Licenze, permessi, albi: cartastraccia che blocca la libertà

 

bureaucracy_by_itsk-d34auc8_«Quando vedrete che per poter produrre avete bisogno d’un permesso da parte d’uomini che non producono […] e che le leggi non vi proteggono contro di essi, ma proteggono loro contro di voi […], allora capirete che la vostra società è condannata.» La sibillina frase, che Ayn Rand fa pronunciare a Francisco d’Anconia nel suo Atlas Shrugged, descrive abilmente buona parte della realtà economica che ci circonda.

Chiunque abbia provato ad avviare un’attività in Italia è conscio delle asperità burocratiche cui si va incontro. Allo stesso modo, chiunque abbia provato a cercare un lavoro è consapevole che senza una qualsivoglia certificazione d’una qualsivoglia capacità è difficile trovare un’occupazione. Licenze, permessi, albi fungono da ostacolo nei confronti di chi ha la volontà di produrre. Oggi, gran parte delle occupazioni può essere ricoperta solo in presenza d’una licenza, d’una certificazione, del permesso d’un burocrate o dell’iscrizione a un albo. In molti casi, il prezzo da pagare per ottenere tutti questi requisiti d’accesso è elevato e finisce col fiaccare la voglia di lavorare di tante persone.

L’esempio di Steve Jobs è forse troppo banale, e sicuramente ritrito. Ma Apple resta l’emblema di che cosa possa accadere se si lascia libera la creatività delle persone. Se non la s’intrappola all’interno dei laccioli dei permessi burocratici e si permette alla genialità d’agire. Anche nel garage d’una casa di periferia.

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Ma chi ci rimette maggiormente, da questo sistema? Escludere alcuni soggetti dall’esercizio d’una certa attività danneggia anzitutto le persone piú povere, perché si ritrovano a pagare prezzi piú elevati. Richiedere, infatti, una licenza per un’attività riduce il numero di fornitori d’un bene o d’un servizio dal mercato, riducendo gli spazi di concorrenza e portando alla formazione d’un prezzo piú elevato. In altre parole, le licenze fungono da strumento per la creazione d’una sorta di cartello, in cui i possessori del titolo possono permettersi di chiedere prezzi piú alti di quelli di mercato senza il timore di perdere la propria clientela. È la situazione che vede coinvolti i tassisti. Le licenze hanno un prezzo cosí alto (anche decine di migliaia d’euro) perché rappresentano il lasciapassare per entrare nel cartello.

Tra l’altro, non c’è alcuna garanzia che quest’innalzamento dei prezzi sia controbilanciato dalla disponibilità di beni e servizi di maggiore qualità. I motivi sono svariati. Vuoi perché, per mancanza d’un numero sufficiente di professionisti o per un costo troppo elevato, molte persone potrebbero optare per il fai da te. Vuoi perché la scarsità di soggetti autorizzati potrebbe oberare di lavoro i pochi presenti, facendone decadere la qualità nel lungo periodo. Vuoi perché, a causa dei prezzi troppo elevati, le persone potrebbero diminuire il numero di volte in cui usufruiscono di quel servizio. O vuoi perché, piú banalmente, i criteri per ottenere la licenza, il permesso o l’iscrizione all’albo potrebbero non essere dettati da ragioni qualitative. In fondo, quanti medici, giornalisti o avvocati pessimi abbiamo incontrato nella nostra vita? Eppure sono tutti soggetti con licenza di produrre (e di farsi pagare a caro prezzo).

Ma la ragione che piú incide sulla creazione d’un sistema scarsamente qualitativo è la mancanza di concorrenza. Il consumatore è un essere spietato e, se non riceve ciò che desidera, tende a rivolgersi ad altri. Questa pressione da parte dei consumatori fa sí che i fornitori d’un bene o d’un servizio debbano migliorarsi in continuazione. Ridurre il numero dei concorrenti significa ridurre le possibilità del consumatore di «scappare» da qualcun altro, e riduce significativamente l’incentivo a migliorarsi. Nel lungo periodo, la presenza d’albi, permessi e licenze deresponsabilizza il consumatore, che sarà portato sempre piú ad affidarsi a certificazioni e scartoffie di difficile interpretazione, piuttosto che indagare le reali capacità di chi gli sta di fronte. E, di regola, ledere la supremazia del consumatore e togliergli la responsabilità delle sue scelte non è un buon viatico per un sistema efficiente.

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Nel corso degli anni, numerosi studi hanno indagato l’impatto che permessi e licenze hanno sul mercato, mostrando come lo stesso servizio costi di piú in uno Stato che prevede licenze per la sua offerta sul mercato rispetto a dove non sono previste. L’attacco alle licenze piú conosciuto al grande pubblico resta, comunque, quello condotto in Capitalism and Freedom da Milton Friedman. Il professore di Chicago enuncia chiaramente come licenze, permessi e albi non siano che uno strumento nelle mani d’un particolare gruppo per ottenere una posizione di monopolio a scapito della collettività. Friedman mostra chiaramente ciò che questo sistema basato sulla cartastraccia è in realtà: un costo sociale. Un costo per i cittadini che non possono entrare in un mercato per produrre; un costo per tutti coloro che devono pagare un prezzo di monopolio.

Ciò che Friedman non poteva immaginare all’epoca in cui scrisse Capitalism and Freedom è che questo sistema potesse esser abbattuto senza intervenire dal punto di vista legislativo e amministrativo. Lo sviluppo d’Internet e della sharing economy ha, infatti, superato le licenze senza richiederne un’abolizione. L’abbiamo visto con Uber, l’app che ha fatto vedere quanto siano insulse e anacronistiche le licenze dei tassí. E l’ha fatto semplicemente offrendo agli utenti l’opportunità di scegliere e di pagare meno.

Non è semplice stabilire quanti posti di lavoro siano stati creati nel mondo grazie alla Rete. Le stime variano. Ma c’è una certezza: l’unico settore che ha continuato a crescere nonostante la crisi economica e che ha permesso la creazione d’opportunità di lavoro è quello legato alla rivoluzione digitale. Un settore dove chiunque, a prescindere da qualsivoglia certificazione, può mettere a frutto il proprio talento. La sensazione è che il fresco profumo di libertà economica respirato dagli utenti su Internet porrà presto fine al puzzo dei cartelli creati ad hoc con licenze, permessi e albi. Rendendo cosí la condanna di Francisco d’Anconia un po’ meno scontata.

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