Uber è solo l’inizio

 

A worker walks past Amazon Fresh delivery vans parked at an Amazon Fresh warehouse in InglewoodA un mese dalla polemica sollevata dal nostro articolo su Uber, Amazon conferma quanto detto da noi: il mercato sta cambiando rapidamente, perché gl’individui hanno smesso d’essere soltanto o consumatori o fornitori di servizi, ma possono essere sia gli uni sia gli altri. Jeff Bezos, fondatore e AD d’Amazon.com, annuncia di voler aprire l’offerta anche ai cosiddetti servizi locali. Tutti quei servizi, cioè, che vanno dal piccolo artigiano all’assistenza per bambini o anziani, ai clown per compleanni, &c. Per fare ciò, pare si sia messo in contatto con diverse startup e addirittura con nomi di pezzi grossi come Craigslist, Angie’s List e altri, che tuttavia non hanno dato alcuna conferma. Bezos, comunque, non vuole fare salti nel vuoto. L’acquisto di beni su Internet è ormai uso consolidato anche in un Paese restío come l’Italia, ma l’acquisto di servizi è molto meno affermato nella mentalità dell’utenza, e Amazon ha bisogno di sondare il terreno. Perciò, almeno all’inizio, Amazon aprirà le inserzioni a poche città — probabilmente statunitensi — e studierà l’impatto sui consumatori. Se funzionasse, allora si potrebbe pensare a espandere il servizio anche in altre grandi città del mondo, esattamente come Uber ha fatto con UberPOP.

Uber e il neoluddismo d’un Paese in fuga dalla realtà

Se e quando questo nuovo servizio d’Amazon arriverà in Italia, accadrà esattamente quanto sta accadendo con UberPOP. Associazioni di categoria varie s’alzeranno a difesa del «mercato costituito», chiedendo allo Stato d’intervenire per scacciare il demone d’Internet e della modernità. Lo Stato risponderà inizialmente con qualche imposta, che Amazon avrà già messo in conto di pagare, e per un po’ le associazioni di categoria (e i professionisti che ne fanno parte) staranno zitte e lasceranno correre. Poi s’arriverà alla fase in cui Amazon prenderà sempre piú fette di mercato, e i singoli professionisti se n’accorgeranno per esperienza diretta. Ci sbatteranno la testa, insomma. Inizieranno a sentire con le proprie orecchie di persone che hanno trovato una tale figura professionale su Amazon, d’altre che non escono neanche piú a cercare un dato servizio ma lo cercano su Amazon, e altre ancora che rinfacciano loro d’avere prezzi troppo alti rispetto ad Amazon. Allora professionisti e associazioni si ricorderanno ch’esiste Internet, ma — anziché sfruttarlo — chiederanno ancora allo Stato d’intervenire. Lo Stato ignorerà le richieste o si limiterà a introdurre qualche nuova tassa, che Amazon eluderà in qualche modo, finché il mercato dei servizi 2.0 non si sarà stabilizzato, esattamente come ha già fatto quello dei beni negli ultimi anni.

Uber non è illegale. Ecco perché

Dietro la crescita d’UberPOP e un’eventuale crescita d’«AmazonSERVIZI» (la chiamiamo cosí per comodità, in attesa del nome ufficiale) non c’è un AD particolarmente brillante che ha saputo modificare le menti dei consumatori: c’è un attento studio della realtà e dell’evoluzione degl’individui. L’uomo del terzo millennio ha metabolizzato molte capacità e competenze che un tempo non erano scontate, ma che oggi sono strumentali per vivere la propria vita. Mestieri come quelli d’artigianato non specializzato (giardinaggio di base, meccanica di mezzi d’uso comune, manutenzione di casa o dispositivi elettronici), o anche servizi come babysitting, assistenza di vario genere, animazione, non hanno piú ragione d’esistere come professioni a tempo pieno. Ciò perché la diffusa informazione e il vivere quotidiano pongono l’individuo del terzo millennio dinanzi a problemi che richiedono giornalmente attitudini tali da render facile (o addirittura divertente) imparare certi mestieri. Il tempo libero è la vera merce in questo genere di mercato. Una futura «AmazonSERVIZI» non metterà sul mercato online figure professionali, bensí persone che hanno molto tempo libero (fornitori di servizi) e vogliono farlo fruttare svolgendo mansioni che altre persone (consumatori) non hanno tempo di svolgere. Chiamare un giardiniere con Amazon non significherà chiamare una persona dalle alte specializzazioni, bensí una persona che ha del tempo da vendere. Non stiamo parlando d’utopismo tecnologico. Nei paesini esistono già i precursori di queste figure. Sono quegli artigiani tuttofare che possono svolgere lavori d’ogni genere grazie a un grande bagaglio di competenze e conoscenze acquisite in precedenza. Spesso lavorano in nero e riescono a portare un buon reddito a casa. Il disoccupato del terzo millennio potrà anche non aver mai lavorato nella sua vita, ma vivendo avrà comunque sviluppato delle attitudini per le quali qualcuno è disposto a pagare. Improvvisamente, il tempo libero può trasformarsi in fonte di reddito, a beneficio di quegl’individui che non ne hanno.

