Authority, tra mercato e politica

 

Consob garanteRecentemente, il ruolo delle authority di controllo è tornato agli onori della cronaca, sia per effetto di alcune esternazioni contenute nelle varie relazioni annuali che, con rito stanco, tutti gli anni tra fine maggio e i primi di giugno trovano la loro naturale scadenza, sia per alcune dotte dissertazioni in vari editoriali. A volte, tali istituzioni si accavallano nei ruoli, sembrano incapaci di svolgere il loro compito, si lanciano in vuote prediche su cosa occorrerebbe fare (da sempre) e che però non si farà (mai), descrivono ricette in contraddizione l’una con l’altra, pestandosi un po’ i piedi a vicenda. Sembrano, ai più, solamente inutile burocrazia. Certo, per il funzionamento di un’economia di mercato efficiente, sono essenziali (rectius, lo sarebbero se, da un lato, vi fosse in Italia una economia di mercato efficiente e, dall’altro, fossero loro stesse efficienti e magari ridotte nel numero), ma ciò non toglie che allo stato attuale possa sorgere qualche dubbio sulla loro reale utilità.

Da un punto di vista giuridico, il problema sta nelle – non sempre azzeccate – leggi istitutive. Da un punto di vista politico, nella (potenziale) sudditanza verso la politica, che ne gestisce le nomine. Da un punto di vista economico, il problema sta nel modo in cui svolgono il proprio ruolo. Ma, nella nostra analisi, vi sono tre grandi questioni da affrontare, sul tema, con l’ausilio di qualche esemplificazione. La prima, per così dire semantica, consiste nella definizione del ruolo: sono arbitri o garanti? La seconda, consiste nel fine da perseguire tramite quel ruolo: tecnico o politico? Infine, la terza, consiste nell’interpretazione che se ne dovrebbe dare, di quel ruolo: a volte non pervenute, a volte eccessivamente protagoniste. Non sono questioni di poco conto, ma non dirimerle vuol dire non comprendere appieno le problematiche tecniche sottese al loro funzionamento. E, a differenza di quanto si possa pensare, un eventuale erroneo funzionamento delle authority condiziona la vita di noi tutti in molteplici aspetti: come consumatori, come investitori, come soggetti economici, come contribuenti.

L’equivoco iniziale è, a prima vista, semantico. Per alcune authority il legislatore – a volte anche quello comunitario ha espressamente utilizzato il termine garante (della concorrenza, della privacy, del contribuente), per altre (soprattutto quelle più datate) no, attribuendo loro compiti di arbitro, cioè di vigilanza e/o controllo (è il caso della Consob e della banca d’Italia, dell’Isvap e della Covip). Tutte, o quasi, producono regolamentazione secondaria, tutte hanno poteri ispettivi e quasi tutte anche sanzionatori, ma essere arbitro o garante, non è invero la stessa cosa. Per sua natura, un arbitro è colui che agisce nel controllare – ed intervenire – che i giocatori nel suo settore di competenza rispettino le regole fissate da altri e non modificabili in corsa. Un garante invece, nel senso inteso dall’attuale legislazione, è colui che agisce nel garantire un quadro di regole sotteso a perseguire un fine di efficienza o di rispetto delle regole stesse (nel suo settore di competenza) da parte dei giocatori, avendo implicitamente il potere di ridefinire le regole quando diventino obsolete o se ne riscontri l’inefficienza.

Al di là del sofismo semantico, se è evidente la differenza di ruolo, nella prassi le competenze sono andate via via a sovrapporsi, in maniera anche sincopata, talvolta, talché oggi alcuni arbitri agiscono da garanti e talaltri no, mentre taluni garanti, nei fatti, sembra quasi rinuncino al loro ruolo. Consob, nel primo caso; il garante del contribuente, nel secondo. Consob ha infatti nel tempo assunto anche un ruolo di regolatore secondario sempre più crescente, mentre il Garante del Contribuente non svolge (più correttamente, non è messo in condizioni di farlo da una legge istitutiva “spuntata”) il ruolo che il nome gli imporrebbe.

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