Il cristianesimo e la fine dell’Impero romano

 

in_hoc_signo_vincesEvento storico destinato a rimanere impresso anche nelle menti di coloro che vissero molto dopo di esso, la caduta dell’Impero romano d’Occidente ha súbito suscitato un dibattito a tratti molto acceso riguardante le cause di quest’avvenimento epocale. All’interno della diatriba vi sono voci profondamente discordanti riguardanti quella che da alcuni è definita una delle cause interne che portarono alla rovina di Roma: il diffondersi del cristianesimo. Riallacciandosi alle teorie d’alcuni intellettuali pagani espresse durante o dopo il III secolo d.C., oggi esiste ancora una storiografia (per quanto minoritaria e poco presa in considerazione in àmbito accademico) che imputa alla conversione di Roma alla fede in Cristo d’essere stata uno dei motivi del tracollo della pars Occidentis dell’Impero — tesi rimasticata in tempi piú o meno recenti da una certa pubblicistica che riunisce svariate fazioni sotto le insegne di tale presa di posizione.

Tra i sostenitori di tale tesi, oltre alla scontata presenza dell’ala piú estremista dei laicisti tendenzialmente schierati a sinistra, non bisogna dimenticare la presenza di personaggi provenienti dalle fila d’una destra piú o meno radicale la quale, probabilmente essendo consapevole di non avere alcuna chance in politica, data la totale impresentabilità delle sue posizioni, ha negli ultimi decenni tentato di sfondare in un àmbito che inevitabilmente dà una certa visibilità: quello degli attacchi piú o meno viscerali contro il cristianesimo. Cosí, una serie di personaggi altrimenti destinati a restare confinati in un ristretto ghetto è riuscita, per dirla con Rino Cammilleri, a «“sdoganare” autori e opere, cui l’ostracismo era assicurato e consolidato, col solo espediente d’evidenziarne il paganesimo anticristiano. Cosí, è dato d’assistere a grottesche inversioni: giovani formati da tali maestri e cresciuti nel culto del fascismo si ritrovano a magnificare i barbari celti contro i Romani; nostalgici dell’Impero rimpiangono Widukind; i tentati dal razzismo biologico detestano il darwinismo. E via paradosseggiando» (dall’introduzione a La Chiesa ha distrutto l’Impero romano e la cultura antica? di Jean Dumont). Si direbbe, insomma, una sorta di stravagante rivisitazione da destra d’un vecchio teorema partorito dalla sinistra marxista, ossia che i primi cristiani abbiano fatto cadere Roma Antica e il sistema schiavistico allora imperante — con la sola differenza che da una parte è visto in termini elogiativi, e dall’altra di condanna.

Per dare struttura all’argomentazione che vorrebbe porsi come risposta a chi annovera il cristianesimo tra le cause della rovina dell’Impero romano, bisogna anzitutto fare delle considerazioni preliminari di carattere storico, in primo luogo di periodizzazione: è vero che Roma cadde pochi secoli dopoché buona parte dei suoi cittadini era divenuta cristiana, ed è vero anche che gli ultimi secoli di vita dell’Impero furono ben diversi dalla storia romana precedente. Riguardo a quest’ultima affermazione va ricordato però come ormai la storiografia, per riferirsi agli ultimi secoli di vita dell’Impero romano d’Occidente, abbia abbandonato il termine Basso Impero, il quale rimandava indistintamente a un’epoca di decadenza, adottando quello piú appropriato di Tarda Antichità, indicando in tal modo un periodo che sí era per certi aspetti distinto dall’Antichità, ma che per altri aveva non pochi elementi di continuità con essa. La periodizzazione della Tarda Antichità pone ai suoi albori o l’epoca costantiniana o la tetrarchia di Diocleziano, e al suo tramonto, nell’Occidente, la calata dei Longobardi in Italia del 568 d.C. e, per l’Oriente, la data della fine del regno dell’imperatore bizantino Giustiniano (565 d.C.). Tale periodo, avente come caratteristica principale la definitiva affermazione del cristianesimo, mantenne una certa vivacità nell’àmbito artistico e culturale e vide uno Stato romano profondamente mutato in séguito alle riforme di Diocleziano prima e di Costantino poi, le cui esigenze a causa dei costi per il mantenimento dell’esercito e della burocrazia imposero una briglia piú stretta sulla società. Pur essendo una società dai tratti indubbiamente repressivi (basti pensare all’estensione dell’uso della tortura), essa presentò anche netti miglioramenti nelle condizioni di vita delle donne, dei figli e degli schiavi. La Tarda Antichità, in tutta la sua complessità e in tutte le sue contraddizioni, non fu quindi un’età di decadenza, ma piuttosto di rinnovamento dovuto a fattori interni (crisi economica, costi per il mantenimento dell’apparato statale e militare) ed esterni (la pressione dei barbari ai confini dell’Impero), che portò Roma ad avere connotati diversi rispetto a quelli che ebbe in età augustea, pur mantenendo con essa una continuità di fondo, interrotta da fattori che nulla hanno a che vedere con la diffusione della fede cristiana.

