CEC-PAC addio, qualcuno ne sentirà la mancanza?

 

1418892891_CECmedium_110204-171536_to270410pol_0012Quando si profila un’innovazione tecnologica, inizia spesso la competizione sugli standard. Fu cosí negli anni Ottanta coi sistemi di videoregistrazione Betamax e VHS. Fu cosí negli anni Novanta coi supporti digitali musicali DAT, Minidisc e CD. Fu cosí a inizio secolo con gli standard video digitali HD DVD e Blu-ray. È cosí, oggi, coi formati di posta elettronica certificata; almeno cosí sembra. Perché «cosí sembra»? Perché parliamo della progressiva dismissione del sistema CEC-PAC (Comunicazione Elettronica Certificata tra la Pubblica Amministrazione e il Cittadino), quella che l’ideatore Renato Brunetta, ministro nell’ultimo governo Berlusconi, aveva definito «la migliore riforma italiana dal dopoguerra a oggi». Il grande problema, però, è che sarebbe interessante sapere quanti sapessero che cosa fosse questa CEC-PAC e quanti ne avessero veramente necessità.

Sicuramente chiunque legga queste righe sa che cosa sia la PEC (Posta Elettronica Certificata), anche solo per l’obbligo di legge per ogn’impresa e ogni professionista d’avere una casella di posta certificata; ma probabilmente ignorava o s’era scordato della «sorellina minore», creata dal governo perché ogni persona potesse avere una casella elettronica certificata gratuitamente, anche se utile solo per «dialogare» con la Pubblica Amministrazione e senz’alcun’utilità per le comunicazioni fra privati.

In effetti, a che cosa serve una casella di posta per dialogare esclusivamente con la PA? Solo questa domanda varrebbe come spiegazione al fallimento della proposta, ma ci sono punti ulteriori di cui tenere conto.

La PEC stessa s’è affermata solo per l’obbligo di legge che aziende e lavoratori autonomi hanno subíto per spingere alla sua apertura; l’uso è scarno e, di fatto, inutile se il ricevente non ha un indirizzo certificato. Il problema della CEC-PAC è che gl’italiani se ne sono completamente disinteressati, e non hanno nemmeno considerato l’idea d’aprire una certificata, se non nell’esorbitante cifra dello 0,26% della cittadinanza; e che pure la modalità d’accesso al servizio è piuttosto complicata, inserendo i dati sul portale dedicato e, poi, dovendo passare presso gli sportelli di Poste Italiane per validare la casella — cosa che credo abbia scoraggiato la maggior parte dei possibili utenti, conoscendo l’efficienza e velocità delle Poste.

A parte questo primo ragionamento, altri punti avrebbero potuto far presagire il fallimento dello strumento già in fase di progettazione:

– la CEC-PAC non esiste in nessun’altra parte del mondo;

– la CEC-PAC impone, in aperta violazione della libertà di domicilio, d’eleggere un domicilio informatico obbligatorio presso Poste Italiane SpA o Telecom, regalando, di fatto, a questi soggetti privati fino a 500 mega di proprie informazioni personali relative al rapporto con tutte le pubbliche amministrazioni;

– la CEC-PAC non è utilizzabile per la gestione di nessuna relazione d’affari o, comunque, a rilevanza giuridica, al di fuori del rapporto con la PA, e in piú creerebbe un indirizzo e-mail da controllare oltre a quelli già in uso;

– la CEC-PAC avrebbe consegnato a Poste Italiane il monopolio della corrispondenza tra cittadini e PA, nonostante sia prossima (?) la liberalizzazione dei servizi postali, creando un vantaggio competitivo ulteriore all’azienda di Stato.

Ora l’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) ha annunciato l’avvio della procedura per la dismissione della CEC-PAC. Osservando i numeri relativi alle attivazioni, si potrebbe indicare come «la piú grande rivoluzione culturale mai prodotta in questo Paese» abbia rappresentato, in realtà, uno dei piú grandi buchi nell’acqua sin qui realizzati, credendo di poter «digitalizzare» il Paese per decreto.

In piú di quattro anni, infatti, solo due milioni di cittadini italiani hanno richiesto l’assegnazione d’un indirizzo di CEC-PAC, solo poco piú della metà ha poi effettivamente attivato tale indirizzo, e appena un quinto di questi l’ha effettivamente usato per trasmettere piú d’una comunicazione. Diciamo che questa grande innovazione ha incontrato un marginalissimo consenso di meno di 200.000 cittadini, sempre ammesso che le comunicazioni che risultano trasmesse attraverso la CEC-PAC non siano quelle meramente inviate per provare il servizio.

La cosa peggiore, però, è che l’AgID non comunichi l’ammontare della cifra spesa per creare, implementare e gestire il progetto, ma si limiti a segnalare che, per la chiusura del servizio, si risparmieranno 19 milioni d’euro; un numero che parla da solo, insieme a quello dei 50 milioni elargiti a Poste Italiane e Telecom per la gestione del servizio. Credo sia inutile sottolineare che questi sono frutto delle imposte che ognuno di noi paga, e che, nonostante ammontino in totale allo 0,01% del gettito, rappresentano solo una parte degli sprechi che ci costano la pressione fiscale reale piú elevata di tutta l’OCSE.

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