Marco Pannella secondo i comunisti

di Gian Pietro Simonetti

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Auguri-a-Marco-Pannella-gli-80-anni-del-corsaro-radicale_galleryzoomMarco Pannella ci ha costretti, per molto tempo, alla doppiezza di Nicodemo: detestarlo di giorno, in pubblico, scansarlo come si fa con uno che ti porta sulla cattiva strada, e poi venerarlo di notte, quando l’occhio non vede e puoi onorare quella libertà così pura, indemoniata ed eretica. Aveva quasi sempre ragione, ma noi giovani comunisti degli anni Ottanta non potevamo riconoscergliela, perché avremmo oltrepassato la nostra linea di frontiera ideologica finendo in mare aperto, dove la coerenza è mutevole e il pensiero è una sostanza molle che inevitabilmente oscilla e traballa. Non è facile capire le remore e le riserve, il clima che le generava, il fastidio quasi fisico per quel mix fumogeno di capelli candidi e voce chioccia. Per comprendere quel muro, forse può esserci d’aiuto un sonetto scritto da Maurizio Ferrara, storico dirigente del PCI e padre del sulfureo Giulianone, in cui si racconta lo stupore di un compagno comunista di fronte alla festa radicale in Piazza Navona per la vittoria nel referendum sul divorzio:

Come se seppe ch’era ’na vittoria
tutta Piazza Navona strillò evviva
mentre sur parco un fregno ciassaliva
volènnose pijà tutta la gloria.

Sotto a lui pe’ gonfiàsselo de boria
’na manica de gente assai lasciva,
finocchi e vacche ignude alla Godiva
a strillà «Solo noi famo la storia».

Poi arrivò un professore de la CIA,
inzurtò er papa e quelli, mezzi sbronzi,
strillorno in coro: «Tutti a Porta Pia!».

Ar vedélli smanià come li bonzi
Sor Paolo ciancicò: «Bell’allegria,
ce tocca vince pure pe’ ’sti stronzi».

Pannella, anche per noi giovani del PCI, era esattamente questo: uno stronzo ma spumeggiante, seducente e femmineo, freschissimo e commestibile. In fondo, se Pasolini — icona d’ogni adolescente comunista di quegli anni — lo adorava e aveva affidato a un Congresso del Partito Radicale il proprio testamento politico, che non ebbe modo di leggere perché assassinato qualche giorno prima, un deposito di verità in Pannella doveva per forza esserci. Mio padre, socialista d’antico pelo, diceva che Pannella era un pazzo, e accompagnava la definizione con una smorfia di cordialissimo distacco, come se il leader radicale fosse un discolo necessario alla società, alla politica e alla sinistra. Ed è per tutto questo che, alla fine, quel liberalismo folle era più vicino alle nostre corde di quanto credessimo, più familiare della lontananza da Pannella che rivendicavamo più come barriera protettiva che come autonomia politica e culturale.

Pannella possedeva il dono concesso ai visionari: avere ragione in anticipo. E quest’albeggiare permanente di posizioni politiche che maturavano in una società irrimediabilmente acerba ci costringeva a un’infinita e sfinente rincorsa. Ci precedette di molto e di troppo sui diritti civili, ci spaccò sulla legalizzazione della droga, ci frustò per tempo sulle gogne mediatiche e giudiziarie, sull’ambientalismo, sulla «strage del diritto», sulla dignità del carcere, sui tentacoli degenerati di una partitocrazia che senza Pannella sarebbe rimasta senza descrizione e senza divulgazione (al massimo confinata nei preziosi scritti del grande e dimenticato politologo Giuseppe Maranini). Nei primi anni Novanta ebbi modo d’ascoltare Pannella a Montecchio, in Emilia, in occasione del festival di Cuore, indimenticabile foglio verde di satira e resistenza umana. Giocava in trasferta, tra comunisti inossidabili e nuove leve seppellite dal Muro ma ancora incarognite dalla presunzione, in uno spazio in cui la sua amicizia personale e politica con Bettino Craxi era ritenuta degna di qualsiasi sospetto e delle più scontrose ripulse. Pannella — l’unico liberale cui era concesso il diritto ieratico di chiamarci «compagni» — esordì travolgendo tutto: «Compagni, noi froci, noi mignotte, noi travestiti, noi diversi, noi liberali, noi comunisti». La platea esplose. Aveva capito che il vecchio santone d’Abruzzo era, ancor una volta, capace di trovare il linguaggio dell’orgoglio perdente delle minoranze, di quei pezzi di società che diventano adorabili ma solo nella sconfitta.

La grandezza di Pannella è stata aver dato al pensiero minoritario uno statuto di dignità e alla sconfitta il sapore di una grande esperienza da rivendicare e mettere a frutto, senza sentirsi dei senza-potere marginali e sfigati. Ogni volta che s’imbarcava in una nuova crociata laica e laida, avevi la sensazione che senza seguirlo col fiatone avresti perso un appuntamento importante e senza rispondere al suo appello saresti stato complice di qualcuno che ti voleva sottrarre cose uniche e preziose: un’opportunità di vita, un pezzo di libertà, uno slancio vitale e immaginifico come la sua idea furiosa e accesa di giustizia. Per chi è uscito dal recinto della sinistra ideologica senza scadere nel «post» ma sentendosi orgogliosamente «ex», Pannella è stato un appiglio importante, la prova provata che solo gli imbecilli non cambiano mai idea e che la passione ideale può trovare mille sponde e mille veicoli senza corrodere e corrompere la propria natura e le proprie ragioni. Marco Pannella se n’è andato di nuovo e per sempre. Ma a modo suo, sbattendo la porta e mandandoci tutti cordialmente a quel paese. Per l’ennesima volta.

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