Tra le considerazioni di chi ritiene il cristianesimo una delle cause della caduta dell’Impero romano, v’è altresí quella d’osservare come un presunto pacifismo dei primi cristiani abbia favorito la rovina della potenza militare romana. Va al riguardo ricordato che nei primi secoli non vi fu alcun rifiuto della leva da parte dei cristiani, come attestato anche da quegli episodi di martirio aventi come soggetto dei soldati convertitisi al cristianesimo. Inoltre, la presenza di cristiani tra le fila dei legionari romani è attestata anche molto anticamente — basti pensare come già nel II secolo d.C. ve ne fossero diversi nella Legio III stanziata nell’attuale Marocco e nella Legio XII in Asia Minore (Turchia) —, e il concilio d’Arles del 314 d.C. comminò la scomunica per quei cristiani che avessero disertato dall’esercito.

Inoltre, se fosse vero che il crollo dell’Impero sia dovuto alla diffusione del cristianesimo, viene da domandarsi perché la sua parte orientale, ossia quella cristianizzata piú profondamente, sia sopravvissuta alle invasioni barbariche del V secolo per continuare a esistere fino al 1453 (anno in cui i Turchi Ottomani espugnarono Costantinopoli), mentre quella occidentale, decisamente meno cristianizzata, soccombé alla pressione dei popoli situati a est del Reno. Curioso, inoltre, come i barbari siano penetrati nelle frontiere romane proprio in quelle aree dove il cristianesimo non s’era ancora affermato completamente. (Per esempio, Ostrogoti, Vandali e Alani passarono dal Medio Reno, i Franchi dalle Bocche del Reno, e Burgundi, Svevi e Alemanni dal Reno.) Il contesto generale è quindi quello d’una pars Occidentis meno cristianizzata che capitola di fronte all’impeto di Vandali, Visigoti e Sassoni, e d’una pars Orientis in cui il cristianesimo aveva radici piú profonde e solide nella quale si riesce a respingere l’elemento barbarico e a sopravvivere ancora per diversi secoli anche dopo il 476 d.C.

E fu proprio un imperatore cristiano come Giustiniano ad attuare delle campagne militari contro i Germani coronate dal successo, riuscendo a riannettere all’Impero l’Italia, il Nord Africa e il Sud della Spagna, ossia tutte aree a maggioranza cristiana. Inoltre, il fattore religioso giocò un ruolo importante nella solidità e nella durata dei Regni Romano-Barbarici sorti in Occidente, laddove infatti le popolazioni germaniche che o professavano la medesima fede dei gallo-romani (come nel caso dei Franchi, unica popolazione barbara professante il cattolicesimo e non l’arianesimo ancor prima d’insediarsi oltre il limes) o garantivano un elevato grado di tolleranza religiosa (quali i Visigoti) sopravvissero alla riconquista giustinianea e in alcuni casi (come quello del Regno dei Franchi) diedero vita a soggetti politici alquanto longevi, a differenza di quei regni dove la pacifica coesistenza religiosa era compromessa dall’intolleranza verso i cattolici. (Vedasi l’effimera resistenza del Regno Vandalo di fronte alle truppe bizantine o il crollo del Regno Ostrogoto in Italia.)

Come potrebbe d’altronde un mutamento nell’àmbito religioso esser annoverato tra le cause principali della caduta d’una civiltà imperiale come quella romana? Osservando la storia degl’imperi, è impossibile non notare una fondamentale analogia nel fatto ch’essi sorgono e crollano. Ma, se ciò fosse realmente dovuto all’abbandono di culti e di certi usi atavici o al diffondersi della religione cristiana, viene da domandarsi perché l’Impero persiano sasanide, ancora legato al culto di Zoroastro, sia crollato nel giro d’una decina d’anni sotto i colpi delle sciabole arabe, oppure perché l’Impero d’Alessandro Magno non sia sopravvissuto alla morte del suo fondatore.

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