Sudafrica e il potenziale latente

 

Gli ultimi eventi accaduti in Sudafrica riguardanti la protesta dei minatori di Marikana, in seguito all’uccisione da parte della polizia di 35 loro colleghi che protestavano per dei salari più alti, ha riportato l’attenzione su questa parte del mondo che si è resa protagonista di una delle pagine di storia più affascinanti e significative del XX secolo e che sembrava potersi avviare verso un fulgido futuro di equità e crescita economica. Come accade molte volte, però, quello che è scritto nei libri di storia non rispecchia appieno la complessità della realtà, né il suo evolversi durante il tempo. Così un paese che sembrava riunificato socialmente e con tutte le potenzialità per diventare una potenza industriale si è ritrovato ancora profondamente diviso dal punto di vista economico e incapace di imporre al proprio interno una leadership politica forte. Andiamo a vedere nel dettaglio, quindi, i fattori economici e politici che caratterizzano il Sudafrica rapportandoli, ove possibile, con i paesi in via di sviluppo dei quali anche questa nazione avrebbe potuto fare parte, cioè i BRIC. Iniziamo dagli aspetti economici che rappresentano la parte più problematica da analizzare

L’economia sudafricana è la più sviluppata del continente e si basa soprattutto sull’estrazione mineraria; di certo non potrebbe essere altrimenti dato il quantitativo di risorse minerarie di cui gode. Vediamo comunque lo sviluppo di tutti e tre i settori economici in modo tale da potere dare un quadro d’insieme della situazione.

Partiamo dal settore secondario che rappresenta, grazie all’attività mineraria in senso lato, quello chiave in quanto può essere la fonte di un vantaggio competitivo non replicabile dalle altre nazioni, essendo le risorse minerarie beni molto rari. Il Sudafrica è un Paese ricchissimo di gemme di altissimo valore, in particolare i diamanti, di metalli rari e preziosi e rappresenta uno dei player globali più importanti in questo senso. Per fornire una serie di esempi, è il secondo produttore al mondo d’oro dopo la Cina che l’ha scavalcata nel 2007; il quinto al mondo per quanto riguarda i diamanti (5.400 carati annui); il primo relativamente ai giacimenti di platino (72,4% del totale). Naturalmente, una conseguenza di tutto questo è stata anche lo sviluppo di un indotto importante che rende ancora più elevata la dipendenza dell’intero paese dall’efficienza e continuità della produzione mineraria. Il peso del settore sul PIL sudafricano è pari al 5%, si sale ben al di sopra di questa cifra se si considerano tutte le industrie, in particolare quelle pesanti, ad esso correlate. Se, invece, consideriamo l’intero settore secondario, vediamo che vale il 31,6% del PIL, valore raggiunto anche grazie alla presenza di una florida industria automobilistica.

Il settore primario, a differenza del precedente, rappresenta all’incirca il 2,5% del PIL e riguarda in particolare l’allevamento, in quanto i terreni sudafricani non presentano un tasso di fertilità tale da favorire l’agricoltura. Da questo punto di vista non ci sono prospettive di ampio miglioramento a parità di tecnologia essendovi un limite fisico allo sviluppo di questo settore.

L’ultimo settore rimasto è quello terziario che risulta, come in tutte le economie avanzate, quello che contribuisce maggiormente al PIL, in questo caso per il 65,9%. I servizi sono il fiore all’occhiello della nazione e tra questi un posto di riguardo spetta al mondo della finanza. Il Sudafrica, infatti, presenta la diciottesima borsa valori più grande al mondo, in grado di crescere del 5,9% nel 2012. Oltre a questo, anche il sistema bancario è molto forte e si basa sulla presenza di una banca centrale, la South African Reserve Bank, che decide e implementa la politica monetaria, e di dieci banche sudafricane. Contando anche quelle estere, le prime quattro banche per importanza controllano l’85% degli asset del settore rendendolo molto concentrato e stabile. Anche il sistema legale del Paese è ben sviluppato. L’articolo 39 della Costituzione sudafricana sottolinea che il fulcro del paese gira intorno a questi elementi: Bill of Rights che elenca i diritti di tutte le persone nel Sudafrica e ribadisce i valori della dignità umana, dell’uguaglianza e della libertà; Statutory Law, quindi la legge scritta; Common Law, basata sul sistema britannico; African Customary Law, che quindi equipara le leggi delle comunità indigene a quelle nazionali. Un sistema di questo genere, conseguentemente, è di tipo prettamente pluralistico sia per via del fatto che si basa su sistemi legislativi filosoficamente differenti, sia perché rispetta le leggi “non ufficiali”, fino ad integrarsi con loro. La conseguenza è un corpus unitario che garantisce al meglio la pluralità culturale ed etnica del Paese.

