Il capitalismo salverà l’Africa? Il caso del Botswana

 

BotswanaSi parla sempre piú spesso della disuguaglianza economica mondiale. L’attenzione è puntata sul Sud del mondo, che fatica a tenere il passo delle grandi potenze economiche del Nord. L’Africa, in particolar modo, deve ancora fare i conti con piaghe secolari quali la fame, le guerre intestine e le malattie ad alto contagio. Tuttavia, in questo scenario sconfortante, esiste un’esperienza che potrebbe essere presa a modello per una risalita dell’intera area. Si tratta del Botswana, Paese dell’Africa subsahariana che, nel decennio successivo all’indipendenza (1966), vide una crescita media annua del 15%. Contemporaneamente, il PIL pro capite passò da 293 dollari costanti (2000) a 837.

Come fu possibile questo miracolo economico africano? Anzitutto, sia chiaro che il merito è tutto umano. La Provvidenza non è stata molto benevola nei confronti del Paese sudafricano. Con due milioni d’abitanti, il Botswana non ha alcuno sbocco sul mare, presenta una superficie desertica per il 70% del territorio, e possiede risorse naturali — perlopiú diamanti inferiori ad altri Paesi africani. Tutti fattori che non agevolano la creazione di ricchezza.

Né i risultati sono imputabili a quanto rimasto del periodo della colonizzazione. Dal 1885 al 1965, il Botswana fu un protettorato della Gran Bretagna. Era usato dagl’inglesi come cuscinetto tra i boeri a sud, i tedeschi a est e i portoghesi a ovest. Di fatto, agl’inglesi quella zona non interessava granché — tantoché la lasciarono nel degrado e nell’incuria. Nel 1899, la corona inglese impose una tassa sulle capanne, una sorta d’IMU dell’epoca. Quest’imposizione impoverí ulteriormente il tessuto economico del Botswana, e spinse fuori dal Paese quasi la metà della forza lavoro maschile. Tutto ciò fece sí che il Botswana fosse tra le nazioni piú povere al mondo al momento dell’indipendenza.

Tutto cambiò nel 1966. Il Paese, diventato indipendente, s’affidò alla guida del presidente Seretse Khama, che puntò tutto s’un governo finanziariamente sostenibile, sull’apertura delle miniere agl’investitori esteri e su intensi legami internazionali a livello commerciale. Per fare ciò, dal 1966 al 1972 il governo del Botswana tagliò la spesa pubblica, che passò, in relazione al PIL, dal ~26% al ~13%. E fu proprio la riduzione della spesa pubblica a permettere una crescita del 15% l’anno. Il governo aumentò la propria credibilità, e fu in grado d’attrarre investimenti stranieri grazie alle basse pretese fiscali sulle imprese minerarie, a un’aliquota sui redditi altrettanto bassa, e al rispetto totale della proprietà privata. La presenza d’importanti investimenti stranieri nell’area allontanò, inoltre, la necessità d’assistenza del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, che si ritrovarono a svolgere un ruolo meramente consultivo. Sono note, invece, le vicissitudini che altri Paesi hanno dovuto affrontare coi due organismi internazionali.

Il presidente Khama si batté sul terreno della difesa dei diritti di proprietà e del contenimento della spesa del governo. All’affermazione della libertà economica fece poi séguito quella delle libertà civili. Fin da súbito, il Botswana ebbe la piú ampia libertà d’espressione del continente nero, abbatté ogni discriminazione razziale, e assicurò l’uguaglianza formale di tutti di fronte alla legge. A differenza d’altre esperienze africane, il Botswana non si dotò d’un diritto ex novo, ma raccolse il meglio della common law britannica e delle proprie consuetudini tribali. In questo modo, il quadro giuridico risultò stabile e rispettato sul piano interno, e credibile su quello esterno.

Un altro fattore importante della crescita del Botswana dev’essere ricercato nella decisione di non dotarsi d’un esercito fino al 1977. Ciò consentí al Paese di risparmiare risorse preziose del bilancio pubblico, e allontanò il rischio di colpi di stato o guerre inutili, che avrebbero solo destabilizzato il contesto sociale ed economico. In séguito, la spesa militare è aumentata notevolmente, tradendo il progetto originario di Khama; oggi, essa s’è stabilizzata intorno al 2–3% del PIL.

Una fetta consistente dei problemi economici dell’Africa postcoloniale è dovuta alla ricerca d’una pianificazione economica centralizzata. Molti Stati africani hanno, ad esempio, nazionalizzato le risorse minerarie dopo l’indipendenza, e chiuso ogni possibile rapporto commerciale con investitori bianchi. In breve, questi Paesi hanno scelto la strada del socialismo, portando milioni di persone nella povertà piú assoluta. Il Ghana, l’Etiopia, il Mozambico, la Tanzania, l’Angola: sono solo alcuni esempi dei danni che la pianificazione economica socialista ha prodotto in Africa. Il Botswana, invece, ha scelto una strada diversa. Il presidente Khama aveva studiato in Inghilterra, a Oxford, sicché aveva una formazione piú in sintonia col mercato e con la visione occidentale dell’economia. Ed è proprio in questa diversità culturale che devono essere ricercate le ragioni del successo economico del Paese.

Il successo del Botswana fu reso possibile dalla presenza d’un governo con un potere limitato e da una bassa tassazione. Dal rispetto della tradizione e dall’apertura commerciale verso l’estero. Dalla tutela della proprietà privata e dalla mancanza di spesa per la difesa. Il Botswana conferma la teoria dell’economista africano James Shikwati, secondo il quale l’Africa non uscirà dalla povertà elemosinando aiuti internazionali. L’unica via per la crescita economica è lasciare liberi i soggetti economici di produrre, permettendo loro di godere dei frutti del proprio lavoro. Una lezione da tenere sempre presente. Anche a nord dell’equatore.

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