“Diritto alla casa”, libertà e costrizione

 

casa-sfrattiNei giorni scorsi, abbiamo assistito a orde di persone che manifestavano affinché fossero loro riconosciuti alcuni diritti, tra cui quello piú reclamato è stato il diritto all’abitazione. È mia personale convinzione che, in tale declinazione del concetto di «diritto», ci sia qualcosa di non chiarissimo, e che non può esser letto tramite le note categorie del diritto privato. È, infatti, piuttosto evidente che un diritto quale può essere il diritto di proprietà s’un oggetto ha caratteristiche ben diverse dai diritti di piú recente nascita, quali il diritto alla casa, il diritto allo studio, il diritto alla salute, &c.

Al diritto in capo a un soggetto, infatti, fa sempre séguito una serie d’obbligazioni. Se io sono il legittimo proprietario d’un immobile, non solo ho piena facoltà di disporne nel modo che ritengo piú opportuno — dall’uso all’inutilizzo, alla vendita, al dono e finanche alla distruzione dello stesso — ma, soprattutto, io proprietario ho il diritto d’esigere che tutti gli altri soggetti s’astengano dal violare e dall’interferire con le mie scelte relativamente all’oggetto di proprietà.

Altro esempio classico è il diritto di credito. Se io presto dei soldi a un soggetto x, ho il legittimo diritto d’esigere da questi (o dai soggetti garanti) che mi venga restituita la somma prestata. È bene notare che, in questo caso, il diritto comporta delle obbligazioni su soggetti ben precisi: io posso obbligare i soggetti con cui ho stipulato il contratto di prestito a restituirmi il denaro, non certo altri del tutto estranei al contratto.

Un po’ diverso è il discorso per i diritti di piú recente nascita. Se ipotizziamo che chi manifesta per il diritto all’abitazione sia nel giusto, la prima domanda è: l’obbligazione di adempiere tale diritto in capo a chi sorge? Inoltre: il mancato adempimento dell’obbligazione che tipo di conseguenze comporta? Se un soggetto x interferisce col mio diritto di proprietà, o non restituisce una somma pattuita, le conseguenze (in termini di sanzioni penali in séguito a opportuna valutazione in sede giudiziaria) sono note e prevedibili. Lo sono anche nei casi suindicati? Domande forse banali, ma che richiedono risposte precise.

Non si fanno molti passi in avanti, però, se non si collegano tali questioni circa i diritti col concetto (o i concetti) di libertà. La modificazione avvenuta negli ultimi due secoli nel modo d’interpretare il diritto va di pari passo con una lettura diversa del concetto di libertà. Il concetto classico di libertà, collegato al giusnaturalismo e al liberalismo settecentesco, si declina come libertà negativa (nel senso che al termine dava Isaiah Berlin). Come ben dice Bruno Leoni, nessuno è libero se altri sono liberi di costringerlo contro la sua volontà: «In altre parole, si è “liberi” se si è in grado, in qualche modo, di costringere altri ad astenersi dal costringere noi sotto qualche aspetto» (La libertà e la legge, p. 62).

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In questo senso, libertà (per noi) è sempre collegata a costrizione (per gli altri). Ma non una costrizione positiva, bensí una costrizione a non fare, volta a costringere gli altri a non fare. «E questo non è solo un gioco di parole: è una descrizione stringatissima del significato di parole nel linguaggio ordinario di società politiche in cui gl’individui abbiano un qualsiasi diritto che dev’essere rispettato o, per cosí dire, qualora abbiano un diritto negativo che dia loro titolo a esser chiamati “liberi”» (La libertà e la legge, p. 63).

È questo il senso piú proprio di libertà in una società di mercato. I membri d’una società di mercato devono aver la facoltà d’esercitare restrizioni contro i nemici di tale società, contro i ladri, gl’imbroglioni, i truffatori; contro chiunque non onori un contratto liberamente stipulato. Ed è questo il ruolo assegnato allo Stato: esso, assumendo su di sé il potere di coazione, è ciò di cui ci si serve per difendersi da chi va contro il diritto (cosí come declinato qualche riga piú sopra). Dal concetto di libertà come «libertà negativa» consegue un’idea di Stato come «tutore dell’ordine».

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