Lo “strano golpe” che ha rovesciato l’equilibrio istituzionale della Turchia

 

103793726-turkeycoup.1910x1000Chi conosce la storia della Turchia contemporanea non si scompone più di tanto nell’apprendere di un ennesimo colpo di Stato: quello dello scorso venerdì è ben il quinto in 56 anni, senza contare tutti quelli rimasti su carta e fermati a un passo dall’attuazione. Per apprezzare quanto l’ultimo episodio sia lontano dai precedenti, è necessario premettere una contestualizzazione di carattere storico e politico.

Si possono rintracciare tre linee di conflitto a livello politico:

  • Governo e Forze Armate, in un delicatissimo equilibrio nel quale l’esercito ha sempre avuto la meglio, escludendo il tentativo di golpe dello scorso venerdì. Considerato dai più il custode dell’ordine democratico, ha sempre goduto di grande rispetto. Vedremo se così continuerà a essere.
  • Estrema destra – Estrema sinistra: gli anni ’70 e parte degli ’80 hanno visto una fortissima polarizzazione della società in tal senso, con scontri urbani e così via. A oggi non ci si può più veramente riferire a destra e sinistra estrema, che hanno perso molto del loro appeal a vantaggio di movimenti più moderati. L’MHP, il partito nazionalista di destra e parecchio attivo in quegli anni di fuoco, esiste ancora, ma ha moderato i termini; l’AKP si è radicalizzato negli anni ma può ancora considerarsi un partito di centrodestra (potrebbe non essere così per sempre); il CHP rimane nell’orbita di centrosinistra. La sinistra estrema esiste ma non ha un seguito degno di nota: con la soglia di sbarramento per entrare in Parlamento al 10%, essa non è rappresentata. Per chiudere il quadro dei principali partiti politici turchi, è da ricordare il Partito Democratico del Popolo (HDP) di sinistra e apertamente filo-curdo, la grande sorpresa delle ultime elezioni del 2015.
  • Politica – Islam: la laicità dello Stato inneggiata dal movimento Kemalista pervade il dibattito pubblico dalla presa di potere stesso di Atatürk. Oggi più che mai il tema è in voga, visto l’evidente abbandono del principio da parte del governo in carica; il tema è stato rivangato venerdì nel corso del golpe fallito, ma non ha avuto, a vedere la reazione popolare, la capacità di riversare migliaia di cittadini in piazza in suo nome. Segno questo, che la politica e il dibattito pubblico in Turchia sono veramente di fronte ad un grande cambiamento di cui noi tutti siamo testimoni.

Che cosa è accaduto nel corso dei golpe precedenti, tutti riusciti? Avere un quadro generale delle dinamiche dietro ai golpe del 1960, 1971, 1980 e 1996 è indispensabile per comprendere la profonda diversità rispetto a quello cui abbiamo assistito pochi giorni fa, diversità che incarna la continua evoluzione di una società che si muove, a mio parere, molto più velocemente delle altre.

1960: primo colpo di Stato nella Turchia moderna. A metterlo in atto 38 giovani ufficiali guidati dal Generale Cemal Gürsel, il quale, in seguito al golpe, diventerà Presidente del paese. La mente è Alparslan Türkeş, fondatore dell’MHP, partito nazionalista tuttora in attività. Ufficialmente, gli insorti dichiarano di voler ristabilire in Turchia l’ordine democratico e di voler dare in mano ai cittadini il controllo dell’amministrazione il prima possibile; di fatto, le prime elezioni politiche non si svolgeranno che nel 1965, le presidenziali l’anno seguente. Le ragioni del primo Colpo vanno cercate nella forte diversità di visioni tra il partito al governo, desideroso di una maggiore apertura nei confronti delle minoranze e del ruolo della religione, e l’opposizione, la cui forza è effettivamente riuscita a forzare il governo ad adottare misure poco tolleranti. L’adozione di tali misure portò alla mobilitazione dei cittadini e quindi a un clima d’instabilità sociale, infiammato ulteriormente da difficoltà economiche. L’apparente avvicinamento del governo in cerca di fondi all’Unione Sovietica fece trasalire Türkeş, addestrato negli USA con altri ufficiali proprio per garantire un cuore duro anticomunista nel più sensibile dei paesi NATO. Il colpo di Stato si risolse con Gürsel, in via transitoria, Presidente, Ministro della Difesa e Primo Ministro; centinaia di ufficiali lealisti, giudici, professori universitari epurati; l’ex Primo Ministro, il Ministro degli Esteri e quello degli Interni giustiziati.