Nonostante le premesse sembrino, sostanzialmente, positive, l’economia reale sudafricana non gode di particolare salute dato che la disoccupazione è molto elevata (24,9%) e il 50% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Se a questo aggiungiamo che il PIL è il ventiseiesimo al mondo (tasso di crescita del 3,1%) ci rendiamo conto di come la ricchezza sia eccessivamente polarizzata, come confermato dal coefficiente di Gini, che misura il livello di disuguaglianza di benessere e di reddito interno ad una nazione, e che si attesta su valori molto alti (31,9 contro, ad esempio, l’11,7 dell’Italia). Tutto questo ci conferma che, sostanzialmente, i benefici derivanti dall’industria vanno a favore di pochi individui, mentre il disavanzo primario accumulato in passato (negli ultimi anni si sta riducendo) e il grave deficit della bilancia commerciale raggiunto negli ultimi anni, sta danneggiando la maggior parte della popolazione che vede diminuire il proprio potere d’acquisto di giorno in giorno.

Il confronto con Brasile, Russia, India e Cina, nazioni con le quali il Sudafrica si sarebbe dovuto trovare nell’acronimo BRICS, in modo tale da suggellare lo sviluppo della nazione sud-sahariana, non è affatto semplice perché, mentre Cina e India presentano dei caratteri similari, Brasile, Russia e Sudafrica seguono degli approcci diversi.

Il Brasile è una delle nazioni che hanno risentito meno della crisi globale degli ultimi anni in quanto dal 2003 si è dedicato alla stabilizzazione dei più importanti indicatori macroeconomici, soprattutto abbattendo il proprio debito pubblico. L’importante avanzo commerciale accumulato, inoltre, gli ha permesso di superare al meglio l’apprezzamento del Real, avuto a causa degli enormi investimenti nel paese legati alle prospettive future, e la frenata dell’economia globale. La strategia principale per il futuro riguarda le nuove tecnologie e le produzioni ad alto valore aggiunto, come dimostrato dal fatto che moltissimi investimenti esteri si stanno concentrando nel settore meccanico. Tutto questo si traduce in un tasso di disoccupazione molto basso (6%), in un tasso di povertà (21,4%) più contenuto rispetto a quello sudafricano e in un tasso di crescita del PIL reale del 2,7%.

La Russia, dopo la caduta del regime comunista, è diventata una economia più aperta al mercato e meno centralizzata, tranne per quanto riguarda gli idrocarburi e la difesa. La ricchezza di questa nazione, come per il Sudafrica, deriva essenzialmente dalle risorse minerarie. L’ex URSS, infatti, è il primo produttore al mondo di petrolio, il secondo di gas e ha le riserve più grandi al mondo di gas naturale, le seconde al mondo di carbone e le ottave al mondo di petrolio (dati CIA). Tutto questo comporta una grande volatilità delle performance in quanto non vi è una grandissima diversificazione nel portafoglio industriale della nazione. Proprio per fare fronte a questi pericoli, negli ultimi anni la Russia sta spingendo molto sugli investimenti in tecnologia in modo tale da creare delle valide alternative alle materie prime. Per quanto riguarda dei dati macro, il livello di disoccupazione è al 6,6%, mentre il tasso di poveri si attesta al 13,1% e la crescita del PILè del 4,3%.

L’India è un altro dei player globali che fanno parte dei BRIC e, probabilmente, rappresenta quello più liberale. La crisi non ha colpito duro in quanto la domanda interna molto forte ha fatto da scudo a questa problematica. Gli investimenti e le politiche indiane degli ultimi anni si sono indirizzate soprattutto verso due obiettivi: l’arricchimento della forza lavoro che è diventata estremamente preparata, soprattutto nelle nuove tecnologie, e lo sviluppo di infrastrutture in grado di creare valore per tutti. Problemi che persistono tuttora, e ai quali bisognerà trovare risposta, sono l’alta inflazione e l’elevato tasso di interesse. Se dovessero diminuire gli investimenti esteri, infatti, la situazione potrebbe degenerare in fretta. Il tasso di disoccupazione è pari al 9,8%, il tasso di povertà è del 29,8% e il tasso di crescita reale del PIL è del 7,2%.