L’oppositore d’«AmazonSERVIZI» o d’UberPOP non comprende d’osteggiare un fenomeno di mercato ben piú grande delle imprese che si limitano a cavalcarlo. Come tutte le imprese, sia Amazon sia Uber possono fallire e lasciare grossi buchi nel mercato. Ciò nonostante, il fenomeno cui appartengono non cesserà col loro fallimento. Altre imprese simili nasceranno al loro posto, con terrore e sgomento di chi non comprende il mercato nella sua interezza perché non si rende conto che individui e società sono saliti d’un gradino nell’evoluzione, dopo Internet.

Leggendo i commenti degli oppositori d’UberPOP, si possono evincere essenzialmente due argomentazioni. La prima riguarda la qualità del servizio offerto, la quale è presumibilmente superiore presso un professionista, nonché garantita. La seconda riguarda l’affidabilità del fornitore del servizio, intesa come affidabilità personale, poiché improvvisarsi fornitore per adescare vittime o nascondere traffici illeciti sarebbe fin troppo facile.

La qualità dei servizi offerti è certamente molto variabile, anche restando nell’àmbito dei soli possessori di partita IVA. Tuttavia, in uno scenario in cui i redditi sono sempre piú bassi, il rischio d’avere una qualità maggiore o minore diviene esso stesso un bene. Cosí, c’è il consumatore ch’è disposto a pagare di piú per non correre alcun rischio — e allora si rivolgerà a un professionista con partita IVA — e c’è il consumatore ch’è disposto a correre il rischio di mettersi nelle mani d’un incapace pur di pagar di meno. L’economia è fatta di scelte individuali e di valutazioni soggettive di costi e benefíci.

L’affidabilità personale del fornitore del servizio è ugualmente un bene, anche se il rischio è piú alto. In questo caso, il liberista sarebbe per la concorrenza: un eventuale fornitore che dovesse dimostrarsi inaffidabile verrebbe immediatamente segnalato come tale e dunque escluso dal mercato stesso, nonché da Amazon o qualunque altra azienda cui s’appoggiava. Inoltre, la grande quantità di professionisti immischiati in traffici illeciti o macchiatisi di reati d’ogni genere dovrebbe dimostrare che l’iscrizione a un albo professionale o il possesso d’una partita IVA non sono garanzia d’integrità morale.

Ma essere a favore d’Uber o d’«AmazonSERVIZI» non significa schierarsi coll’impresa in sé: significa esser favorevoli all’innovazione e alla concorrenza, alla sperimentazione di nuovi «format» e al rischio d’impresa, nonché alla libera iniziativa economica privata. Nell’Italia d’oggi, purtroppo, moltissimi individui non hanno altro bene che il loro tempo libero. Nella sua naturale evoluzione, il mercato ha offerto a tali individui l’occasione di vendere proprio quel tempo libero. Se ciò è illecito, se il guadagno onesto d’un uomo che offre servizi in cambio di corrispettivi dev’essere considerato «nero», «illegale», «sommerso», ben venga. Sarà la prova del fatto che la libertà è stata bandita sia dallo Stato sia dalla società stessa, che la respinge come pericolosa e immorale.

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