Le imprese ostaggio del fisco

 

fisco impreseFare impresa in Italia oggi è sempre più difficile. Le piccole e medie imprese chiudono gli esercizi con un fatturato che non soddisfa in rapporto agli sforzi profusi nel corso dell’anno, con numeri che non ne vogliono sapere di riprendere le connotazioni non certo di vent’anni fa, ma almeno del periodo pre-crisi; e ciò – va detto – nonostante alcuni piccoli aumenti che non è stato più possibile ignorare, ma che forse sui beni di consumo più tradizionali del mercato hanno verosimilmente avuto un’ influenza negativa.

Il lavoro ormai si manifesta in forma altalenante: si succedono mesi con una discreta attività ad altri in cui le vendite rallentano in maniera anche vistosa. Le “regole” che, nel bene e nel male, hanno scandito in passato i tempi e i modi dell’ordinaria operatività spesso risultano del tutto disattese, causando una serie di incertezze che ostacolano significativamente possibili programmazioni e pianificazioni di azioni volte al miglioramento aziendale. E per il medesimo motivo anche piccoli investimenti vengono procrastinati a tempi non meglio precisati cercando di ottimizzare nel mentre le poche risorse a disposizione. Ma tutto ciò non significa fare impresa: fare impresa vuol dire lavorare per migliorarsi e crescere.

Purtroppo gli ultimi esercizi hanno costretto la stragrande maggioranza delle PMI italiane a cercare il modo più dignitoso per sopravvivere facendo affidamento solo sulle risorse interne, lottando anche contro chi dovrebbe almeno cercare di non mettere bastoni fra le ruote e chiedendo sacrifici ai propri collaboratori. Ma quando poi il board aziendale guarda ai risultati, nonostante la buona volontà, trova poco per cui sorridere. Quando va bene rimane la magra soddisfazione di aver limitato il passivo e, punto d’orgoglio, se lo si è fatto senza aver richiesto alcun sussidio in materia di ammortizzatori sociali e magari anche a fronte di un leggero calo del fatturato. Qualcuno si può persino spingere a dire che avrebbe potuto chiudere l’esercizio con un piccolo utile se avesse proseguito lungo la linea del rigore assoluto come in molti sono stati costretti a fare in passato. Tuttavia, ciò avrebbe paradossalmente rappresentato un rischio, perché in determinati frangenti serve qualche elemento di discontinuità in grado di rompere schemi tradizionali e consolidati, e di provare almeno a dare una sferzata di innovazione e rinnovamento che possa giovare alla vita dell’azienda.

In un’analisi a tutto tondo emerge comunque il peso del carico fiscale a cui il sistema produttivo italiano è sottoposto: il disavanzo di bilancio in molte circostanze è dovuto all’introduzione della nuova tassazione IMU, benché ovviamente concorrano come sempre le riprese fiscali dell’IRES sugli importi ritenuti non deducibili (ma che generano comunque lavoro) e l’iniqua IRAP che impone un aggravio a prescindere dal risultato di esercizio. E in moltissimi casi si tratta di importi per cui le aziende si ritrovano a dover richiedere dei finanziamenti per ottemperare alle rispettive scadenze. Nel contempo vale la pena di ribadire il concetto che alla fine dette somme, quando generano perdite di esercizio, vanno ad erodere le riserve aziendali, cioè la patrimonializzazione che tanto i cari istituti bancari mettono al primo posto fra le condizioni che consentono di godere di un buon rating e di avere quindi un accesso al credito facilitato e ad un prezzo più conveniente. Per contro, invece, la legge della competitività richiederebbe che questo genere di utilizzi fosse per lo meno finalizzato alla crescita e allo sviluppo dell’attività.

La fiscalità italiana, così come attualmente concepita, è quindi quell’elemento di distorsione che impedisce alle aziende di interpretare al meglio il loro ruolo nel sistema produttivo: qualsivoglia iniziativa volta al rinnovamento è comunque ostaggio di pastoie burocratiche nella migliore delle ipotesi, quando poi letteralmente sconsigliata perché il rischio di trovarsi con più debiti nel breve periodo è più forte delle potenzialità di generare nuovi utili. E’ importante, infatti, contrarre debiti a lungo termine perché ciò significa aver investito in innovazione, ricerca, sviluppo, ecc … mentre trovarsi con debiti originati da legislazioni cieche, vetuste e di stampo conservativo che portano a ritenere che rinunciare ad un solo centesimo possa essere un male incurabile o l’anticamera del default, è la triste realtà che rischia di spazzare via una generazione di imprenditori, lo spirito e le competenze del nostro straordinario “made in Italy” e – non ultimo – un tessuto industriale e produttivo che potrebbe non essere più ricostruito.

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