La Russia abbandona South Stream, ma punta sulla Turchia

 

russia-turchia-south-streamIl 1º dicembre, durante una visita di Stato in Turchia, il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato il ritiro definitivo della Russia dal progetto del gasdotto South Stream. La dichiarazione arriva dopo anni d’incertezze e disaccordo che già avevano fatto intravedere il probabile esito della vicenda. L’idea del gasdotto risale al 2007, quando la Gazprom e l’italiana ENI fondarono la South Stream AG. Il progetto prevedeva un impianto che, prendendo origine dalla Russia, attraversasse il mar Nero, evitando le acque territoriali ucraine, e arrivasse in Bulgaria, dove si sarebbe diviso in due rami: uno indirizzato nei Balcani, attraverso l’Ungheria e la Serbia, con la possibilità di raggiungere anche Croazia, Slovenia e Austria; il secondo diretto in Grecia, da dove si sarebbe facilmente potuta raggiungere l’Italia. La costruzione ebbe inizio nel 2012, ma con scarsi progressi: terminato il tratto terrestre in Russia, solo una piccola parte di quello sottomarino è stata espletata. Che cos’è stato a convincere la Russia a rinunciare a un’infrastruttura la cui costruzione era già iniziata, e la cui realizzazione avrebbe ulteriormente accresciuto la sua influenza s’un mercato europeo già altamente dipendente?

Sia Putin sia il presidente del consiglio d’amministrazione della Gazprom Aleksej Miller hanno tenuto a sottolineare l’ostilità al progetto da parte europea. «Crediamo che la posizione della Commissione europea sia stata controproducente. Infatti, non solo la Commissione non ci ha sostenuti, ma, com’è evidente, sono stati creati ostacoli per impedire la realizzazione del progetto. Quindi, se l’Europa non vuole South Stream, South Stream non sarà fatto» sono le parole del 1º dicembre pronunciate da Putin. Che cos’è accaduto, tra il 2007 e il 2014, tale da trasformare l’entusiasmo russo verso il progetto in un addio piuttosto amaro?

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Nel dicembre 2013, la Commissione europea annunciò che alcuni degli accordi bilaterali tra Russia e Paesi interessati dal progetto non rispettavano il Third Energy Package, un insieme di leggi entrate in vigore in Europa nel 2009 coll’obiettivo d’evitare che proprietari e gestori delle risorse energetiche potessero occuparsi anche della loro distribuzione; misura tesa a facilitare la concorrenza. I contratti stipulati tra il 2008 e il 2009 erano quindi irregolari: in particolare, alla Gazprom non era consentito d’assumere il ruolo sia di produttore sia di distributore nell’àmbito della stessa linea. In piú, l’accesso di parti terze al progetto non era garantito, e le rendite di transito erano state stabilite senza la supervisione d’un’autorità regolatrice ufficiale, come previsto dall’Energy Package. La Russia ha fatto del suo meglio per non esser vincolata a queste norme, ma, avendo a che fare con Paesi senza dubbio a esse sottoposti, non ha trovato via d’uscita.

L’Europa non ha voluto che il monopolio «naturale» detenuto dalla Russia diventasse anche finanziario, ma questa non è l’unica ragione che ha portato a un allontanamento tra le parti. Gli eventi che si sono succeduti in Ucraina nel corso dell’ultimo anno e mezzo, e che hanno portato all’imposizione di sanzioni ufficiali nei confronti della Russia, hanno messo l’Europa nella posizione di non poter collaborare piú di tanto, almeno apertamente, con un Paese additato come invasore. Da un punto di vista piú pratico, possiamo pensare a un’Europa che, sforzandosi di realizzare politiche di differenziazione energetica, all’improvviso apre gli occhi e si rende conto di non potersi affidare alla Russia ancor una volta, con la concreta possibilità d’un blocco delle forniture in risposta a nuove sanzioni o a situazioni di tensione.

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I costi vertiginosi e in continua crescita del progetto hanno ugualmente contribuito a convincere la Russia e la Gazprom, la maggiore compagnia coinvolta, a interrompere (o, meglio, «rivedere», come vedremo tra poco) la costruzione del gasdotto. Nel dicembre 2012, i costi della struttura erano stati valutati intorno ai 16 miliardi d’euro, ma nell’ottobre 2014 avevano raggiunto i 23,5, con un aumento del 40%. Le compagnie russe stanno attraversando un momento critico, per diverse ragioni: alcuni importanti finanziatori, come Stroytransgaz e Gazprombank, sono tra i soggetti colpiti dalle sanzioni, sicché non sono piú in grado di fornire sostegno alle compagnie. Compagnie che, anche in assenza di sanzioni, non sarebbero state in gran salute, viste le cifre sbalorditive investite in progetti d’esplorazione nell’Artico o in zone complesse che, il piú delle volte, non hanno portato a risultati soddisfacenti. In uno scenario di questo tipo, la caduta del prezzo del greggio e del gas naturale non è certamente d’aiuto.

La Russia s’è cosí trovata costretta a rivolgersi a progetti di piú facile realizzazione e a partner piú collaborativi. La Turchia è stata identificata come la piú adatta in quest’ottica. Súbito dopo l’annuncio dell’addio al progetto originale, Putin ha dato il benvenuto alla Turchia come coprotagonista del nuovo South Stream, che, sfruttando i tratti precedentemente posizionati in Russia, attraversa il mar Nero e raggiunge direttamente la Turchia, da dove c’è la possibilità che il gas venga successivamente esportato in Europa, seppur in un futuro piú lontano.

