Dopo Charlie: serve un approccio razionale all’immigrazione

 

53116640MDL062_LampedusaSarebbe sbagliato che la politica europea reagisse in fretta e furia alla tragica vicenda di Charlie Hebdo coll’unico obiettivo di mostrare alla gente di star facendo qualcosa. Non servono atti politici eclatanti che riempiano per qualche giorno le pagine dei giornali, e comunque l’emozione non è mai buona consigliera, tantomeno quando si tratta di produrre legislazione. Non è giusta né utile una colpevolizzazione collettiva degl’immigrati, né hanno senso chiamate alle armi contro l’Islam. In virtú non solo dei rapporti politici ed economici che intratteniamo con tanti Paesi di cultura musulmana, ma anche dei milioni di musulmani presenti sul territorio europeo che non possiamo certo permetterci d’alienare e radicalizzare.

Mantenere il necessario sangue freddo in questa delicata situazione non significa, tuttavia, negare che esistano questioni strutturali legate a una cattiva gestione delle politiche migratorie in Europa che devono esser affrontate. Il modello d’immigrazione cosí com’è stato concepito nella maggior parte degli Stati europei non appare in grado di produrre nel lungo termine una crescita sana della società, anzi finisce per produrre tensioni sociali e culturali.

Tantomeno è sensato pensare di poter «rilassare» le politiche in termini d’immigrazione e di cittadinanza. Il fatto è che per molti la cittadinanza dev’esser solo questione di tempo trascorso in un certo Paese, se non addirittura semplicemente di nascita all’interno di certi confini. «Chi nasce in Italia è italiano» è un’affermazione che càpita di sentire spesso. In realtà, la storia di molti Paesi con la cittadinanza «facile» — la Francia tra questi — ci mostra come l’aver vissuto per molti anni o anche l’esser nato e cresciuto in un certo Paese non sia un elemento sufficiente per far parte a tutti gli effetti del suo tessuto nazionale e sociale. Di piú, non di rado la «seconda generazione» è persino piú «problematica» della prima. Nei fatti, nella maggior parte dei casi, l’immigrazione di «prima generazione» è legata allo svolgimento d’un lavoro, e questo forza un determinato livello d’integrazione. La seconda generazione, invece, spesso combina cittadinanza (e quindi diritto incondizionato di residenza e accesso al welfare) e disoccupazione, e questa miscela produce un distacco dalla società mainstream e la creazione d’enclave culturali che rappresentano terreno fertile non solo per la criminalità comune, ma anche per estremismi ideologici. Il nostro modello di convivenza civile può sopravvivere solo se — al di là delle alternanze politiche — determinati valori di fondo sono largamente condivisi all’interno della società. Se finiscono per formarsi sostanziose minoranze che non riconoscono il patto civile su cui si basa la nostra convivenza comunitaria, allora determinati diritti e libertà — che siamo abituati a dare per acquisiti — potrebbero essere rimessi in discussione.

L’Italia, per varie ragioni storiche, ha a lungo conosciuto meno immigrazione d’altri Paesi. Questo ci pone, per certi versi, nella posizione privilegiata di chi può permettersi d’imparare qualcosa dalle esperienze altrui e in particolare dal fallimento del «multiculturalismo». È necessario impostare un intervento complessivo e di largo respiro sulle politiche migratorie. La via maestra è un approccio che concili il rispetto per gli stranieri che lavorano regolarmente e onestamente nel nostro Paese con regole stringenti per entrare e per rimanere all’interno dei confini nazionali. Tra i modelli piú interessanti ci sono la Svizzera e l’Australia, due Paesi, incidentalmente molto liberali, che hanno dimostrato di saper declinare meglio degli altri i problemi relativi all’immigrazione e alla convivenza tra autoctoni e nuovi arrivati. Si tratta d’implementare gli opportuni «filtri» in grado di selezionare un’«immigrazione di qualità». Una buona immigrazione è quella che risponde alle esigenze del mercato del lavoro e che porta dentro persone con valide capacità professionali e culturalmente compatibili col Paese ospitante.

Una riforma «svizzera» o «australiana» dell’immigrazione non sarebbe, naturalmente, una panacea. Non azzererebbe la criminalità, né eviterebbe che qualcuno possa «dare di matto». Certo darebbe subito un segnale di serietà e risolutezza. Al contempo, però, avrebbe bisogno di qualche anno per produrre pienamente i propri effetti. La necessità di tempo, tuttavia, non deve spaventarci. È vero che in Italia siamo abituati ad affrontare i problemi solo in modo reattivo ed emergenziale, ma i provvedimenti estemporanei che la politica ama dare in pasto all’opinione pubblica raramente sortiscono effetti che non siano puramente placebo. Quel che serve è il coraggio d’impostare delle scelte in tema d’immigrazione il cui obiettivo sia di rispondere non al breve orizzonte temporale della politica, bensí all’aspettativa che abbiamo per il Paese in cui intendiamo vivere tra 10, 20 o 30 anni. Vedremo se i nostri governanti avranno il coraggio d’intraprendere un percorso di questo tipo.

 

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