1971: secondo colpo di Stato, noto come il “Colpo del Memorandum”, a ricordare il memorandum effettivamente fatto pervenire al Primo Ministro Demirel il 12 marzo dal Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Memduh Tağmaç. La polarizzazione dei primi anni 60 si accentua, e vede movimenti di estrema sinistra fronteggiare le controparti di destra e ultranazionaliste, compresi i famosi “Lupi Grigi”, il braccio armato dell’MHP, dalle cui file emergerà un nome certamente a voi noto: Mehmet Ali Ağca. La situazione raggiunge livelli insostenibili nel 1971: università occupate, scioperi continui, guerriglia urbana, rapimenti e rappresaglie sono solo alcuni esempi d’anni che vengono ricordati dai Turchi con angoscia. Il governo è inerme, l’esercito prende posizione con un memorandum che invita il governo a prendere in mano la situazione e a mettere in atto misure capaci di riportare la pace sociale… sotto la guida illuminata di Atatürk, chiaramente. Demirel dà le dimissioni e i vertici dell’Esercito prendono le redini del potere. Il partito dei lavoratori, filocomunista e filo-curdo, viene messo al bando (ma ne sentirete ancora parlare, tranquilli) così come numerose associazioni studentesche di sinistra. Le violenze non cessano, la legge marziale viene imposta a ritmi crescenti e la Costituzione emendata per garantire maggiori poteri alle forze di polizia e all’esercito. Tre Primi Ministri, civili ma imposti dall’accordo tra MHP, Partito di Giustizia (AP, di centrodestra, non più esistente) e forze armate si susseguono in appena due anni. Nel 1973 si arriva finalmente a nuove elezioni, vinte da Ecevit, leader del CHP, il partito più vecchio della Turchia, fondato da nientemeno che Mustafa Kemal, per gli amici Atatürk. Non c’è il due senza il tre, ed è così che nella realtà dei fatti poco è cambiato dal clima di tensione del ’71 e che la porta è spalancata verso il terzo, sanguinoso colpo di Stato.

1980: Terzo Colpo di Stato. Il contesto è ancora una volta quello dello scontro tra estrema destra ed estrema sinistra a livello popolare e di grande frammentazione politica in Parlamento, con un governo incapace di porre fine alle violenze, questa volta portato all’esasperazione: è stato calcolato che nei tardi anni ’70 sono stati perpetrati in media dieci omicidi al giorno legati alla tensione politica, la maggior parte tra militanti di giovane età. Dopo un 1979 caratterizzato dai preparativi, il 12 settembre 1980 un Consiglio di Sicurezza Nazionale appare in televisione per annunciare il golpe, seguito dall’abolizione del Governo e del Parlamento, l’applicazione della legge marziale, la sospensione della Costituzione e la messa al bando di sindacati e partiti politici. Ancora una volta, l’azione viene giustificata dalla necessità di ristabilire la pace sociale in nome dell’unità pan-turca incarnata nella figura di Atatürk. Tribunali militari in tutto il paese seminano terrore tra coloro che sono o sono stati politicamente attivi; oltre 1.600.000 persone vengono segnalate, 650.000 processate, 50 subiscono la pena capitale, e numerose muoiono in circostanze sospette. Non ci si fa remore a ricorrere alla tortura e a colpire anche i vecchi amici: i Lupi Grigi, complici silenziosi delle violenze e del golpe, detengono un potere che fa paura ai vertici militari, i quali ne internano a migliaia, riducendo drasticamente la loro influenza.

Nell’ottica di tornare, coi tempi e le modalità dovuti, a un’amministrazione civile, il Consiglio Nazionale di Sicurezza nomina un’Assemblea Costituente, il cui prodotto è una Costituzione sottoposta a referendum e approvata nel 1982. Seguono non-libere elezioni l’anno successivo: possono concorrere soltanto partiti approvati dal Consiglio. Indovinate quanti ne passano? Tre. Vince il partito della Madrepatria, di centrodestra, con idee conservatrici e un approccio neoliberista in economia. Di lì in poi, la Turchia torna gradualmente in mano ai cittadini, seppur con un vivido ricordo degli anni di terrore ben raccontato dal cinema e dalla musica degli anni successivi.

