IMU, una scelta sbagliata

 

IMU, una scelta sbagliataPochi giorni fa è giunta la presunta bocciatura dell’IMU da parte delle istituzioni europee, in realtà nessuno voleva mettere in discussione l’inserimento di un’imposta fondiaria, anche sulla prima casa di abitazione, nell’ordinamento ma, piuttosto, indicare le distorsioni create dalla modalità di attuazione di questa nuovo orpello fiscale italiano. L’Unione Europea indica che l’imposta è iniqua, perché non basata su criteri di progressività e perché indirizzata meramente ad un bisogno di cassa a breve, e non ad un più socialmente rilevante criterio di redistribuzione del reddito. A tal proposito, sono state individuate le aree che potrebbero costituire oggetto di intervento: riforma del catasto, introduzione di deduzioni non basate sul reddito e ridefinizione di residenza principale e secondaria.

Subito alcune formazioni politiche hanno preso la palla al balzo per alimentare la più classica delle querelle pre-elettorali con i difensori dell’imposta e, alla fine, del regime tassa e spendi tipico di questo stato. Nessuno, però, ha voluto veramente aprire un ragionamento serio su quali conseguenze abbia portato l’introduzione dell’IMU in Italia, preferendo dividersi tra istanze abolizioniste o mera difesa a spada tratta, utilizzando a sproposito dati di spesa e giudizi esteri sull’istituto.

Scardiniamo ora un pregiudizio: l’IMU è una buona imposta? In via teorica, sì, sicuramente. L’impostazione iniziale dell’IMU, imposta municipale unica, era decisamente rivoluzionaria e di grande utilità sia per i cittadini sia per il fisco. Infatti, il nuovo istituto avrebbe dovuto sostituire in un’unica imposta la vecchia ICI, la TARSU/TIA, e tutte le addizionali esistenti riferite agli immobili portando, così, un netto risparmio sia economico sia in termini di tempo perso per gli adempimenti fiscali per ogni cittadino. Una buona imposta fondiaria, inoltre, è oltremodo utile, visto che permette di spostare il peso del prelievo dal reddito da lavoro (incerto e facilmente eludibile) al reddito immobiliare (certo), permettendo così di sgravare fiscalmente i fattori produttivi di ricchezza e rilanciare il volano dell’economia, esattamente come già fatto in numerosi stati esteri.

Il giudizio positivo, però, si chiude qui. La vera criticità dell’IMU, infatti, è stata la sua introduzione senza alcun correttivo in un sistema già saturo, dove lo stato spogliava di oltre il 43% i redditi privati e dove il Tax Rate sulle aziende era già oltre il 60%. L’introduzione di questa nuova imposta ha contribuito a innalzare di quasi due punti il tasso di prelievo fiscale e ha affossato definitivamente il mercato immobiliare. Si è cancellata ogni convenienza ad investire nel “mattone” se non per la prima casa, facendo riversare migliaia di immobili sul mercato, contribuendo ad abbatterne i prezzi, spesso, al di sotto addirittura dei nuovi valori catastali su cui è calcolata la base imponibile. Un buon risultato? Certo, nel mostrare come certi tecnici lo siano solo sulla carta, attestandone l’incapacità di comprendere le evoluzioni degli scenari e gli impatti delle manovre economiche. Chi aveva bisogno, allora, di tecnici incompetenti quando esisteva già una vasta classe politica che, in passato, anche nella peggior tentazione di abbandonarsi alla vis spoliandi tipica di uno stato centralista, hanno mostrato una capacità di comprensione dello scenario maggiore?

Oggi, all’IMU, si è aggiunta l’IVIE, autentica follia fiscale volta a replicare l’impatto dell’imposta fondiaria anche sulle proprietà estere in barba alla sovranità degli altri stati e al principio di territorialità delle imposte, indicando quale fosse la vera intenzione del governo Monti: un obiettivo di cassa a breve termine e non un progetto reale di rilancio del Paese che avrebbe dovuto vedere nel taglio della spesa, nella rimodulazione del fisco e in un vero piano di privatizzazioni le sue stelle polari.

Per le ragioni qui riportate, nonostante tutto, non è possibile bocciare in toto l’IMU. E’ da rigettare, invece, la modalità di inserimento nel sistema fiscale italiano e la tempistica. Non era opportuna in questo momento, infatti, un’imposta fondiaria di questo tipo, salvo che non fosse stata accompagnata da una vera riduzione della pressione fiscale sui redditi. Il prof. Martino calcolò mesi fa che il gettito complessivo IRPEF e IRES sia pari al 15% del monte fiscale italiano, cioè a circa 147 miliardi di euro. Un taglio del 10% sarebbe stato equivalente alla maggiorazione di gettito fondiario dato dalla nuova IMU sulla vecchia ICI ma i benefici dalla semplificazione fiscale dovuta dalla fusione di ogni imposta fondiaria in una sola e lo sgravio dei redditi da lavoro darebbero a questo gioco a somma zero, a livello di saldi nominali. Un effetto ampiamente positivo dal lato delle aspettative degli operatori e, probabilmente, avrebbe permesso un vero rilancio del sistema Italia.

Peccato che sia solo una mera speculazione fatta sui dati disponibili, più o meno come quella, fallimentare, portata avanti da Monti e dai suoi collaboratori, ispirati solamente un principio ragionieristico di pareggio dei saldi senza seguire, invece, una visione: quella dello sviluppo del Paese.

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