Federico Buffa, molto piú d’un giornalista

 

10474781_672968299419072_1736706747_oEra dai tempi di Gianni Brera e Beppe Viola che non nasceva un commentatore sportivo cosí. Stiamo parlando di Federico Buffa, nato a Milano nel 1959. Studia Sociologia alla Summer Session dell’UCLA nel 1978, dove — racconterà ai microfoni di Radio Capital — non sarà proprio uno studente provetto. Passò quell’estate a guardare Chamberlain ormai quarantenne nei campi della California. Molto divertente è la storia di quando il suo compagno di stanza taiwanese cercò d’ucciderlo durante quell’estate. Oppure: nel pieno della notte, in un motel, il nostro Buffa stava dormendo, quando un uomo molto grosso sfondò la porta, ubriaco, indicando l’avvocato come sua prossima vittima sessuale. Dietro quest’omone c’era il ragazzo della reception, che in inglese col labiale riuscí a far capire all’avvocato «I call the cops», «Chiamo la polizia». Approda alla telecronaca dell’Olimpia Milano nel 1984, laureandosi anche in Giurisprudenza, carica che gli varrà il soprannome d’«Avvocato» dagli affezionati di pallacanestro.

Federico Buffa è un vero mistero, da annoverare tra coloro considerati pensatori globali. Persone capaci d’estrapolare da qualsiasi situazione particolare un messaggio universale. Rappresenta al meglio ciò che Ezra Vogel chiamava la cultura globale dello sport. Lo sport come conduttore d’adrenalina. Lo sport come spirito di squadra, in cui ognuno ha una funzione in quest’organismo. E lo sport anche come simulazione di guerra, con buona pace dei «politicamente corretti». Una società senza una valvola di sfogo anche nella violenza avrà sempre i nervi a fior di pelle, pronta a esplodere. Era una premessa dovuta, in un periodo in cui lo sport è solo banane e ultrà.

Ma persone come Buffa lo rendono qualcosa di piú. Come direbbe Mourinho, «chi sa solo di calcio non sa niente di calcio». Intendendo dire che, se qualcuno pensa di vincere guardando allo sport solo come uno sforzo fisico, ha già perso. I grandi dello sport vedevano schemi che gli altri non immaginavano neanche esistere. Riuscivano a immaginare forme geometriche tra gli spazi che diventavano scorciatoie verso la vittoria. Le stesse forme naturali si ripropongono nei movimenti coordinati degli sport. La stessa foga delle battaglie la rivedi nelle finali, almeno quelle d’una volta.

E, come le battaglie dell’antichità avevano bisogno di cantori, anche lo sport ne ha bisogno. Brera era lirico; ogni movimento di gambe di Rivera era una sciabolata nel vento. Viola era epico; sembrava leggesse bollettini di guerra alla fine della partita, con cadute nel comico pazzesche. Come quando ci fu un derby Milan–Inter finito zero a zero. Una partita noiosa come poche. Viola pensò bene di mandare alla Domenica Sportiva il derby dell’anno prima; nessuno se n’accorse.

Ascoltare Buffa raccontare di sport è un’esperienza di «realtà aumentata». Nessuno è piú adatto di lui a rappresentare la frase di De Gregori dedicata a Marco Pannella nella canzone «Il signor Hood»: «Con due pistole caricate a salve e un canestro pieno di parole». Dal 1994 al 2013, ha cresciuto generazioni cestiste commentando l’NBA. Vogliamo proporvi un estratto d’alcune frasi-perle dalle sue telecronache, affiancandogli storie rigorosamente dell’NBA tratte dal suo libro Black Jesus.

Buffa è un grande appassionato della cultura americana. E quella che a lui sembra una linea conduttrice di tutto lo spirito americano è l’esagerazione. L’importante è esagerare, cantava Enzo Jannacci, che scrisse proprio la sua canzone piú sportiva col sopraccitato Viola, la stupenda «Quelli che…». Come per l’antico Impero romano, lo spirito megalomane s’impone sul popolo americano nell’architettura, nell’arte e nello sport. E nell’NBA la megalomania si respira nell’aria.

Partiamo con Shaquille O’Neal. Shaq ha ritirato tutti i marchi di Superman dal mercato, è convinto d’esserlo, e da piccolo provò anche a imitarlo saltando dalla finestra e giocandosi cosí un anno di campionato giovanile. S’è comprato un velivolo della prima guerra mondiale riadattato a irrigatore un giorno prima della finale perché non aveva nulla da fare. Nel bagagliaio ha un acquario con dei pesci tropicali.

