regione, tutti tesi alla riorganizzazione geo-strategica dello spazio post-sovietico all’indomani della dissoluzione.

Il primo passo in questa direzione è stato compiuto da Russia, Bielorussia e Kazakistan, che nel 2010 hanno dato vita a un’unione doganale che prevede l’adozione d’una tariffa doganale unica e l’abolizione dei controlli doganali alle frontiere comuni. È a partire da questa prima forma d’integrazione economica che, nel novembre 2011, i presidenti dei tre Paesi costitutivi hanno sottoscritto una dichiarazione in cui si prefiggono di realizzare l’Unione euroasiatica entro il 2015. A tal fine, nel gennaio 2012 è entrato in vigore, sempre fra i tre Stati fondatori, uno «spazio economico comune» modellato su quello europeo, in cui merci, servizi, persone e capitali possano circolare liberamente. Dal 1991, quando la bandiera sovietica fu ammainata per l’ultima volta, si tratta del progetto piú ambizioso vòlto a colmare il vuoto geopolitico lasciato dalla dissoluzione — sotto l’egida di Mosca, ovviamente.

Fondamentale, a questo punto, è capire chi farà parte di questo spazio, e a quali condizioni. Nell’Unione eurasiatica è recentemente confluita l’Armenia. Prospettata già da tempo, l’adesione d’Erevan è ora ufficiale. L’accordo con Russia, Bielorussia e Kazakhstan vanifica la prevista conclusione d’un accordo d’associazione coll’UE. Gas meno caro e appoggio militare nel Nagorno Karabakh sono due argomentazioni in favore di Mosca cui Bruxelles non ha potuto replicare con offerte piú allettanti.

Ma la vera partita tra Europa e Russia si gioca in Ucraina, tuttora sospesa tra l’Accordo d’Associazione coll’UE e l’adesione all’Unione eurasiatica. Col Paese ormai a un passo dalla firma dell’Accordo, che consentirebbe l’integrazione economica di Kiev nell’UE, la Russia ha avviato nei confronti degli ucraini una serie di ritorsioni commerciali per costringere il governo a cambiar idea. In agosto, la Russia ha sospeso le importazioni di macchinari dall’Ucraina, mentre il Kazakistan ha respinto le importazioni a base d’uova da Kiev sulla base di supposte mancanze fitosanitarie. Già in luglio, Mosca aveva deciso il blocco delle importazioni dei prodotti della dolciaria Roshen, società posseduta da Petro Poroshenko, ministro del governo ucraino che piú di tutti sostiene l’avvicinamento del Paese all’UE. Non dimentichiamo le cosiddette guerre del gas, che l’Europa pare aver scoperto dopo la rivoluzione arancione, ma che in realtà fanno litigare Mosca e Kiev da sempre.

L’Ucraina — per dimensioni e popolazione pari piú o meno alla Francia — versa in una crisi economica e politica tanto profonda da rendere impossibile al momento prevederne l’esito. È qui che nel 2005 ebbe avvio la cosiddetta rivoluzione arancione, esplosa per impedire la falsificazione delle elezioni a favore del candidato filorusso. Fu allora che il mondo prese coscienza che a Kiev coesistono due anime: un’Ucraina storicamente e/o potenzialmente europea, e un’Ucraina russofona vicina a Mosca. Una realtà moderna e pluralista, l’una; piú arretrata e monoculturale, l’altra. Solo grazie al pronto intervento dell’UE s’impedí che la situazione precipitasse in una guerra civile.

Dopo la disgregazione dell’URSS, l’Ucraina è diventata oggetto d’un gioco a somma zero tra la Russia e gli Stati Uniti. A Kiev fu imposto di scegliere tra Europa — e, di riflesso, gli USA — e Russia. Per un Paese cosí eterogeneo, addirittura polarizzato, come l’Ucraina, in cui qualunque scelta politica equivale a un cammino in un campo minato, una scelta tra «Oriente» e «Occidente» è impossibile. Dalla parte americana s’è súbito schierata la Polonia. La prospettiva d’un riavvicinamento alla Russia suscitava in molti il timore d’essere nuovamente inghiottiti dall’impero rinascente. D’altra parte, l’idea d’entrare a far parte dell’UE, avvertita come bacchetta magica per favorire il benessere economico della popolazione, ha sollevato le preoccupazioni di quanti considerano l’integrazione in Europa come l’anticamera dell’ingresso nella NATO — una possibilità improponibile ai filorussi.

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