1997: il “Colpo postmoderno”. Dopo due decenni di colpi di stato e rappresaglie fondate sul grande scontro destra-sinistra, in Turchia come nel mondo intero, i due grandi sistemi di pensiero perdono parte del loro appeal lasciando spazio a visioni più moderate. Il colpo di Stato del 1997 non vede, infatti, scontri sanguinosi porta a porta, occupazioni, guerriglia urbana, ma un memorandum presentato dal Consiglio Nazionale di Sicurezza al Primo Ministro Erbakan, capo del “Welfare Party”, di cui farà parte anche l’attuale Presidente Erdoğan. Il partito, d’impronta islamista, è al governo con una coalizione che comprende l’MHP e il Partito Democratico Riformista (IDP) quando nel febbraio 1997, nel corso di un incontro del Consiglio Nazionale di Sicurezza, viene presentato a Erbakan un documento nel quale si ricorda che la Turchia è un paese laico e che l’Islam non può sconfinare nel territorio della politica. Inoltre, vengono proposte alcune misure per rafforzare il secolarismo nella società, inclusa la chiusura d’istituti d’istruzione a matrice musulmana aperti durante il mandato del Presidente. Erbakan è costretto alle dimissioni e il suo partito bandito dalla Corte Costituzionale: l’accusa è di non rispettare il principio costituzionale di separazione tra la dimensione religiosa e quella governativa. Sullo stesso filone, poco noto è l’episodio che vede Erdoğan, allora sindaco di Istanbul, bandito dalla vita politica per ben cinque anni per aver letto in pubblico un brano a matrice nazionalista e islamica. Il tema della separazione tra Stato e religione è al cuore della politica e del dibattito pubblico in Turchia, ma viene difficile pensare a un colpo di Stato, seppur senza armi, messo in atto in sua ragione. Gli episodi del 1997 vanno collocati nell’ambito dell’altro macroargomento tanto caro alla società della Mezzaluna, ossia il bilanciamento di potere tra Governo e Forza Armate: le stesse radici del tentativo di golpe di venerdì scorso.

Dunque, dopo quattro tentativi andati in porto e seguiti dalla presa di potere dei militari, il quinto colpo è andato vuoto; l’esercito si è polarizzato, con la Prima Armata e la Marina pronte ad assicurare la propria fedeltà al Presidente (il quale, secondo la Costituzione, è anche Comandante in Capo delle forze armate del paese) insieme alla Polizia, la quale ha confermato con i fatti le proprie simpatie. Quello di venerdì scorso, tuttavia, appare molto diverso dai precedenti, anche per le numerose voci che si sono alzate ad additare l’avvenimento come una messinscena architettata dallo stesso presidente Erdoğan e dal suo entourage per poter fare più o meno legittimamente piazza pulita dei personaggi rimasti a ostacolare le sue ambizioni. Probabilmente non verremo mai sapere la verità, quel che è certo, indipendentemente dagli architetti del piano, è che i recenti fatti saranno forieri di cambiamenti di vastissima portata.

Ciò che è mancato, oltre ai numeri e alla posizione dei supporter, è stata una chiara catena di comando e un’organizzazione minuziosa del colpo. Per ore non si è saputo dove si trovasse il Presidente e se fosse nelle mani degli oppositori; fa sorridere il pensiero di mezzo mondo davanti al telegiornale indaffarato a un totoscommesse sul paese nel quale il fantomatico aereo presidenziale sarebbe atterrato in cerca di rifugio per l’illustre proprietario. Un colpo di Stato ben organizzato non lascia nulla al caso, si occupa delle massime cariche prima di tutto, mentre venerdì abbiamo visto un Presidente chiamare su Facetime un canale tv per incoraggiare i cittadini a scendere in piazza in favore del governo legittimamente eletto e un Primo Ministro, Binali Yildirim, libero di gridare al colpo di stato senza che nessun insorgente si preoccupasse di neutralizzarli. Fa riflettere anche il proclama da parte dei leader del movimento, i quali sostengono d’aver preso le redini dell’amministrazione del paese per ristabilire l’ordine costituzionale, i diritti umani e la libertà, ma senza mostrarsi in pubblico, senza far sapere chi vi fosse effettivamente dietro al tentativo di golpe: le componenti kemaliste nostalgiche? I seguaci dell’esiliato Gülen, islamico moderato un tempo vicino, ora acerrimo nemico del Presidente, nel desiderio di stabilire le condizioni per un potenziale ritorno?

Se questo “strano golpe” ha mietuto una vittima, questo è l’esercito, componente centrale del paese, percepito tradizionalmente come garante della democrazia e attore in grado di riportare l’ordine laddove la situazione lo richiedesse. Il rapporto Erdoğan-Esercito è basato sul sospetto e sulla convenienza: le forze armate, in generale, non hanno visto di buon occhio le tendenze islamiste e autoritarie del Presidente, nella misura in cui esse hanno minacciato il potere dell’istituzione in sé (e, per gli idealisti, la laicità dello Stato). Dall’altra parte, Erdoğan non si è fatto remore nel ricorrere all’esercito in operazioni miranti più al consolidamento del proprio potere e della propria immagine che all’effettiva sicurezza del paese (vedi operazioni in Siria per mettere in salvo le reliquie di Suleyman Shah nel febbraio dell’anno scorso). Una parte minoritaria delle forze armate ha effettivamente imbracciato le armi contro il governo, ma a pagarla sarà l’istituzione intera: Erdoğan, al primo sentore di pericolo, si è sempre mobilitato per far piazza pulita; con questa mossa azzardata, l’istituzione che più di ogni altra ha contribuito alla creazione e all’affermazione della Turchia moderna rischia di essere relegata, dopo decenni di onori e rispetto, a un ruolo di mero servigio nei confronti del leader del paese. Questo colpo di Stato verrà ricordato non tanto come l’unico fallito, quanto come il punto di svolta che ribaltò l’equilibrio istituzionale di uno dei paesi da sempre tra i più “caldi” del globo.

