«Islamico», «musulmano», «maomettano»: quanta confusione

 

islamIl 20% dei musulmani è di lingua araba. Molti lettori troveranno questo dato scontato, ma una rapida rassegna degli articoli pubblicati da un gran numero di testate nazionali mostrerà che non c’è limite a quel che non si può dare per scontato. La facilità con cui si dice «Questa è una cosa da musulmani», «Questa è un’abitudine islamica», «Questo è l’Islam» è disarmante. Nonché del tutto comprensibile.

S’immagini di parlare con un amico della macchina appena acquistata. Dopo alcune domande a proposito di motore, cambio e costo, l’amico fa: «Ma di che colore l’hai presa?». La risposta, dopo un paio di secondi, è: «Verde». Nella propria mente in quei due secondi s’è andati a cercare una parola adatta, anche se alla fine ci s’è arresi all’evidenza: la macchina è certamente verde, e non blu, o rossa. Eppure è un verde particolare, bellissimo, raro, simpatico persino. Si potrebbe provare a specificarlo in qualche modo, magari dicendo «Verde foresta», certo supponendo che una foresta abbia sempre lo stesso colore, e che questo sia uguale a quello di tutte le altre foreste. Si può essere ragionevolmente certi che non sia così. Le foreste hanno colori diversi, e differiscono le une dalle altre.

S’è usata la parola «verde» per farsi comprendere dall’interlocutore. Perché è più semplice usare una parola singola per descrivere un’intera categoria di concetti, anche molto diversi tra loro, piuttosto che tentare di creare ogni volta nuove parole. La lingua — o un qualsiasi sistema di segni, si direbbe in semiotica — funziona così. Questo tipo di generalizzazione si fa tutti i giorni. Tuttavia, a volte è necessario comprendere che, all’interno di un’unica parola impiegata, esistono decine di «sfumature» diverse.

Una di queste parole è musulmano. È evidente, o dovrebbe esserlo, che questa parola racchiude un numero di «colori» enorme. Si vuole qui offrire un piccolo numero di scorci che mostrino la varietà di sfumature esistenti. Si prenderanno in considerazione due questioni: la lingua e l’uso del velo.

S’è detto che solo il 20% dei musulmani è di lingua araba. Ma anche all’interno del mondo «arabo» troviamo innumerevoli differenze linguistiche. Dal Marocco all’Iraq, dallo Yemen alla Siria, il modo di pronunciare le stesse parole cambia radicalmente. Si prenda in considerazione la pronuncia della parola jamila, «bella». La «j» alla francese è usata in quasi tutta l’Africa settentrionale, salvo l’Egitto, dove si preferisce la «g» dura di gatto. E in Siria, per esempio, è più facile sentire una «g» dolce. Quindi una parola scritta sempre allo stesso modo viene pronunciata «jamìla», «gamìla» e «giamìla». Per non parlare del fatto che, a seconda della zona, vengono usate parole completamente diverse, anche derivate da lingue europee. Se a Rabat, capitale amministrativa del Marocco, si dice «mahatta l-qitàr» («la stazione del treno»), il tassista è in difficoltà: meglio dire «la gare», un prestito dal francese. Ancora, in Marocco, una molteplicità di pronunce accoglie chi decide di visitare le terrazze di Fès, le fontane (o le scimmie) d’Ifrane, il mercato notturno di Marrakech. Una lingua, moltissime lingue. Ma, come si diceva, i musulmani non parlano solo arabo. E non vale nemmeno l’affermazione inversa, «Tutti gli arabi sono musulmani»: che dire dei cristiani copti in Egitto, o di quei vecchi maltesi che ancora parlano il maltese, una variante dell’arabo scritta in caratteri latini?

Abbandonando gli arabi per un momento, i soli turchi costituiscono circa il 5% della popolazione musulmana mondiale. Senza dimenticarsi dei musulmani africani, dai mauritani ai somali, nonché dei dispersi amazigh (i «berberi»), parlanti lingue diversissime e, com’è ovvio, mutuamente incomprensibili. Ma è a est dell’Iraq che è possibile trovare la maggior parte dei musulmani. Dall’Iran, dove si parla una lingua indeuropea scritta con caratteri arabi (il persiano o farsi), all’Indonesia, lo Stato musulmano più popoloso, dove si parla l’indonesiano, che è una variante del malese.