La Cina è l’ultima nazione oggetto di analisi e, sicuramente, rappresenta quella con la realtà più singolare in quanto cerca di fondere una economia centralizzata con limitatissime liberalizzazioni in un contesto “export oriented”. Negli ultimi anni il paese sta affrontando due grandi difficoltà riguardanti, prima di tutto, il rallentamento dell’economia globale che ha di molto danneggiato una nazione nella quale i consumi interni sono molto ridotti e, secondariamente, le proteste delle zone commerciali che vogliono sempre più autonomia per poter competere al meglio. Il piano quinquennale 2011 – 2016, infatti, prevede di ridurre l’importanza dell’export sul PIL intervenendo sui consumi interni, sui servizi e sul miglioramento del mercato finanziario (fonte SACE). Oltre a questo, una sfida importante riguarda il miglioramento della qualità della vita che porta la Cina ad essere il 95° paese in termini di aspettativa di vita alla nascita (fonte Index Mundi). Tornando agli indicatori che stiamo utilizzando, la Cina ha un tasso di disoccupazione pari al 6,5%, un tasso di povertà pari al 13,4% e un tasso di crescita del PIL del 9,2%.

Dopo aver visto i BRIC, torniamo in Sudafrica e vediamo in quale situazione versa il paese politicamente parlando.

Dalla fine dell’Apartheid la forza politica dominante è costituita dall’ANC, l’African National Congress. Questo partito prese il potere la prima volta nel 1994 con Nelson Mandela e lo detiene tuttora guidato dall’attuale presidente della Repubblica Sudafricana Jacob Zuma. La linea politica di questo partito si è evoluta nel corso del tempo. Nato come strumento per sancire l’uguaglianza per tutti i cittadini sudafricani indipendentemente dal colore della pelle, all’inizio degli anni ’90 strinse rapporti di alleanza col Partito Comunista del Sudafrica e con i sindacati, mentre attualmente sembra si stia muovendo verso idee maggiormente liberali, anche se nel partito vi sono ancora forti resistenze (un esempio è dato dalla dichiarazione di Zuma di non volere nazionalizzare le miniere, immediatamente smentita dal partito). Un’accusa che spesso viene mossa ai politici sudafricani è che manca una linea precisa e chiara che possa convincere il popolo e i mercati. L’AFN, in altre parole, non è in grado di dare una risposta netta ai problemi del paese, ma cerca di rifarsi alla linea di pensiero di Mandela che, però, appare troppo vaga e anacronistica per essere efficace in un mondo veloce come quello attuale.

Anche in questo caso, il Sudafrica si discosta dalla situazione presente nelle altre nazioni appartenenti al BRIC per il fatto che altrove vi è una linea direttiva ben chiara sul da farsi. In Brasile, Dilma Roussef ha adottato una politica volta, come abbiamo detto, alla stabilizzazione macroeconomica e al rigore dei conti pubblici senza dimenticare gli strati più poveri della popolazione. In Russia, la solidità della leadership di Putin, nonostante i sospetti di brogli elettorali, resta indiscutibile e con questo anche la sua politica di rinnovamento tecnologico e di apertura ai capitali stranieri. In India, la situazione è meno stabile dato l’alto livello di corruzione e l’eterogeneità della popolazione, ma sembra che, almeno dal punto di vista economico, si continuerà sulla strada di empowering delle persone battuta fino ad oggi. La Cina, contemporaneamente, comunica una grande stabilità data dalla programmazione attraverso i piani quinquennali e la fine del processo di transizione politica programmato per la fine di questo ottobre. La coerenza di azione di queste nazioni è un fattore importantissimo che permette loro di ricevere un grande numero di investitori che, in particolare in momenti come quello attuale, vogliono sapere con precisione quello che accadrà, almeno in una prospettiva di medio periodo.

Volendo tirare le somme dei discorso appare chiara una realtà: il Sudafrica avrebbe tutte le capacità per far sì che il suo nome venga unito a quelli di Brasile, Russia, India e Cina nell’acronimo BRICS, ma è ancora carente in diversi ambiti. Dal punto di vista economico, c’è bisogno di creare un sistema il più concorrenziale possibile e di trovare valide alternative all’industria mineraria. Un grande vantaggio è la presenza di un mercato grande finanziario che può fornire i capitali alle società meritevoli. Dal punto di vista politico, c’è bisogno di un governo forte di per sé e non per l’eredità ricevuta da un leader carismatico. C’è bisogno di una classe politica propositiva che proponga soluzioni vere ai problemi (anche a quello annoso dell’HIV) e che dia agli investitori la prospettiva di un contesto stabile nel quale iniettare capitali. Se queste due condizioni si verificheranno, siamo sicuri che una nazione con così tante risorse e con una popolazione che nel passato si è resa protagonista di una rivalsa sociale tanto grandiosa possa davvero diventare un protagonista e un modello per le altre.

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