10 bufale su spesa pubblica, austerità & macelleria sociale

 

Bufala #1: In questi vent’anni di liberismo sfrenato, la spesa pubblica italiana ha fatto tanti — troppi — sacrifici.

In verità, la spesa primaria — cioè senza contare il costo degl’interessi sul debito pubblico — non ha fatto che crescere: nel 1994, essa era al 41,9% del PIL; nel 2013, è arrivata al 45,5%. E nel 2009 c’era stato un altro picco: 47,3%. Queste cifre in percentuale sul PIL, però, ci dicono poco sul totale della spesa pubblica. Vale la pena dare un’occhiata ai numeri assoluti: nel 1994, lo Stato spendeva ogn’anno 474,6 miliardi d’euro, mentre ne spenderà 806,1 nel 2015.

 

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Bufala #2: Berlusconi ha tagliato la spesa pubblica.

In termini reali, cioè al netto dell’inflazione, fatto 100 il 2005, la spesa pubblica primaria è cresciuta di 10,4 punti durante i governi di centrosinistra tra il 1996 e il 2001, e d’altrettanti punti (10,7) tra il 2001 e il 2006. In altre parole, non sembra di poter vedere una chiara differenza tra governi Berlusconi e governi di centrosinistra. Secondo il commercialista Enrico Zanetti, «i numeri del quinquennio berlusconiano evidenziano come l’esecutivo non sia mai stato liberista, bensí assistenzialista».

 

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Bufala #3: A causa delle politiche d’austerità imposte dalla Germania, la mortalità infantile in Grecia è raddoppiata.

Innanzitutto, la mortalità infantile è cresciuta del 43% tra il 2008 e il 2010: non è raddoppiata (cioè +100%). Inoltre, essa è aumentata a partire dal 2008 — un anno in cui la spesa sanitaria non è stata tagliata — e nel corso del 2009 e del 2010, ma soltanto nel corso di quest’ultimo anno la spesa sanitaria è stata tagliata in modo significativo. Infine, negli anni successivi, quando i tagli avrebbero dovuto dispiegare tutto il loro effetto negativo, si nota viceversa una flessione della mortalità, che nel 2012 è tornata al tasso pre-crisi. Cherry picking: si pescano i dati che confortano la propria tesi, escludendo tutti gli altri.

 

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Bufala #4: L’«austerità» sta riducendo drammaticamente il welfare state.

In verità, i dati disponibili mostrano che nella maggior parte dei Paesi (anche se probabilmente non in tutti) la spesa pubblica complessiva non è inferiore a quella del passato. Anzi: nel 2013, i governi della maggior parte dei Paesi spendevano di piú — in relazione al PIL o addirittura in termini assoluti — che nel 2007. Ad esempio: area euro, 46% del PIL (2007) vs. 49,8% (2013); Francia, 52,6% vs. 56,9%; Irlanda, 36,7% vs. 42,8%; Italia, 47,6 vs. 51,1; Portogallo, 44,4% vs. 48,6%; Regno Unito, 39,8% vs. 44,1%; Spagna, 39,1% vs. 44,4%.

 

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Bufala #5: I cittadini starebbero meglio, se solo lo Stato spendesse di piú.

Consideriamo l’Indice di Sviluppo Umano (HDI) relativo al 2012, insieme alla spesa pubblica per lo stesso anno. I dati mostrano una netta relazione negativa tra HDI e livelli di spesa pubblica. Spendere di piú, una volta raggiunta una data soglia, non sembra garantire il raggiungimento di migliori punteggi di HDI. Anche mettendo in relazione i livelli di spesa pubblica con una piú vasta gamma d’indicatori socioeconomici — tasso di disoccupazione, tasso di povertà, alfabetizzazione, tasso di crescita dell’economia, aspettativa di vita, &c —, non sembra esistere una correlazione positiva tra livelli di spesa pubblica e livelli desiderabili raggiunti dagl’indicatori socioeconomici. Anzi, taluni Paesi ricchi contraddistinti da livelli di spesa inferiori — Svizzera, Australia, Giappone, Stati Uniti, Norvegia, Canada… — sembrano fare meglio, riguardo a questi indicatori, di Paesi dove i governi spendono molto di piú.

 

Bufala #6: L’austerità uccide!

