Gas statunitense in Europa: una nuova guerra fredda?

 

1974211Lo scorso 27 aprile, il primo carico di LNG statunitense è approdato sulle coste portoghesi, inaugurando il discusso import di gas americano in Europa. Sarà il primo di una fruttuosa collaborazione o un sogno americano (ed europeo) destinato a soccombere di fronte alle leggi del mercato? L’Europa importa il 66% del gas che consuma; il 24% di esso proviene dalla Russia. Numerosi paesi dell’Est raggiungono percentuali ben più alte, con Estonia, Lettonia, Lituania e Finlandia, totalmente dipendenti per il proprio fabbisogno gasiero dal grande vicino; l’Italia si è attestata, nel 2015, a quota 49%, in calo rispetto ai mesi precedenti. Tale dipendenza, venuta alla ribalta in seguito all’interruzione della fornitura nel 2006 e nel 2009 in seguito a tensioni tra Russia e Ucraina, paese di passaggio per il gas in arrivo in Europa, ha posto la Commissione Europea di fronte alla necessità di includere seriamente la sicurezza e la differenziazione energetica tra le priorità dell’Unione. Originariamente, l’enfasi si è posta sul cosiddetto “Southern Corridor”, un sistema di gasdotti pensato per alleviare la dipendenza dalla Russia facendo leva sulle risorse del bacino del Caspio e del Medio Oriente (Azerbaijan, Turkmenistan, Egitto, Iraq, passando attraverso la Turchia). Il boom delle risorse non convenzionali negli Stati Uniti ha destato l’attenzione dell’Europa, soprattutto perché il gas americano arriverebbe via mare sotto forma di LNG, più flessibile rispetto alle forniture via gasdotto, anche se ben più costoso.

L’LNG, Gas Naturale Liquefatto, non è altro che gas naturale condensato: così facendo, esso può arrivare a occupate un volume specifico fino a 600 volte inferiore rispetto allo stesso gas in condizioni standard. Tale pratica viene sfruttata per trasportare quantità maggiori di prodotto dai paesi produttori a quelli importatori, dove il gas verrà rigassificato per essere pronto all’uso. Nel valutare le potenzialità del gas statunitense sul mercato europeo, è necessario considerare due fattori principali: il prezzo e le alternative possibili.

Il contratto stipulato tra la compagnia statunitense esportatrice – la Cheniere Energy – e i primi acquirenti europei prevede un prezzo flessibile, basato su una formula che include:

  • una quota variabile, corrispondente al 115% del prezzo del gas calcolato presso Henri Hub, il principale nodo gasiero statunitense, e i costi di appalto;
  • i costi di trasporto e assicurazione, tra i 0.7/1.7 $/MMbtu (Milioni di British Thermal Unit, unità di misura dell’energia usata negli USA e in UK);
  • una quota fissa di 3$/MMbtu, da pagare anche nel caso in cui il carico non sia effettivamente acquistato.

A Novembre 2015, il prezzo finale si sarebbe attestato tra i 6.1 e i 7.1 $/MMbtu, mentre il prezzo spot in Europa era, in media, 5.88 $/MMbtu.

A quanto ammonta il prezzo del gas russo venduto in Europa, in media? Il prezzo pagato dai vari paesi europei cambia nei singoli casi, in quanto stipulato via contratto: i termini hanno visto numerose modifiche al ribasso negli ultimi tempi, proprio a causa della domanda stagnante. Secondo Bloomberg, Gazprom ha calcolato il proprio budget per il 2016 su un prezzo dell’export europeo intorno ai 5.45 $/MMbtu. Un prezzo del gas russo minore rispetto a quello spot sul mercato europeo non è tuttavia la regola: essendo il primo legato al prezzo del petrolio, negli anni d’oro del barile esso superava il concorrente. Nel valutare quanto il gas proveniente da un determinato produttore/venditore sia influente in un mercato, è necessario quindi tenere a mente la tipologia di contratto (spot, medio, lungo termine; oil-linked o meno). Detto questo, possiamo dire che al momento il gas statunitense non sia competitivo dal punto di vista del prezzo con quello offerto dal produttore russo e con quello sul mercato europeo a livello spot.

Ciò non significa che il quadro non possa cambiare: il gap non è poi così grande. I costi di produzione dell’LNG potrebbero diminuire: molto è stato investito nella ricerca di soluzioni economicamente vantaggiose per sfruttare una tecnica in grado di svincolare i paesi dalla dipendenza da un numero limitato di produttori e da contratti ventennali annosi da rinegoziare. L’LNG fa gola anche perché ottimo complemento alle energie rinnovabili, il cui uso è in aumento: solare ed eolico sono in grado di produrre elettricità in maniera intermittente, a seconda delle condizioni meteorologiche, e nonostante interessanti progressi tecnologici negli ultimi anni, l’energia elettrica non è ancora immagazzinabile: una volta prodotta, va trasmessa e usata prontamente. In mancanza di produzione elettrica da parte di fonti rinnovabili, la risorsa più rapida da mettere in moto e più economica è appunto il gas naturale.

Non sarà tuttavia solo il prezzo a determinare il peso dell’LNG statunitense sui nostri mercati: di grande importanza il ruolo giocato dal complesso mondo della regolamentazione. Mentre l’Unione Europea ha chiaramente espresso la volontà di investire in infrastrutture di rigassificazione sulle coste europee, gli esportatori statunitensi devono fare i conti con il Dipartimento dell’Energia, l’unico con il potere di autorizzare o meno l’esportazione di gas statunitense in un paese straniero. L’ente è stato criticato di procedere con lentezza e di non permettere al grande potenziale di esprimersi nei fatti (anche se il prezzo piuttosto basso e un mercato dormiente non giocano a favore di un boom).

Di rilevanza fondamentale la questione delle infrastrutture: affinché il continente europeo possa trarre beneficio dal nuovo produttore, è necessario che un adeguato sistema di pipeline sia messo in campo, in modo da garantire l’accesso anche ai paesi che non toccano il mare. Nel 2015, sulle coste europee erano in funzione 25 impianti di rigassificazione, 5 erano in costruzione e 9 in fase di ampliamento. L’Energy Security Strategy proposta dalla Commissione Europea incita il rafforzamento della rete interna di gasdotti, in modo che anche i paesi marginali o senza accesso al mare possano beneficiare dell’accesso a un mercato unificato e al gas importato sotto forma di LNG.

Non bisogna però pensare che acquistare gas dagli Stati Uniti equivalga a sbarazzarsi della Russia come partner commerciale dal punto di vista energetico: in primo luogo, la maggior parte dei contratti sarà in vigore per un’altra decina d’anni. Più importante, la quantità: sarebbe impossibile rimpiazzare totalmente le importazioni di gas russo via gasdotto con la stessa quantità di LNG proveniente da altri paesi, anche incrementando il numero di rigassificatori. Gli Stati Uniti potranno diventare una nuova valida fonte, ma la Russia continuerà a rivestire un ruolo centrale nella fornitura europea.

Diversi analisti hanno ipotizzato una risposta specifica da parte della Russia alla concorrenza statunitense: una guerra basata sulla quantità capace di portare i prezzi a minimi storici e spazzare via la concorrenza, caratterizzata da costi di produzione maggiore; l’effetto sarebbe assicurato, vista la scarsa domanda in area europea, che porterebbe a un eccesso di offerta e quindi a una caduta dei prezzi. Non sarebbe altro che la stessa strategia attualmente messa in campo dall’Arabia Saudita nei confronti dei competitor statunitensi: cedere sul prezzo a favore del mantenimento/allargamento delle quote di mercato.

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