La “giurisdizione universale”

 

Seduta della Corte Internazionale di Giustizia (da balcanicaucaso.org)

Uno dei concetti più affascinanti – e più discussi – emersi nel diritto internazionale negli ultimi vent’anni è l’idea di giurisdizione universale. Non si tratta esattamente di una novità, dato che l’idea si ritrova già, in nuce, nelle Convenzioni di Ginevra del 1949. Tuttavia il periodo di maggiore fioritura della giurisdizione universale si è avuto negli anni Novanta e nei primi anni Duemila. Innanzitutto, occorre chiarire il concetto. Dottrina vuole che per esercitare la propria giurisdizione sul territorio di un altro Stato, un Paese debba potersi avvalere di un “buon motivo”. Il principio più antico ed importante, in tal senso, è quello della territorialità, secondo il quale uno Stato può esercitare la propria giurisdizione (ovvero legiferare, processare, punire) su atti compiuti sul proprio territorio. Vi sono tuttavia una serie di altri principi, che non abbiamo qui il tempo analizzare, che possono permettere ad uno Stato di estendere la propria giurisdizione oltre i suoi confini. Fra questi figura in modo piuttosto peculiare la giurisdizione “universale”. Dico peculiare poiché, al contrario di altre possibili basi per l’estensione della giurisdizione, non richiede – in teoria – nesso di sorta fra l’atto compiuto, l’attore o la vittima e lo Stato che intenda intervenire. La spiegazione di ciò, sempre secondo dottrina, sta nel fatto che taluni gesti sono considerati tanto orribili da offendere la comunità internazionale nel suo complesso e possono dunque essere puniti da qualunque membro di tale comunità. Il concetto è criticabile sotto vari punti di vista, ma proviamo per il momento a limitarci a registrare gli sviluppi.

A questo riguardo, si sono avuti due casi famosi nell’ultimo decennio. In ordine temporale, il primo fu quello dell’arresto in Gran Bretagna – in seguito ad un mandato d’arresto spagnolo – di Augusto Pinochet, l’ex-dittatore cileno, all’epoca si trovava a Londra per cure mediche, per tortura e altri crimini contro l’umanità. Il secondo caso fu quello del ministro degli affari esteri del Congo allora in carica, nei confronti del quale un tribunale belga spiccò un mandato di arresto per motivi non dissimili. La questione finì davanti alla Corte Internazionale di Giustizia.
Il filo rosso che collega questi due casi è la questione dell’immunità di alte cariche dello Stato rispetto alla giurisdizione (penale, nella fattispecie) di altri Stati.
Il problema che si presenta è, in estrema sintesi, il seguente: a che cosa serve l’istituzione (in generale per trattato, come nel caso della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura) di una categoria di “crimini internazionali” su cui ogni membro della comunità internazionale può esercitare la sua giurisdizione (universale, appunto), se poi questa giurisdizione va puntualmente ad infrangersi contro le immunità di funzionari?

Ciò è particolarmente ovvio nel caso Pinochet: da un lato infatti, la tortura era definita dalla relativa convenzione delle Nazioni Unite come un’atto compiuto da un pubblico funzionario nell’esercizio delle sue funzioni, mentre dall’altro l’immunità ratione materiae di cui gode un ex Capo di governo copre precisamente tutti gli atti da esso compiti nell’esercizio delle sue funzioni. Quando il caso finì dinnanzi alla Camera dei Lord, quindi, la scelta era fra vanificare la Convenzione e la norma di diritto penale internazionale (se ci concediamo il lusso di usare con nonchalance una categoria tanto discussa) e l’abbandonare la tesi secolare dell’immunità (ratione personae) degli ex Capi di Stato. Le loro signorie decisero che a cedere dovesse essere necessariamente la seconda, dato che con la ratifica della Convenzione sulla tortura la Repubblica del Cile aveva implicitamente fatto atto di rinunzia all’immunità dei suoi funzionari a riguardo, incluso Pinochet stesso. Il caso non fu mai risolto fino in fondo, tuttavia, per lo stato di saluto del generale, che ebbe il cattivo gusto – dal punto di vista del diritto internazionale – di morire anzitempo.

Il secondo caso, noto come “Caso del mandato di arresto”, era forse ancor più delicato dal punto di vista giuridico, dato che una corte belga aveva emesso un mandato di cattura, per istigazione al genocidio, contro il Ministro degli esteri in carica del Congo che, come tale, godeva della completa immunità. La Corte Internazionale di Giustizia, presso la quale il Congo fece ricorso, confermò tali immunità di ministri degli esteri in carica (e, per inciso, anche di capi di Stato e di governo), ma tracciò una sottile ed interessante distinzione fra immunità e impunità. Nella fattispecie, la corte scrisse che in una serie di ipotesi tali figure possano essere giudicate – l’ipotesi che qui rileva essendo quella in cui abbiano commesso gli atti imputati al di fuori dell’esercizio delle proprie funzioni. Non vale la pena chiedersi se la distinzione abbia un risvolto pratico: innanzitutto, non ci sono ancora stati esempi in cui la distinzione sia emersa chiaramente, e perché il problema è politicamente intrattabile. La questione del mandato d’arresto belga – derivato dalla legislazione di quel paese, che ammetteva esplicitamente la giurisdizione universale – ha peraltro un poscritto: Balzò infatti ancora agli onori delle cronache qualche anno più tardi, quando il medesimo tribunale (evidentemente interventista) tentò di ripetere la cosa con il Premier Israeliano e – dulcis in fundo – col Presidente degli Stati Uniti. Ne seguì un caso diplomatico di tutto rispetto, anche perché giocato all’interno della NATO e sul metaforico (si spera) campo minato del conflitto israelo-palestinese e della guerra in Iraq. In seguito a minacce statunitensi, dunque, la legge belga fu cambiata (richiede ora un qualche nesso sostanziale fra l’atto o l’attore e il Regno del Belgio) ma resta una delle più “progressiste” al mondo.

Permangono dubbi sul fatto che sia una cosa positiva. Il discorso è complesso e soporifero, ma può darsi che questa flessibilità del diritto internazionale non sia poi un male, nella misura in cui una sua eccessiva rigidità rispetto ai rapporti di forza potrebbe arrivare a mettere a repentaglio il sistema stesso delle relazioni internazionali. Per il momento, tuttavia, limitiamoci a constatare che i due casi citati sono classici esempi della dinamica che intercorre fra sviluppi nel diritto internazionale e dure realtà diplomatiche, ma anche e forse soprattutto un notevole segno di istituzionalizzazione e sviluppo del diritto penale internazionale. Insomma: per quanto impietoso sia il sole nel deserto delle relazioni internazionali, qui e lì qualche piantina cresce. E una di queste gracili piantine è la disciplina dei crimina juris gentium o, in un brocardo ancor più colorito, la persecuzione degli hostes humani generis. Va da sé, fra parentesi, che gli Stati Uniti non concordano.

Originariamente pubblicato su: CSI – Comitato di Studi Internazionali da Luca Bolzonello

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