Un’ulteriore prova che maggiore spesa pubblica non porta necessariamente a maggior benessere è offerta da quei Paesi che, a un certo punto, hanno ridotto significativamente la quota di spesa pubblica (accompagnando questa riduzione con riforme strutturali, ben congegnate e pro mercato). Ad esempio, tra il 1992 e il 2007, la Svezia ha ridotto la propria spesa pubblica (in percentuale del PIL) di 16,7 punti percentuali; la Norvegia, di 14,7 punti; il Canada, di 14,6 punti; l’Australia, di 4,6 punti. Le economie di questi Paesi — e i loro indicatori socioeconomici — non hanno sofferto a causa della riduzione di spesa. Essi erano ancora tra i Paesi coi migliori punteggi di HDI nel 2012, e tra quelli con prestazioni economiche migliori in tempi recenti.

 

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Bufala #7: La spesa pubblica in Italia non è piú alta che nel resto d’Europa.

In verità, in Italia la spesa pubblica è superiore d’1,7 punti percentuali circa alla media UE. In Italia, il governo spende ogn’anno circa il 50,1% del PIL (2014): piú che in Germania (44,6%), nel Regno Unito (45,6%) o in Spagna (43,8%). Inoltre, giusto per dare uno sguardo piú completo, che includa anche Paesi non europei, la spesa italiana è nettamente superiore alla media OCSE:

 

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Bufala #8: La spesa sociale in Italia è tra le piú basse d’Europa.

Quanto alla spesa (per la protezione) sociale, che comprende pensioni, sussidi di disoccupazione, pensioni d’invalidità e assegni familiari, anche in questo caso la spesa italiana (29,7% del PIL) è superiore alla media UE (29,1%). Inoltre, siamo l’unico Paese in cui il 61,3% di questa spesa va in pensioni: Germania, Svezia, Danimarca, Regno Unito, Spagna e Francia spendono tra il 40,4% e il 45,4% per le pensioni.

 

Bufala #9: Stiamo assistendo, nel mondo occidentale, a una deriva neoliberista, a una tendenza da Stato minimo.

Macché: dal 1870 a oggi, nei Paesi OCSE, la spesa pubblica non ha fatto che aumentare, crescendo in media dal 10% a oltre il 40% del PIL. Intorno al 1870, negli Stati Uniti la spesa era circa il 7% del PIL; in gran parte dei Paesi europei d’allora recente industrializzazione, come la Germania, il Regno Unito o l’Olanda, essa non superava il 10% del PIL. Secondo gli standard degli economisti classici, la quota della spesa pubblica d’Australia, Italia, Svizzera e Francia, che rientrava nell’intervallo 12–18% del PIL, implicava un pesante coinvolgimento dello Stato nell’economia. Un noto economista francese d’allora, Paul Leroy-Beaulieu (1888), affrontando il problema della giusta percentuale delle imposte in un’economia, suggeriva che una quota del 5–6% fosse da considerarsi moderata, mentre oltre il 12% fosse da considerarsi «esorbitante» e dannosa per l’economia.

 

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Bufala #10: Non è possibile ridurre la spesa dello Stato senza toccare i servizi per sanità, istruzione, &c. Insomma: la spesa pubblica è incomprimibile.

La scuola di public choice effettua la distinzione tra responsive government e excessive government, ossia tra spesa pubblica giustificata dalle preferenze individuali degli elettori e spesa pubblica connessa, invece, ad altre determinanti, in particolare riconducibili agl’interessi dei burocrati, dei politici, dei gruppi d’interesse. L’economista Thomas Borcherding ritiene eccessivo quello sviluppo della spesa che non può essere spiegato dall’evoluzione della «domanda», cioè delle preferenze degli elettori. Le sue stime econometriche dell’andamento della spesa pubblica statunitense nel periodo 1900–1976 mostrano, ad esempio, che i fattori di «domanda» spiegano meno del 50% del tasso di crescita della spesa pubblica — portando a valutare come excessive l’altro 50% dell’incremento, non giustificato dalle preferenze dei consumatori-elettori. Di conseguenza, negli USA non s’è avuto uno Stato responsive: il tasso di crescita della spesa sarebbe in misura notevole imputabile a un excessive government.

Come scrive Pietro Monsurrò, se lo Stato «funzionasse», esso costerebbe da un terzo alla metà di quel che costa effettivamente, per produrre gli stessi servizi. Il resto non serve: è pura ricerca di rendite politiche; sono i costi dei privilegi della «casta», degli appalti poco trasparenti, dell’eccessivo numero di dipendenti pubblici, del debito pubblico, dei favori fatti agli amici e alle lobby. Quando si dice che comprimere la spesa non si può perché essa serve per finalità sociali, si dice il falso: gran parte della spesa pubblica è frutto del tentativo d’alcuni di vivere a spese degli altri. Lo Stato spende perché deve comprare il consenso dei cittadini, e questo s’ottiene costringendo altri cittadini a pagare per i privilegi altrui.

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