Consapevole della propria posizione favorevole, la Turchia ha saputo sfruttare efficacemente il proprio potenziale di «ponte energetico», collaborando sia con la Russia (vedi gasdotto Blue Stream) sia con soggetti che desideravano evitare la superpotenza energetica (vedi Trans-Caspian Gas Pipeline), evidenziando anche in questo contesto la sua famosa dottrina di politica estera «Zero problemi coi vicini».

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I rapporti fra Russia e Turchia sono piuttosto particolari: sempre piú vicine dopo la fine della guerra fredda, con relazioni commerciali e rapporti di natura energetica in crescita, le due hanno opinioni divergenti riguardo a temi internazionali di rilievo. Innanzitutto, la posizione circa Bashar al-Assad in Siria, tanto osteggiato dalla Turchia quanto sostenuto dalla Russia: un punto su cui è improbabile che le parti trovino un accordo. In seconda istanza, la preoccupazione della Turchia circa le sorti dei Tatari di Crimea, una comunità turcòfona che rappresenta il 12% della popolazione della penisola recentemente annessa alla Russia.

Come spesso succede, i due Paesi saranno in grado di superare questi punti di frizione, avendo tutto l’interesse economico a farlo, e dando sostegno a una collaborazione vantaggiosa per entrambi. Con la realizzazione del nuovo South Stream, la Russia avrebbe la possibilità di realizzare il progetto risparmiando denaro, eludendo il passaggio attraverso l’Ucraina, evitando di lasciar inutilizzate le parti di gasdotto già costruite, guadagnando una maggior influenza nell’area mediorientale e mediterranea, e mantenendo la possibilità di commerciare il proprio gas nell’Europa meridionale, anche se in tempi non prossimi. La Turchia, dal canto suo, collaborando attraverso joint venture con la Russia, potrebbe ottenere uno sconto sul gas tra il 6% e il 15%, buone entrate derivanti dalle tariffe di transito, investimenti e nuovi posti di lavoro.

Vantaggi che sarebbero spettati ai Paesi europei coinvolti nel primo progetto, se questo fosse stato portato a termine, come sottolineato da Miller in un’intervista successiva alla dichiarazione circa il cambiamento dei piani. Secondo la South Stream Transport, le compagnie europee hanno perso in maniera diretta 2,5 miliardi d’euro, in seguito alla cancellazione del progetto. La tedesca Europipe avrebbe dovuto fornire il 50% delle tubature per il primo tratto del gasdotto, con un contratto da 500 milioni d’euro: tutto andato in fumo. Anche l’Italia viene colpita direttamente: l’ENI è stata la prima compagnia a stringere un accordo con la Gazprom riguardo allo sviluppo del progetto; a marzo la Saipem, una compagnia sorella dell’ENI, firmò un contratto da 2 miliardi d’euro per la messa in posa d’un tratto del gasdotto.

S’è stimato che la Bulgaria abbia perso piú di 6.000 nuovi posti di lavoro e oltre 3 miliardi d’euro d’investimenti. Gettando benzina sul fuoco, Putin ha dichiarato che, «se la Bulgaria non è in grado di sostenere la propria sovranità come Paese, allora dovrebbe almeno chiedere alla Commissione europea un risarcimento per i mancati guadagni, perché solo le entrate dirette derivanti dalle tariffe di transito le avrebbero garantito non meno di 400 milioni d’euro l’anno. Ma, in fin dei conti, la decisione spetta alla Bulgaria».

La Russia, infatti, sostiene che l’atteggiamento negativo dell’UE nei confronti del gasdotto non corrisponda a quello dei Paesi effettivamente coinvolti nel progetto. In un certo senso, è vero: le autorità ungheresi, partecipanti e grandi sostenitrici di South Stream, lo scorso novembre fecero passare una legge speciale che permetteva l’inizio dei lavori aggirando le restrizioni imposte dall’Europa. Allo stesso modo, altri Paesi firmarono accordi con la Russia in contrasto coi princípi espressi nell’Energy Package. Quest’atteggiamento è da considerare in relazione alla peculiarità dei Paesi coinvolti: Ungheria, Bulgaria e altri Stati balcanici sono cronicamente dipendenti dal gas straniero, in particolare da quello russo, e in assenza d’un’alternativa concreta affidarsi ancor una volta alla superpotenza energetica ma evitando il critico passaggio attraverso l’Ucraina era ed è vista come la scelta migliore.

La conclusione di questa vicenda fornisce un’ulteriore conferma dell’incapacità europea a edificare e portar avanti un’efficace politica energetica comune. Affermando la necessità di differenziare i fornitori e cercando di dare concretezza a questo principio, l’Unione ondeggia da una posizione a un’altra, non facendo altro che evidenziare la propria mancanza d’idee circa la direzione da prendere. Mentre in un primo momento l’Europa diede il proprio supporto al progetto Nabucco, che avrebbe rifornito di gas azero i Balcani e l’Europa centrale, cambiò in seguito idea dando la propria approvazione al Gasdotto Trans-Adriatico (TAP), che avrebbe fornito all’Europa un volume di gas nettamente inferiore rispetto al Nabucco, saltando in toto il passaggio attraverso i Balcani, fortemente bisognosi di nuove fonti d’approvvigionamento — e al momento bloccato, in seguito alle proteste delle comunità dei nostri connazionali non favorevoli al passaggio dell’infrastruttura attraverso i loro territori.

Niente Nabucco, niente TAP, niente South Stream: è come se negli ultimi 15 anni non fosse stato fatto alcun progresso nel campo della politica energetica europea. Una mancanza d’iniziativa che dà un ulteriore colpo a un’UE che pretende di far obbedire gli Stati che vi appartengono, ma che si rivela poi incapace di garantire loro opportunità di crescita, non consentendo loro di sostenere le proprie iniziative dal punto di vista economico.

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