È lui, il Presidente, il fulcro degli eventi di venerdì, e questo ci porta a illustrare la seconda grande differenza con i colpi di stato precedenti. Nel 2016 ci troviamo di fronte a un Parlamento nel quale l’AKP, il partito di Erdoğan, detiene il 49,5% dei seggi, seguito con sostanziale distacco dal CHP (centrosinistra) e dal partito nazionalista MHP, rispettivamente al 25% e al 12%. Erdoğan, in qualità di Primo Ministro prima e Presidente poi, è di fatto saldamente al potere da ben 13 anni: nelle elezioni presidenziali dell’agosto 2014, ha incassato oltre il 51% delle preferenze.

I golpe degli anni ’70 e ’80, e parzialmente il primo del 1960, furono caratterizzati da una realtà politica molto più frammentata di quella odierna, anche a livello parlamentare, e di un vero e proprio stato d’insurrezione caratterizzato da rapimenti e soprusi che hanno insanguinato il paese per oltre 20 anni. Lungi dal considerare quella di oggi una situazione pacifica, il paragone coi contesti precedenti è impossibile a farsi: scioperi continui, università occupate, omicidi politici all’ordine del giorno, guerriglia urbana, in uno scontro tra destra e sinistra che ha portato per ben due volte, e con violenze crescenti, al ristabilimento dell’ordine da parte dei militari, molto spesso ricorrendo a misure estreme di limitazione delle libertà personali e non solo (da tenere a mente quando i media vendono i colpi di Stato in Turchia come benedizioni del cielo, sempre messi in atto in nome della libertà e della Costituzione). Il tentativo di venerdì potrebbe essere più facilmente assimilabile, per le cause, al “Golpe postmoderno” del 1997: l’esercito, desideroso d’acquisire maggior potere, in nome della difesa della laicità dello Stato costringe il Primo Ministro alle dimissioni e mettono al bando gli esponenti dei partiti filo-islamici e in particolare del Welfare Party allora al potere.

L’intera vicenda, tuttavia, potrebbe essere letta in una chiave diversa. E se il colpo fosse fallito perché non si è trattato di un vero golpe? Se fosse stato organizzato ad hoc dal Presidente per mettere fuori gioco l’unica forza veramente in grado di opporvisi, l’Esercito (o almeno le componenti sgradite) e avere così la strada spianata per gli anni avvenire?

A sostegno di questa tesi vengono riportate diverse motivazioni, come la difficoltà a pensare che un gruppo minoritario, senza aderenti nello Stato Maggiore, consapevole di non avere il sostegno popolare, possa aver tentato qualcosa di tanto azzardato e mal organizzato. Lascia dubbi pensare a un golpe messo in atto senza prelevare le massime cariche dello Stato, un golpe nel quale sia il Primo Ministro che il Presidente della Repubblica sono liberi di comunicare con l’esterno, di muoversi a proprio piacimento, d’inneggiare i cittadini a opporsi al tentato golpe. Più di tutto, non torna come Gülen, lucido uomo politico, possa essere il regista di qualcosa tanto mal organizzato, così come il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti, i quali negli ultimi anni non hanno fatto altro che tentare di liberarsi dalle sabbie mobili mediorientali e consapevoli che un fallimento, peraltro assai probabile, non avrebbe fatto altro che rafforzare lo stesso oggetto dell’attacco.

Per concludere, permettetemi uno sguardo alla reazione dei paesi stranieri ai fatti di venerdì notte. Le prime ore: situazione e aggiornamenti confusi, non è chiaro quale sarà l’epilogo della vicenda; gli USA, la Russia, l’UE e singoli Stati membri invocano alla calma e a risolvere senza spargimenti di sangue, senza fornire sostegno a nessuna delle parti. Prima mattina: Erdoğan riprende il controllo della situazione, riesce a insediarsi a Istanbul, è chiaro che il golpe sia fallito; agli USA, alla Russia, all’UE, ai singoli Stati membri torna miracolosamente la parola, a sostegno di chi? Del vincitore. Lo stesso vincitore infinite volte criticato, messo alle strette, a torto a ragione, diventa nel giro di una notte custode della pace e dell’ordine in Turchia e nel Medio Oriente intero. L’ambivalenza così tante volte rinfacciata al paese della mezzaluna dev’essere diventata contagiosa. Tu chiamala, se vuoi, ragion di Stato.

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