Se apriamo invece il fascicolo Dennis Rodman — avete presente l’uomo dai capelli arcobaleno? Quello che li cambiava a ogni stagione. Ecco: Dennis «The Worm» Rodman, cinque volte campione NBA. Ha sposato sé stesso vestito da donna alla presentazione d’un suo libro. Il nonno ha avuto novantanove figli, come il re Priamo. Dovete capire il personaggio, l’unico americano a essere stato accettato in Corea del Nord, cosicché ora, quand’Obama vuol interloquire col presidente nordcoreano, deve chiamare Dennis per riceverlo.

Ma oggi abbiamo il suo erede, che gioca negli Heat: Chris Andersen, l’uomo dal corpo arcobaleno. Soprannominato «Birdman», e allontanato dai campi per due anni per uso di stupefacenti — non a caso Flavio Tranquillo in piena telecronaca in una delle sue grandi prestazioni puoi sentirlo urlare «Birdman è in acido!» —, quando lo chiamarono per giocare nell’NBA, accettò, ovviamente, ma disse che non poteva recarsi per la preparazione atletica in estate perché lui va a caccia d’alci in quel periodo.

Se vogliamo invece pescare a caso dalla storia NBA, si trovano belle storie. Come per Hakeem Olajuwon, unico giocatore africano musulmano a fare davvero la differenza nella lega. Certo, sfrutta i due anni in cui Sua Maestà Jordan s’è assentata per darsi al baseball, ma in quei due anni vincerà MVP, campionato e miglior difensore tutto in una stagione, mettendo un record. Nel 1995 viene eletto miglior giocatore del mese NBA; il particolare è che era il mese del ramadan, quindi lui era stato a digiuno per tutto il mese. A Houston c’è una statua che lo raffigura, ma credo che gli americani non sappiano che per i musulmani la rappresentazione umana è peccato.

Siamo arrivati alla sezione «animali feroci». In natura ci sono animali, come la tigre, che uccidono anche solo per divertimento; Kobe Bryant è mosso dallo stesso istinto. Cosí, quando ci fu da licenziare la sorella maggiore in malo modo, non si fece scrupoli — proprio come, in gara sette contro Boston giocando solo lui, Buffa & Tranquillo non poterono che titolare quel terzo quarto «No mercy», «Nessuna pietà». È soprannominato non a caso «Black Mamba», il serpente piú velenoso in natura. Lo spietato non si farà scrupoli a denunciare anche la madre quando, per comprarsi una casa, vende i suoi titoli giovanili di pallacanestro. Il padre, giustamente, per scappare da questa gabbia di matti, è andato ad allenare il Bangkok.

«La Cina non era pronta agli Smith», dice l’Avvocato Buffa di J. R. Smith e di sua sorella. Perché? Ebbene, Smith è andato a giocare per qualche mese in Cina nel loro campionato. Per quanto sia molto meno duro, non si sa perché, J. R. va per terra s’un contatto duro con tanto di fallo. La sorellina, come una vaiassa nostrana, inizia a sbraitare, finché una gentile signora dietro la picchietta per chiederle di sedersi in silenzio. In pratica, un rifacimento di Rocky IV, con la signorina Smith e una signora cinese al posto d’Ivan Drago e Rocky. Borsettata, destro, borsettata, destro. A questo punto, J. R. Smith, in stile Artest in finale coi Pacers, si butta tra la mischia, e tutto torna nei ranghi. Fuori dallo stadio, ha continuato da sola contro dieci. Che dire, come si fa a non amarla?

Ma abbiamo anche aneddoti che sfiorano il ridicolo. Pasco, giocatore di Kansas State che, in un finale di partita a tre secondi dal termine in vantaggio, ha pensato bene di mettersi il pallone sottobraccio e correre per il campo con un dito alzato come se fosse il touch-down del Super Bowl. Ecco, gli arbitri fischiano passi. Rimessa per gli avversari, tiro della speranza all’ultimo secondo, canestro. Pasco ha smesso di parlare da quel giorno.

Una squadra a volte non è composta solo dalle grandi stelle che calcano il parchè. C’è il famoso «sesto uomo» in campo, rappresentato dall’atmosfera d’un pubblico caloroso. E alcune squadre sono state ricordate anche solo per il clima che facevano respirare. Qualcosa d’irripetibile come Seattle negli anni Novanta, la città smeraldo. «Kurt e Eddy, la coffee culture e 206, il prefisso che i giocatori d’allora si facevano tatuare sul petto.» Una pennellata e riesce a farti riassaporare il clima grunge d’allora, con le antilopi dalle canotte verdi che scorrazzavano e dal gusto un po’ australiano nei campetti con le retine di ferro.

Designed by Daniele Bertoli. Developed by Pixelperfect