Brexit e diritto di decidere: quella britannica è una democrazia della sostanza

 

brexit_toppGiovedì 23 giugno i britannici voteranno per decidere se il loro paese deve rimanere o meno nell’Unione Europea. La posta in gioco è evidentemente molto alta e un successo del Leave innescherebbe conseguenze importanti sulla tenuta del progetto dell’Unione Europea come l’abbiamo conosciuto fino a questo momento. L’interesse ovvio per il verdetto che uscirà dalle urne della votazione non deve, tuttavia, far passare in secondo piano che anche al di là dell’esito, il fatto che i cittadini di un Paese siano chiamati a decidere sulla permanenza nell’UE è di per sé evento eccezionale e non scontato.

Il voto sul Brexit avviene a un solo anno e mezzo dal voto sull’indipendenza della Scozia e con esso dà il senso del livello di maturità della democrazia anglosassone che non ha paura di confrontarsi con alcuni dei tabù del costituzionalismo continentale come quello della sacralità e dell’indiscutibilità dei confini. Non stupisce che la “democrazia sostanziale” che sta prendendo corpo in Gran Bretagna spaventi chi, dietro a vaghi richiami ai principi della democrazia liberale nasconde in realtà una predilezione per progetti tecnocratici e costruttivisti ed è totalmente allergico al concetto di una legittimazione del potere che emani dal basso. Tra questi il nostro ex-premier Mario Monti che ha rivolto parole infuocate nei confronti di David Cameron, reo d’aver indetto il referendum sul Brexit.

Ora, si può essere d’accordo o meno con la posizione di David Cameron a favore del Remain, ma a lui va riconosciuto il merito d’aver reso possibile lo straordinario esercizio di democrazia che sta avendo luogo in Gran Bretagna. Il referendum su Brexit, così come la recentissima consultazione scozzese, rappresenta un salto di qualità verso una concezione nuova delle istituzioni. Si supera il carattere ineluttabile e definitivo dei vincoli comunitari e si stabilisce il principio che essi devono in ogni momento rispondere al consenso dei cittadini e quindi essere sottoposti a continua verifica. Per usare le parole di Ernest Renan, le appartenenze nazionali e sovranazionali dovrebbero essere soggette a un “plebiscito permanente”.

La semplice affermazione del “diritto d’exit” cambia radicalmente l’assetto di un’unione, indipendentemente dal fatto che sia effettivamente esercitato. Se ogni regione o stato membro può decidere di fuoriuscire, quando lo chiedano i suoi cittadini, evidentemente l’unione sopravvive fin quando è in grado di produrre vantaggi per tutte le parti coinvolte e di conseguenza i rapporti tra i vari territori tendono a svilupparsi in modo sano, senza che sia possibile che si avviino dinamiche di prevaricazione o di dipendenza. Per farla semplice, se la Costituzione Italiana avesse garantito a ogni regione la possibilità di fuoriuscire dall’Italia in qualsiasi momento, non sarebbe stato nemmeno pensabile che delle regioni come la Lombardia o il Veneto fossero sottoposte a decenni di predazione fiscale per sostenere interventi assistenziali a favore delle Regioni del Sud. Il “diritto d’exit”, pertanto, modifica qualitativamente i rapporti istituzionali, passando dalla prevalenza della dimensione verticale – cioè della supremazia del potere centrale – alla prevalenza della dimensione orizzontale – cioè dei rapporti “da pari a pari” tra i vari territori. Di conseguenza anche quando si vota per “restare” all’interno di un’unione, ci si resta comunque da una posizione “non subordinata”.

Perché sia effettivo, tuttavia, il “diritto d’exit” non può essere concesso una volta sola, in quanto le condizioni di qualsiasi unione possono variare nel tempo e un assetto che può essere considerato accettabile in un certo momento può diventare penalizzante in seguito al mutare delle condizioni politiche o degli equilibri interni. Malgrado la comprensibile tendenza a drammatizzare il referendum presentandolo come “once in a lifetime opportunity”, la verità è che una volta che al popolo è consentito il “diritto di decidere” è poi difficile non concederglielo quando lo richieda nuovamente. In Québec, del resto, si è già votato per l’indipendenza due volte, nel 1980 e nel 1995, e in Scozia, già pochi mesi dopo il referendum del 2014, si è già cominciato a parlare di una seconda consultazione, che sarà chiesta quasi sicuramente dal governo scozzese, se al referendum sul Brexit vincesse il Leave. Se anche il Remain dovesse prevalere quindi, specie se di stretta misura, la sensazione è che il governo britannico dovrebbe continuare nel tempo a giustificare ai propri cittadini le ragioni della permanenza nell’UE e non potrebbe esimersi dal concedere una nuova consultazione, qualora emergesse una forte pressione in tal senso.

Una riflessione generale è che in Europa, a fronte di differenze sempre minori tra le politiche concrete di destra e di sinistra, per lo meno una volta che si è occupato il governo, è proprio attorno alla dimensione centralizzazione-decentralizzazione che nei prossimi anni potrebbe articolarsi il bipolarismo politico più rilevante. Già oggi in fondo, in Occidente, la dimensione degli Stati è sovente un predittore migliore tanto del livello di libertà economica quando del livello di prosperità di quanto non lo sia il colore dei governi che hanno guidato questo o quel paese negli ultimi 10 o 15 anni. Per questo in futuro il voto più importante per i cittadini potrebbe riguardare proprio le scelte sui processi di federazione o di secessione, mentre il voto elettorale potrebbe divenire relativamente meno importante.

Grazie, in definitiva, a David Cameron per aver sostenuto questo tipo di consultazione e per non aver cercato, al contrario degli europeisti nostrani, facili vittorie a tavolino. Cameron ha negoziato un nuovo più avanzato accordo all’interno dell’Unione Europea e poi ha accettato di sottoporlo ai cittadini perché fosse accolto o respinto. In altre parole, non ha ritenuto sufficiente che la decisione di restare nell’UE fosse affidata all’“illuminata lungimiranza” di qualche burocrate e politico di professione. Ha ritenuto al contrario che le ragioni del Remain dovessero essere argomentate di fronte alla nazione. E grazie a chi sulla sponda opposta, Boris Johnson in primis, ha portato avanti una campagna alta per argomentare le ragioni liberali del Leave e di un Regno Unito indipendente aperto e globalizzato.

Di fronte alla lezione di democrazia che viene dal sistema britannico, c’è solo da sperare che il vile e tremendo assassinio di Jo Cox non alteri una battaglia delle urne che merita d’essere combattuta sul terreno delle idee e non su quello delle emozioni.

Buon voto ai sudditi di Sua Maestà.

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