La vastità delle differenze linguistiche è impossibile da rinchiudere in un solo articolo. Basti citare, ancora, il caso del Pakistan e dell’Afganistan, le cui lingue ufficiali sono più imparentate col francese e l’italiano che non con l’arabo, e dove, secondo l’antropologo Ugo Fabietti, «il fattore linguistico si manifesta in un pulviscolo d’idiomi diversissimi e mutuamente incomprensibili parlati da popolazioni che tuttavia sono spesso bi-, tri- e quadrilingui, le quali abitano in valli intermontane tra loro scarsamente comunicanti».

È quindi chiaro che i musulmani non sono solo arabi, e che anche tra gli arabi esistono enormi differenze.

Un altro fattore, spesso pensato come qualcosa di caratteristico dell’universo musulmano, è il velo. Il genere più citato è il burqa. Si tratta del tipo più coprente, di fatto inesistente nell’Africa settentrionale, e raro nella penisola araba, dove si preferisce il niqab. Il suo uso in àmbito afgano è ricollegabile a contingenze storiche che non si sono riprodotte nella maggior parte dei Paesi musulmani. Interessante rilevare che, alcuni anni fa, ne fu proposto l’uso all’interno della setta ebraica ultraortodossa degli haredi.

Altri tipi di velo sono il chador iraniano, lo shayla, lo hijab, via via meno coprenti, ma ne esistono altri. È bene anche ricordare che l’imposizione legale del velo è presente in un numero ristretto di Paesi musulmani, in particolare Arabia Saudita e Iran. Le grafiche mostrano la diffusione del velo nel mondo musulmano, sottolineando in rosso dove, in alcuni casi, il velo è persino vietato.

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Per non parlare solo d’aree di diffusione e di dati che possono sembrare astratti, è possibile citare casi concreti: nella biblioteca dell’Università Mohammed V di Rabat, studentesse velate fino agli occhi e ragazze che sfoderano scollature molto occidentali studiano a fianco a fianco, senza che il silenzio della biblioteca venga rotto da urla sdegnate o chissà cos’altro.

Non si vuole qui affermare una qualsiasi identità fra la condizione della donna in Occidente e nel mondo musulmano. Non esiste quell’autonomia riconosciuta nei Paesi occidentali — anche se a questo proposito sarebbe possibile citare Sheikh Hasina, Benazir Bhutto o Megawati Sukarnoputri, che sono solo alcune delle donne elette capo dello Stato in Paesi a maggioranza musulmana. Come si diceva, però, qui non si vuole sostenere alcun’identità, ma solo mostrare quanto siano grandi le differenze tra queste persone, e metter in luce come tendenziosi raggruppamenti o categorizzazioni, che attribuiscono l’uso del burqa a tutto il mondo musulmano, siano indice di falsità o di non meno pericolosa ignoranza. Fare distinzioni non è così difficile, quando si prova ad approfondire lo studio del mondo musulmano. Quello studio che impedisce, ad esempio, d’usar parole come mussulmano, vocabolo obsoleto perché rispecchia male la pronuncia araba, o maomettano, parola assurda che affibbia a Maometto un ruolo che non ha all’interno dell’Islam.

10965319_10204685301245837_1373797725_nIn questi giorni dovrebbe essere abbastanza chiara la differenza, per dire, tra un avvocato giordano e un combattente dell’ISIS. Tra una professoressa marocchina dell’Università di Rabat e la casalinga di Mosul. Tra un terrorista musulmano francese che su un marciapiede di Parigi fa partire una pallottola, e un poliziotto musulmano francese che quella stessa pallottola, su quello stesso marciapiede, se la prende in testa. Si sta parlando di un miliardo e mezzo di persone: è evidente quanto sia impossibile odiare o disprezzare una quantità così grande di gente. Un miliardo e mezzo di persone non possono essere ridotte a un isterico titolo di Libero che mostra un terrorista e afferma «Questo è l’Islam», o a quello di un altro articolo, pubblicato sulla stessa testata: «Vietato illudersi, l’Islam è il nemico». Si può iniziare con queste piccole distinzioni, comprendendo che il burqa è usato in pochi luoghi; che l’arabo non è l’unica lingua dei musulmani; che mussulmano non si scrive anche se c’è sulla Treccani, perché è una parola vecchia ed è vecchia per buoni motivi. Partendo da qui, da piccole, insignificanti differenze, forse si arriva a qualcosa di più importante: a ricordare, o capire, che le persone sono responsabili delle proprie azioni. E musulmani che magari parlano la stessa lingua, o una lingua diversa, che vestono allo stesso modo, o in un modo completamente diverso, che usano lo stesso ricettario, oppure cucinano piatti diversi, non possono essere ritenuti responsabili delle azioni di due assassini che fanno strage in una redazione.

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